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		<title>INFORMAZIONE E SUICIDI DA CRISI, UNA RIFLESSIONE</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 11:34:03 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Ordine dei Giornalisti del Veneto prende posizione sulla questione dei suicidi da crisi con un comunicato ufficiale, evidenziando il pericolo di emulazione ma trascurando completamente e colpevolmente un altro aspetto: i numeri. Numeri che dicono che il “boom” di suicidi non c’è stato, nessun aumento rispetto allo scorso anno. Ad essere lievitata è l’attenzione dei media, che raccontano storie di suicidi aggrappandosi alla crisi. Mentre, e chi fa questo mestiere lo sa benissimo, solitamente chi si toglie la vita non costituisce una notizia. A meno che non sia un personaggio pubblico o che non scelga modalità sconvolgenti. Adesso, però, questa regola viene regolarmente elusa: i media raccontano i suicidi perché – a torto o a ragione – credono di raccontare, attraverso le singole storie, gli effetti della crisi economica piombata sulle nostre vite. Il tema è delicato e merita più di una riflessione. Personalmente, credo che raccontare le storie dei suicidi da crisi abbia un senso, perché aiuta a risvegliare le coscienze. Allo stesso modo, però, sarebbe fondamentale un’informazione completa. Che dicesse che non c’è stato alcun aumento. E che spesso (sempre?) i suicidi, anche quelli di imprenditori, non si spiegano solo con la crisi. Ecco perché ritengo che il comunicato dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto sia incompleto. Parlare di una “sconvolgente serie di suicidi di imprenditori e persone travolte dalla crisi di cui hanno riferito le cronache giornalistiche di questi ultimi mesi” è quantomeno eccessivo. Soprattutto se poi si aggiunge che questa serie “impone ai giornalisti una riflessione basata su un dato di fatto: più si danno notizie di casi di suicidio con enfasi e titoli in evidenza, più aumenta il rischio che altre persone decidano di togliersi la vita”. Senza precisare che non c’è stato alcun incremento, almeno secondo le statistiche. Che meriterebbero di essere citate al pari degli studi internazionali che “dimostrano che l’eccessiva attenzione dedicata dai mezzi d’informazione ai casi di suicidio induce pericolosi effetti di emulazione”. “È un dato impressionante – si legge nel comunicato &#8211; che obbliga tutti i giornalisti, in primis i direttori responsabili, ad interrogarsi e a riflettere con attenzione ogni qualvolta si decide di dare notizia di un suicidio, valutando quali possono essere gli effetti di questa notizia e dunque adottando le necessarie cautele.  L’Ordine dei giornalisti del Veneto ha affrontato il tema nel maggio del 2011, nel corso di un convegno al quale è intervenuto tra gli altri il professor Michele Tansella, ordinario di psichiatria dell’Università di Verona, membro dell’WHO Collaborating centre for research and training in mental health and service evaluation: «I fattori che influenzano il suicidio e la prevenzione del suicidio sono complessi e non del tutto conosciuti – ha precisato il professore – Ci sono però evidenze scientifiche che dicono che i media hanno un ruolo significativo. Già nel 2008 l’Organizzazione mondiale della sanità affermava che i risultati di più di 50 studi permettono di concludere che la pubblicazione di storie di suicidio può indurre comportamenti di imitazione».  L’evidenza scientifica di cui ha parlato Tansella è tanto cruda quanto motivata. Uno studio del Centro di salute mentale di Mannheim pubblicato su Psychological medicine nel 1988 riportava gli effetti della messa in onda tra 1981 e 1982 sulla tedesca Zdf di una serie tivù intitolata “La morte di uno studente”. La storia era quella di un ragazzo di 19 anni che si buttava sotto il treno. Analizzando i dati sui suicidi avvenuti in Germania tra il 1976 e il 1984 risultava un aumento significativo, fino al 175 per cento, di comportamenti suicidari tra giovani di 15-19 anni nel periodo successivo alla messa in onda del programma. È quello che gli specialisti chiamano “effetto Werther”, ispirandosi all’eroe romantico del celeberrimo romanzo di Goethe.  