il pensiero slow rappresenta la base di un nuovo paradigma postindustriale, per una crescita equilibrata e sostenibile

“Se le forze materiali si sottrarranno agli impulsi spirituali, se l’economia, la tecnica, la macchina prevarranno sull’uomo nella loro inesorabile logica meccanica, l’economia, la tecnica, la macchina non serviranno che a congegnare ordigni di distruzione e di disordine”. Adriano Olivetti

Viviamo in un’epoca in cui la velocità sembra essere l’unico parametro di giudizio. Nella sfera privata e in quella professionale, assistiamo a un’accelerazione continua e apparentemente senza fine. Corriamo, ma non sempre sappiamo in quale direzione.

Le nuove tecnologie hanno impresso un ritmo ancora più frenetico alle nostre vite: essere sempre connessi significa impiegare una parte significativa del nostro tempo nella gestione delle attività online. Mail, sms, chat, social media assorbono la nostra attenzione, spesso senza che ce ne rendiamo davvero conto. Diamo per scontata la presenza delle nuove tecnologie e adeguiamo ad esse i ritmi delle nostre esistenze. Sacrifichiamo la nostra privacy sull’altare della condivisione online.

Come sostiene Howard Rheingold, «i liberi flussi di informazione digitale possono arricchirci se usati correttamente, ma possono anche risultare insani, improduttivi per il lavoro e tossici per la società se non sappiamo come riceverli (o escluderli selettivamente), valutarli, assimilarli e contribuirvi con la nostra partecipazione o collaborazione, e – cosa forse più importante – se non capiamo quando e perché spegnere il computer o staccarcene».

Dobbiamo allora prendere coscienza dell’impatto della tecnologia sulle nostre vite, regolando consapevolmente il suo utilizzo.

Dobbiamo recuperare la nostra umanità, rallentando i ritmi, spesso insostenibili, con i quali scambiamo informazioni.

Dobbiamo assumere una dieta mediatica equilibrata, rifiutando le calorie vuote che possiamo trovare nell’immenso discount del web.

Dobbiamo evitare che il nostro cervello si adegui alla rapidità e alla superficialità imposte dalla rete, per salvaguardare la nostra capacità di riflessione e di comprensione delle questioni complesse.

Dobbiamo, per riprendere lo spirito di Slow Food, ridare il giusto valore alle nostre esistenze, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi, grazie ai saperi di cui sono custodi territori e tradizioni locali.

Dobbiamo rallentare per vivere e pensare meglio.

Vivere e pensare slow significa, in sintesi, adeguare il proprio stile di vita ai ritmi naturali, essere sensibili alle stagioni, riacquisire la consapevolezza delle distanze, sviluppare una conoscenza dei prodotti e dell’ambiente nel quale viviamo, concentrarsi sulla qualità delle produzioni in contrapposizione alla quantità, difendere il diritto al piacere, al gusto, alla bellezza.