Viviamo in un’epoca in cui la velocità sembra essere l’unico parametro di giudizio. Nella sfera privata e in quella professionale, assistiamo a un’accelerazione continua e apparentemente senza fine. Corriamo, ma non sempre sappiamo in quale direzione.

Le nuove tecnologie hanno impresso un ritmo ancora più frenetico alle nostre vite: essere sempre connessi significa impiegare una parte significativa del nostro tempo nella gestione delle attività online. Mail, sms, chat, social media assorbono la nostra attenzione, spesso senza che ce ne rendiamo davvero conto. Diamo per scontata la presenza delle nuove tecnologie e adeguiamo ad esse i ritmi delle nostre esistenze. Sacrifichiamo la nostra privacy sull’altare della condivisione online.

Come sostiene Howard Rheingold, «i liberi flussi di informazione digitale possono arricchirci se usati correttamente, ma possono anche risultare insani, improduttivi per il lavoro e tossici per la società se non sappiamo come riceverli (o escluderli selettivamente), valutarli, assimilarli e contribuirvi con la nostra partecipazione o collaborazione, e – cosa forse più importante – se non capiamo quando e perché spegnere il computer o staccarcene».

Dobbiamo allora prendere coscienza dell’impatto della tecnologia sulle nostre vite, regolando consapevolmente il suo utilizzo.

Dobbiamo recuperare la nostra umanità, rallentando i ritmi, spesso insostenibili, con i quali scambiamo informazioni.

Dobbiamo assumere una dieta mediatica equilibrata, rifiutando le calorie vuote che possiamo trovare nell’immenso discount del web.

Dobbiamo evitare che il nostro cervello si adegui alla rapidità e alla superficialità imposte dalla rete, per salvaguardare la nostra capacità di riflessione e di comprensione delle questioni complesse.

Dobbiamo rallentare per vivere e pensare meglio.