I giornalisti però possono avere anche un ruolo positivo svolgendo il loro lavoro. Psicologi e psicanalisti lo definiscono “effetto Papageno”, dal nome del personaggio del Flauto magico di Mozart (1791) che grazie all’intervento di tre fanciulli desiste dal togliersi la vita. Uno studio dell’università di Vienna pubblicato su Social science and medicine nel 1994 ha messo in luce che dopo lo sviluppo di linee guida per i giornalisti nel 1987 i suicidi nella metropolitana di Vienna diminuirono del 75 per cento. Tali linee prevedevano di non dar risalto a eventi suicidari, diversamente da quanto successo nel triennio precedente, che aveva registrato un drammatico aumento di questi fenomeni.  Il professor Tansella ha fatto riferimento anche al documento emanato da Oms (Organizzazione mondiale della sanità) e Iasp (International association for suicide prevention) nel 2008: le linee guida per i giornalisti per la prevenzione dei suicidi e il loro trattamento in cronaca, disponibili sul sito dell’Ordine del giornalisti del Veneto (<a href="http://www.ordinegiornalisti.veneto.it/">www.ordinegiornalisti.veneto.it</a> ): si tratta di una serie di utili consigli su come trattare i temi relativi ai suicidi cercando di evitare di alimentare effetti emulativi”. Bene. Vorremmo però anche qualche altro numero.</p>
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		<title>ARRIVA IN ITALIA L&#8217;HUFFINGTON POST</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 11:26:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In bocca al lupo a Lucia Annunziata. Dopo le indiscrezioni stampa e web, ecco la conferma: sarà lei il direttore di Huffington Post Italia. A darne l&#8217;annuncio ufficiale Huffington Post Mediagroup e Gruppo Espresso, in una nota in cui viene anche precisato che “il lancio di Huffington Post Italia è previsto per il mese di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In bocca al lupo a Lucia Annunziata. Dopo le indiscrezioni stampa e web, ecco la conferma: <strong>sarà lei</strong> il direttore di Huffington Post Italia. A darne l&#8217;annuncio ufficiale Huffington Post Mediagroup e Gruppo Espresso, in una nota in cui viene anche precisato che “il lancio di Huffington Post Italia è previsto per il mese di settembre”. “L&#8217;Huffington Post Italia potrà sfruttare le competenze editoriali e la leadership del Gruppo Espresso nonché la formula di grande successo di Huffington Post Mediagroup che combina notiziari esclusivi, cura dei contenuti, community e strumenti di interazione, oltre a una vivace ed evoluta piattaforma di blogging”, si legge nel comunicato.</p>
<p><strong>Lucia</strong> Annunziata, già presidente della Rai, direttore dell&#8217;agenzia Ap.Biscom e direttore del Tg3, ha lavorato per la Repubblica e il Corriere della Sera. Attualmente conduce per Rai3 “In 1/2 h” ed è editorialista de La Stampa. E&#8217; anche membro dell&#8217;Aspen Institute e direttore responsabile della rivista Aspenia. E&#8217; stata inoltre insignita della Nieman fellowship dall&#8217;universita&#8217; di Harvard.</p>
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		<title>SANGUE E INFORMAZIONE, IL CASO DI SAYED SALEEM SHAHZAD</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 11:22:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Syed Saleem Shahzad, chi era costui? A molti questo nome non dirà nulla: è quello del reporter di AdnKronos International che raccontava al-Qaeda. La notizia è questa: sarà ricordata sul &#8216;Muro della Memoria&#8217; del Newseum di Washington che onora chi ha perso la vita cercando o diffondendo notizie. Giornalisti, cameramen, fotoreporter e operatori fuori dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Syed Saleem Shahzad, chi era costui? A molti questo nome non dirà nulla: è quello del reporter di AdnKronos International che raccontava al-Qaeda. La notizia è questa: sarà ricordata sul &#8216;Muro della Memoria&#8217; del Newseum di Washington che onora chi ha perso la vita cercando o diffondendo notizie. Giornalisti, cameramen, fotoreporter e operatori fuori dal comune che sono morti in nome della liberta&#8217; d&#8217;informazione e che, per questa ragione, “sono i veri eroi della democrazia”, aveva sottolineato l&#8217;allora senatrice Hillary Clinton inaugurando nel 2008 il Journalists Memorial nel primo museo al mondo dedicato al <strong>giornalismo</strong>, alla sua storia e alla notizia.</p>
<p>E&#8217; questo il caso di Shahzad, 40 anni, un grande esperto di terrorismo internazionale con la passione per le inchieste in paesi ad altissimo rischio come Pakistan ed Afghanistan. All&#8217;Agenzia, con cui collaborava dal 2004, aveva portato la sua grandissima esperienza sul campo, reportage esclusivi sui movimenti islamici e una serie d&#8217;interviste a leader militanti prima che diventassero noti a livello internazionale.</p>
<p>Un lavoro sempre a ridosso del pericolo che Shahzad aveva portato avanti con grande coraggio, sia come corrispondente Aki che, negli ultimi anni, come capo dell&#8217;ufficio pakistano di Asia Times Online. Ed è stata proprio una delle sue inchieste sui rapporti tra la marina pakistana e al-Qaeda, anno scorso, a costargli la vita. Due giorni dopo la pubblicazione di quel reportage, il 27 maggio del 2011, venne rapito dai talebani e non si ebbe più notizia di lui. Il suo corpo, senza vita e segnato dalle percosse, fu ritrovato dieci giorni dopo, a circa 150 chilometri da Islamabad, nella regione del Punjab. “Fu ammazzato per scrivere la verità e sacrificò la sua vita per questo”, ricorda il Newseum citando le parole pronunciate dal fratello di Syed Saleem Shahzad. La cerimonia annuale per ridedicare il Journalists Memorial si terrà lunedì prossimo, 14 maggio, al terzo piano del Newseum dove campeggia il memoriale. Con Shahzad saranno ricordati altri 71 giornalisti di diverse nazionalità morti nel 2011 svolgendo il loro lavoro. Un numero che porta a 2.156 le “vittime del <strong>giornalismo</strong>” dal 1837 ad oggi. Durante la cerimonia &#8211; annuncia una nota del Newseum &#8211; interverrà Alejandro Junco, presidente e amministratore delegato del gruppo editoriale messicano Reforma che pubblica testate come El Norte, Reforma e Mural. “Una personalità di spicco &#8211; sottolinea il Newseum &#8211; nella battaglia per imporre una stampa indipendente in uno dei paesi più pericolosi al mondo per i reporter”. Ai primi posti della &#8216;black list&#8217; stilata anche quest&#8217;anno dal Newseum ci sono Iraq e Pakistan dove nel 2011 hanno perso la vita 14 giornalisti (7 in ognuno di questi paesi) Libia e Cile dove ne sono morti in tutto 10 e Messico e Somalia, dove le vittime complessive sono state 8.</p>
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		<title>REGOLE O CENSURA? IL PROBLEMA DEL WEB</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 13:10:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Peccato non esserci stato. Nella solenne Sala dei Notari di Piazza 4 Novembre si è svolta oggi la discussione sul rapporto tra etica e giornalismo tra il ministro della Giustizia Paola Severino, il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino e il presidente, nonché giornalista e scrittore, Enzo Finzi. In particolare, Finzi ha esposto i risultati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Peccato non esserci stato. Nella solenne Sala dei Notari di Piazza 4 Novembre si è svolta oggi la discussione sul rapporto tra etica e giornalismo tra il ministro della Giustizia Paola Severino, il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino e il presidente, nonché giornalista e scrittore, Enzo Finzi. In particolare, Finzi ha esposto i risultati di una ricerca unica nel suo genere, svolta su un campione rappresentativo della popolazione italiana tra i 15 e i 70 anni, sull’etica del giornalismo. Dai risultati emerge una situazione piuttosto preoccupante: nonostante ci sia una rassicurante convergenza tra come gli italiani pensano debba essere il giornalismo etico e come lo descrive la regolamentazione sulla materia, si evidenzia anche un diffuso senso di insoddisfazione e di sfiducia nei media, percepiti come tendenziosi; si salva solo la comunicazione su Internet.</p>
<p>Finzi, esponendo i dati raccolti, ha chiesto al ministro cosa pensasse in merito. A questo proposito il ministro ha espresso la sua soddisfazione nel rilevare la maturità della cultura collettiva sull’etica del giornalismo e ha espresso la sua approvazione sulle aspettative dei cittadini rispetto ai media, tra cui la verità e la completezza delle notizie, la distinzione tra fatti e opinioni, la non lesione della dignità e il rispetto delle leggi e della deontologia professionale.</p>
<p>“Preoccupa il senso di sfiducia (…), se guardiamo il livello di normativa ci rendiamo conto che siamo superdotati, ma che poi il sistema non funziona”, afferma il ministro. La soluzione proposta non è quindi aggiungere altra legislazione, ma semplificare e unificare quella già presente, risolvendo i problemi che si presentano soprattutto nel momento dell’applicazione delle regole.</p>
<p>Su questo si è trovato d’accordo anche Iacopino, che ringraziando il ministro per la sua immediata disponibilità rispetto alla necessità di riforma dell’Ordine dei Giornalisti, ha espresso la perplessità sulla regolamentazione e sulla limitazione all’uso dei blog, dato che la maggior parte dei cittadini ritiene Internet la miglior fonte di informazioni. Il ministro ha però chiarito che la limitazione all’uso dei blog è necessaria, perché la diffusione di questo strumento, che permette di diffondere idee anche in forma anonima, può incentivare pulsioni pericolose se non opportunamente controllato.</p>
<p>A mio avviso, il ministro sbaglia bersaglio. Non è attraverso una regolazione della blogsfera che si disinnescano le “pulsioni pericolose”, anche perché poi c’è da chiedersi a chi spetta dire cosa è pericoloso e cosa no. Francamente, questa mi pare una brutta forma di censura. Che costa poco, ma che di certo non aiuta a perseguire i risultati auspicati. Più difficile, me più utile, intervenire a monte per disinnescare queste pulsioni: ad esempio, migliorando la politica affinché non trionfi qualche demagogo di turno.</p>
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		<title>LA FABBRICA DELLE IDEE PER USCIRE DA QUESTA CRISI PAZZESCA</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:47:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fabbriche intese come luoghi di produzione, i tradizionali capannoni, ma anche fucine di creatività e innovazione. Singoli luoghi, ma anche interi territori in grado di imprimere direzioni nuove al proprio sviluppo. È questo il Nordest che avanza e cerca di vivere da protagonista la svolta epocale in atto nell’economia, nella politica, nella cultura, nelle relazioni. Aziende [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Fabbriche intese come luoghi di produzione, i tradizionali capannoni, ma anche fucine di creatività e innovazione. Singoli luoghi, ma anche interi territori in grado di imprimere direzioni nuove al proprio sviluppo. È questo il Nordest che avanza e cerca di vivere da protagonista la svolta epocale in atto nell’economia, nella politica, nella cultura, nelle relazioni. Aziende che innovano, puntando sulla conoscenza o su rinnovate sapienze artigiane e città che creano luoghi dove le idee si incontrano e si scambiano, dove il rapporto tra cultura, creatività e impresa crea contaminazioni nuove suggestioni. La trasformazione delle imprese è, del resto, strettamente legata a quella del sistema territorio. Se è vero infatti che le aziende vincenti saranno quelle che produrranno idee e le venderanno nei mercati internazionali, è altrettanto vero che esse si insedieranno e cresceranno in contesti metropolitani fatti di nuove classi creative, servizi e formazione di eccellenza, piattaforme di mobilità merci e persone capaci di ottimizzare i tempi di trasferimento.</em></p>
<p>È questo il focus, a mio avviso davvero interessante, su cui punta i riflettori la quinta edizione del Festival Città Impresa, <strong>“LE FABBRICHE DELLE IDEE”</strong>, che dal 2 al 6 maggio animerà con oltre 100 incontri 35 località del Nordest, connesse idealmente sul futuro del territorio. L’evento è promosso da Nordesteuropa e Corriere della Sera, con la collaborazione di enti e partner locali, e la media partnership di Ansa, Radio 24 e IcMoving Channel.</p>
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		<title>POLITICA, SCADALI GIUDIZIARI E LA BUCCIA DI BANANA DEI “NON”</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:43:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre gli scandali giudiziari stanno contribuendo a portare ai minimi storici la fiducia degli italiani nella politica e nei partiti, si registrano grossolani errori di comunicazione. Senza entrare nel merito delle singole vicende, c’è un interrogativo che, forse, merita un po’ di attenzione: com’è possibile che figure di primissimo piano della politica nazionale scivolino sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre gli scandali giudiziari stanno contribuendo a portare ai minimi storici la fiducia degli italiani nella politica e nei partiti, si registrano grossolani errori di comunicazione. Senza entrare nel merito delle singole vicende, c’è un interrogativo che, forse, merita un po’ di attenzione: com’è possibile che figure di primissimo piano della politica nazionale scivolino sulla buccia di banana dei “non”? Detto in altri termini: come possono commettere errori così gravi, per di più in situazioni che invece andrebbero gestite con il massimo dell’attenzione?</p>
<p>Sembra quasi che la storia non insegni nulla, se è vero, com’è vero, che assistiamo quasi quotidianamente a politici che si difendono dalle accuse affermando: “Io non…”. Dimenticando, evidentemente, episodi che sono entrati nei manuali di comunicazione. Come quello relativo a Richard Nixon. Durante lo scandalo del Watergate, per rispondere alle reiterate richieste di dimissioni, l’allora presidente degli Stati Uniti d’America parlò al paese in televisione. E disse: “Non sono un imbroglione”. Come ricorda George Lakoff, tutti pensarono che invece fosse realmente un imbroglione, questo perché “ogni parola si definisce in relazione a un frame” e “anche quando neghiamo un concetto non possiamo evitare di evocarlo”.</p>
<p>Che dire, allora, della strategia comunicativa (ammesso e non concesso che sia davvero tale) del presidente della regione Lombardia, pronto a negare qualsiasi irregolarità in relazione al verbale del fiduciario svizzero di Pierangelo Daccò, secondo il quale Roberto Formigoni avrebbe beneficiato di viaggi pagati dallo stesso Daccò. La dichiarazione del numero uno del Pirellone è stata questa: “Non c&#8217;è nessuna irregolarità e soprattutto nessuna regalia. Non ho mai ricevuto alcuna regalia, non ho mai ricevuto un euro da nessuno”. Un’uscita, questa, che pare più emotiva che ragionata. A mio avviso non solo poco efficace, ma addirittura deleteria. Come per Nixon.</p>
<p>Che cosa avrebbe potuto rispondere Roberto Formigoni? Come avrebbe potuto respingere mediaticamente le accuse che gli sono piovute addosso? Una strategia (forse) migliore c’era. Ad esempio, avrebbe potuto far leva sui principi etici e religiosi che orgogliosamente rivendica, ricordando la sua storia personale e politica: “Da uomo cattolico che vive la politica con spirito di servizio, che si ispira alla Dottrina sociale della Chiesa, che ha scolpite nel cuore le parole di Papa Benedetto XVI contro la “sottomissione al dio denaro”, che crede nella giustizia divina prima ancora che nella giustizia dei tribunali, affronto con grande serenità le vicende che mi vedono coinvolto mio malgrado, nella certezza che tutte le accuse si riveleranno presto infondate. Nel frattempo continuo ad impegnarmi a favore dei lombardi, come ho sempre fatto negli ultimi diciassette anni”. Se avesse risposto così, forse Roberto Formigoni avrebbe offerto ai cittadini un’immagine migliore di quella che, negando, ha finito con l’evocare. Forse.</p>
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		<title>L&#8217;ANTIPOLITICA TRIONFANTE NEI DATI SWG</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 12:37:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I potenziali elettori del Movimento 5 Stelle sarebbero il 20,6%. E&#8217; quanto rilevato dal sondaggio realizzato da Swg in esclusiva per Agorà su Rai Tre. E continua a crescere nelle intenzioni di voto la percentuale assegnata al Movimento, che passa dal 7,2 al 7,3%. Cresce anche l&#8217;area del voto, che passa dal 49,9% al 50,2%, con una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I potenziali elettori del Movimento 5 Stelle sarebbero il 20,6%. E&#8217; quanto rilevato dal sondaggio realizzato da <strong>Swg</strong> in esclusiva per Agorà su Rai Tre. E continua a crescere nelle intenzioni di voto la percentuale assegnata al Movimento, che passa dal 7,2 al 7,3%.<br />
Cresce anche l&#8217;area del voto, che passa dal 49,9% al 50,2%, con una crescita degli astenuti rispetto agli indecisi.<br />
Mentre crescono i due partiti maggiori, il Pd di un punto e il Pdl di circa mezzo, cala ancora la Lega.<br />
Continua peraltro a calare la fiducia in Monti (dal 47 al 45%) ed è bassa la propensione degli elettori a votare un eventuale governo guidato dall&#8217;attuale premier.<br />
Questo il quadro delle intenzioni di voto (tra parentesi il risultato della scorsa settimana) con i subtotali relativi ai partiti in Parlamento e a quelli che ne sono attualmente fuori: PD 26,2% (25,2).<br />
PDL 25,3% (24,9).<br />
LEGA 6,9% ( 7,1).<br />
IDV 6,2% ( 6,1).<br />
UDC 6,1% ( 6,3).<br />
FLI 4,9% ( 5,0).<br />
L.BONINO 1,6% ( 1,7).<br />
MPA+API 0,5% ( 0,4).<br />
Totale 77,7% (76,7). M5S 7,3% ( 7,2).<br />
SEL 6,2% ( 6,8).<br />
FED.SIN. 2,9% ( 2,4).<br />
LA DESTRA 1,7% ( 1,6).<br />
ALTRI C.SIN. 1,0% ( 1,3).<br />
ALTRI C.DES. 0,5% ( 0,7).<br />
ALTRI 2,7% ( 2,9).<br />
Totale 22,3% (22,9).<br />
NON VOTO Indecisi/non rispondono 28,6% (31,7).<br />
Astenuti 21,6% (18,2).<br />
Totale 50,2% (49,9).<br />
Per quanto riguarda la fiducia in Mario Monti, attualmente si colloca &#8211; per <strong>Swg</strong> - al 45% con un calo di 2 punti rispetto alla scorsa settimana. Il calo, rispetto al novembre 2011, quando la fiducia era al 71%, è di ben 26 punti. Un risultato che si riverbera anche nella propensione degli intervistati a votare un futuro governo Monti. Dicono &#8216;sicuramente no&#8217; il 24% e un altro 42% esprime &#8216;bassa probabilità&#8217;. A dare &#8216;alta probabilità&#8217; è solo il 9% degli intervistati, cui si aggiunge una &#8216;media probabilità&#8217; di un ulteriore 12%. Gli indecisi sono il 13%.<br />
Il sondaggio si è poi concentrato sul movimento di Grillo.<br />
Secondo la rilevazione, i potenziali elettori di M5S sono il 20,6%. Gli intervistati dicono di condividere le posizioni di Grillo perchè in politica serve rinnovamento (51%), perchè è giusto far emergere quello che non funziona (38%) e perchè dice cose giuste (11%). Il rinnovamento della politica è il principale motivo degli elettori del M5S, con l&#8217;83%.<br />
Quanto ai motivi perchè invece non si condividono le posizioni del M5S, sono nell&#8217;ordine che dà voce a una protesta non costruttiva (35%), perchè non porta un vero rinnovamento (35%) e perchè parla solo per slogan (30%).<br />
Il sondaggio è stato effettuato dalla <strong>Swg</strong> Srl-Trieste per l&#8217;Osservatorio <strong>Swg</strong> nei giorni 18-19 aprile con sondaggio telefonico (Cati) e online (Cawi) su un campione casuale probabilistico stratificato e di tipo panel ruotato di 900 soggetti maggiorenni (su 3.100 contatti complessivi) di età superiore ai 18 anni.</p>
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		<title>INFORMAZIONE A TUTTO WEB</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 12:25:33 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>All’insegna del web. Tra il 2009 e il 2011, il numero complessivo di utenti attivi sulla rete in un giorno medio è passato da 10,4 a 13,1 milioni, con un incremento del 26%, mentre il numero degli utenti di siti web di quotidiani in un giorno medio è passato da 4 a 6 milioni, con un incremento del 50%. E&#8217; quanto emerge dall&#8217;indagine &#8216;La stampa in Italia 2009-2011&#8242;, curata dalla <strong>Fieg</strong> e resa nota durante una conferenza stampa presso la sede dell&#8217;organismo. La percentuale di utenti di siti web di quotidiani sul totale dell&#8217;utenza nel giorno medio, che era del 38,3% nel 2009; nel 2011 è salita al 46,8% e, verosimilmente, quest&#8217;anno supererà la soglia del 50%. Dati che fanno riflettere, e pongono qualche interrogativo. Non a caso, Giulio Anselmi, presidente della Fieg, afferma: “La rivoluzione della multimedialità è inevitabile per sopravvivere, non può attendere oltre se non vogliamo pagare prezzi altissimi, non può essere condotta con superficialità. E&#8217; in atto un tumultuoso avanzare delle tecnologie digitali che hanno dirottato le esigenze d&#8217;informazione verso mezzi diversi da quelli stampati. In questo quadro è proprio Internet a irrompere con prepotenza sulla scena con effetti rivoluzionari nelle abitudini delle persone e del mercato”. In quest&#8217;ottica, “non è un caso che, nel disordinato sviluppo dei prodotti on line si segnali il tasso di crescita dei giornali che possono vantare anche sul web il certificato di garanzia delle antiche testate”. Qualità dell’informazione, copyright, accesso alle notizie, finanziamenti pubblici: questi e altri sono i problemi ora sul tappeto. Speriamo che qualcuno non li nasconda sotto&#8230; il tappeto.</p>
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		<title>PREMIO PULITZER NEL SEGNO DELL&#8217;ON LINE</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 11:10:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;era da aspettarselo. La scelta dei vincitori del premio Pulitzer 2012 riflette l&#8217;evoluzione che sta vivendo il giornalismo. Il riconoscimento sul reporting nazionale, uno dei più importanti, è stato assegnato infatti al super blog Huffington Post, fondato nel 2005 da Arianna Huffington e in breve diventato uno dei siti più seguiti del mondo, che è comparso per il primo anno tra i vincitori. Sul podio c&#8217;è anche Politico, un quotidiano noto soprattutto per la versione online, che è stato premiato per le vignette satiriche del disegnatore Matt Wuerker. Il giornalista dell&#8217;Huffington Post che ha ricevuto il riconoscimento è stato David Wood, per i report sulle difficoltà che devono affrontare i veterani reduci dei conflitti in Afghanistan e Iraq. Ma tra i vincitori non mancano i reporter dei quotidiani tradizionali. Il New York Times, per esempio, ha vinto il premio per il giornalismo internazionale con i reportage dall&#8217;Africa di Jeffrey Gettleman e un altro riconoscimento per le inchieste sulla crisi di David Kocieniewski. Un&#8217;altra importante novità del Pulitzer 2012 è che ci sono diverse categorie senza vincitore. Ha sorpreso soprattutto la mancanza di una medaglia per la categoria narrativa, come non accadeva da 35 anni. La giuria, che ha assegnato questo tipo di premio per la prima volta nel 1917, non ha ritenuto opportuno conferire l`onorificenza.<br />
Tra gli altri vincitori, il quotidiano dell&#8217;Alabama Tuscaloosa News ha ricevuto il premio per la categoria breaking news e Sara Ganim del Patriot-News Staff è stata premiata per la copertura locale sullo scandalo degli abusi sessuali alla Penn State University. Per il giornalismo investigativo, invece, la giuria ha scelto quattro giornalisti di Associated Press e due del Seattles Times. Il premio per la fotografia breaking news, infine, è andato a Massoud Hossaini, fotografo 31enne dell`agenzia Agence France-Presse.</p>
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		<title>IL GIARDINO DELLE BESTIE</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 07:51:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nei giorni scorsi ho terminato la lettura de “Il giardino delle bestie” di Erik Larson. Libro bellissimo. Soprattutto per chi ama la storia e la politica. Non a caso, il Nyt ha scritto: «Una magnifica, struggente… irresistibile storia vera». Un reportage da Berlino, nei primi anni Trenta. Il lento precipitare della Germania nell’abisso nazista è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei giorni scorsi ho terminato la lettura de “Il giardino delle bestie” di Erik Larson. Libro bellissimo. Soprattutto per chi ama la storia e la politica. Non a caso, il Nyt ha scritto: «Una magnifica, struggente… irresistibile storia vera». Un reportage da Berlino, nei primi anni Trenta. Il lento precipitare della Germania nell’abisso nazista è raccontato attraverso le voci di William E. Dodd e di sua figlia Martha, un padre e una giovane donna americani che si ritrovano improvvisamente trapiantati dalla loro accogliente casa di Chicago nel cuore della Berlino nazista del 1934. Sessantaquattro anni, snello, gli occhi grigio-azzurri e i capelli castano chiaro, nel 1933 William E. Dodd è un rispettabile professore di storia all’università di Chicago, con una certa notorietà per i suoi scritti sul Sud degli Stati Uniti e la sua biografia di Woodrow Wilson. Fervente democratico jeffersoniano, a suo agio soltanto negli ambienti frugali della sua piccola fattoria di campagna, Dodd ha una moglie, Mattie, e due figli: William Jr – Bill – e Martha, la prediletta. Ventiquattro anni, i capelli biondi, gli occhi azzurri e un sorriso radioso, Martha ha un’immaginazione venata di romanticismo e un atteggiamento cosí civettuolo, da avere già acceso la passione in molti uomini. La vita di questa famiglia americana, a detta di tutti felice e unita, muta radicalmente nel giugno del 1933. Mentre siede alla sua scrivania all’università, Dodd riceve una telefonata da Franklin Delano Roosvelt, il presidente degli Stati Uniti, che gli annuncia la sua intenzione di nominarlo a capo della rappresentanza diplomatica americana a Berlino. Dodd è tutto fuorché il candidato modello per un simile incarico. Non è ricco, non è politicamente influente e non appartiene nemmeno alla cerchia degli amici di Roosvelt. Certo, ha conseguito un dottorato a Lipsia e conosce il tedesco, ma nulla piú. Tuttavia, per Roosvelt è un ambasciatore perfetto per un paese che, tra la crisi economica dilagante e un altro rovinoso anno di siccità, rappresenta per l’America soltanto una seccatura: la seccatura di un miliardo e duecentomila dollari, debito che Berlino ha contratto con gli Stati Uniti, e che Hitler si mostra sempre meno propenso a voler saldare. Ed è cosí che, al loro arrivo, William e Martha Dodd si ritrovano ad attraversare una città addobbata di immensi stendardi rossi, bianchi e neri; a sedere negli stessi caffè all’aperto frequentati dalle SS in uniforme nera; a passare davanti a case con balconi traboccanti di gerani rossi; a fare acquisti nei giganteschi empori della città, a organizzare tè, aspirare le fragranze primaverili del Tiergarten, il parco principale di Berlino; ad avere rapporti sociali con Goebbels e Göring, in compagnia dei quali cenare, danzare e divertirsi allegramente; finché, alla fine del 1934, accade un evento che smaschera la vera natura di Hitler e del potere a Berlino, la grande e nobile città che agli occhi di padre e figlia si svela per la prima volta come un immenso Tiergarten, un giardino delle bestie. Quel che colpisce è come la rivoluzione nazista, all’inizio, affascini anche il professore e, soprattutto, sua figlia. A chi conosce gli sviluppi tragici della storia questa accondiscendenza piuttosto diffusa può apparire incredibile. Ma proprio qui sta uno dei grandi meriti di Erik Larson: raccontarci come anche il più pericoloso dei mostri politici possa affacciarsi sulla scena senza incutere subito timore, senza provocare quelle reazioni che, ex posto, appaiono quantomeno scontate. Ma nella storia non c’è nulla di scontato, nulla di preordinato. Teniamocelo ben a mente, visti i molti parallelismi tra gli anni Trenta e l’attuale periodo storico. Dalla crisi economica al disagio della democrazia, l’ambiente socio-politico potrebbe favorire la nascita di nuovi mostri.</p>
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