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	<title>Andrea Ferrazzi</title>
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		<title>IL CASO DI BASSANO DEL GRAPPA, LA RETE E L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE ADOLESCENTI</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 12:55:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da Bassano del Grappa (Vicenza) la notizia è rimbalzata rapidamente sui media nazionali: due quindicenni, sorpresi a fare sesso orale nei bagni della scuola, sono stati puniti con una sospensione. A destare la curiosità, e ad alimentare le polemiche, è stato il trattamento diverso tra il ragazzo e la ragazza: un giorno al primo, quattro alla seconda. Apriti cielo! Le reazioni sono state immediate. La coordinatrice della rete degli Studenti, Sofia Sabatino, ha detto che non è comprensibile “una punizione diversa ai due adolescenti sorpresi in bagno a fare sesso: entrambi erano consci di quello che facevano e andavano puniti alla stessa maniera”. Dello stesso parere Chiara Moroni, responsabile nazionale delle donne di Fli: “Come parlamentare e come donna sono indignata: arrivare a giustificare tre giorni di punizione in più con l&#8217;ingresso nel bagno dei maschi equivale a dire che entrare nei servizi riservati all&#8217;altro sesso è un atto più grave del rapporto sessuale stesso consumato all&#8217;interno di un istituto scolastico, per il quale un giorno di sospensione al ragazzo è stato ritenuto sufficiente”. Ha provato a gettare acqua sul fuoco l’assessore della Provincia di Vicenza Morena Martini: “Conosco troppo bene il preside, è una persona che non si lascia trascinare dall&#8217;emotività e per questo penso che nella diversa punizione inflitta ai due ragazzini si sia tenuto conto anche di altre cose”. In effetti, anche se non c’è una versione ufficiale, pare che le cose stiano esattamente così.</p>
<p>Al di là di questo aspetto, è lo stesso assessore provinciale a sollevare un’altra questione, molto più rilevante: la mediatizzazione di un’esperienza privata. Secondo la prima ricostruzione, è stato un compagno a sorprendere i due ragazzi in atteggiamenti un po’ spinti: al suo rientro in classe qualche battuta, poi il tam tam sui social network. “Una gogna mediatica”, secondo Morena Martini. Come essere in disaccordo? Quanto successo a Bassano del Grappa è emblematico dei nostri tempi: se tutto può essere impunemente sbattuto in rete, che cosa resta della nostra vita privata? In questo modo, non viene violata anche la libertà dei nostri giovani ad essere adolescenti, anche con comportamenti eccessivi e non regolamentari? Si può discutere quanto si vuole sull’opportunità che due quindicenni facciano sesso nel bagno della scuola, ma forse sarebbe anche il caso di interrogarsi sull’eco mediatica di questa vicenda e, soprattutto, sul ruolo giocato dai social network. Nessuno pensa alle conseguenze di questa “gogna” sui due ragazzi? Nessuno si chiede se sia legittimo che una questione di questo tipo sia diffusa attraverso internet, violando la sfera privata di due adolescenti? La rete viene vissuta dai giovani (e non solo) come uno spazio virtuale dove si sentono pianamente liberi, dove tutto e ammesso e tutto è legittimo. Infondo è così. Ma questo caso insegna che forse è arrivato il momento di proporre a scuola una materia nuova: l’educazione digitale. Come molte altre cose, l’educazione sessuale, da alcuni invocata anche in questa occasione, sembra appartenere a un’epoca passata.</p>
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		<title>LA TEMPESTA (QUASI) PERFETTA</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 12:37:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Devo ammettere di essermi avvicinato al libro di Gianluca Comin e Donato Speronicon grande curiosità, ma anche con qualche perplessità. Cosa potrà mai aggiungere, mi chiedevo, questo volume ad altri importanti saggi usciti negli ultimi mesi? Ancora suggestionato dalle pagine diThomas L. Friedman (Caldo, piatto e affollato. Com’è oggi il mondo, come possiamo cambiarlo, Mondadori), diLaurence C. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.andreaferrazzi.it/wp-content/uploads/2012/02/climatechange.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-215" title="climatechange" src="http://www.andreaferrazzi.it/wp-content/uploads/2012/02/climatechange-300x294.jpg" alt="" width="300" height="294" /></a>Devo ammettere di essermi avvicinato al libro di <strong>Gianluca Comin</strong> e <strong>Donato Speroni</strong>con grande curiosità, ma anche con qualche perplessità. Cosa potrà mai aggiungere, mi chiedevo, questo volume ad altri importanti saggi usciti negli ultimi mesi? Ancora suggestionato dalle pagine di<strong>Thomas L. Friedman</strong> (<em>Caldo, piatto e affollato. Com’è oggi il mondo, come possiamo cambiarlo,</em> Mondadori), di<strong>Laurence C. Smith</strong> ( <em>2050. Il futuro del grande Nord,</em> Einaudi) e di <strong>Jeremy Rifkin</strong> (<em>La Terza Rivoluzione Industriale,</em> Mondadori), temevo che la lettura di <em>2030 La tempesta perfetta</em> potesse rivelarsi una delusione, nonostante la rilevanza e il fascino degli argomenti trattati. Non è stato così. Anzi. E’ un altro lo stato d’animo che accompagna il lettore lungo tutte le duecento godibilissime pagine: l’angoscia di non avere risposte ad alcuni fondamentali interrogativi che gravano sull’umanità. Riusciremo, tutti noi abitanti del pianeta terra, ad affrontare in modo efficace le enormi sfide che ci attendono? Riusciremo a disinnescare la bomba demografica, con tutte le conseguenze che essa comporta? Riusciremo ad arginare i cambiamenti climatici, mettendo un freno alle emissioni di anidride carbonica? Riusciremo a produrre energia pulita in misura sufficiente a soddisfare la domanda di un mondo sempre più affollato e sviluppato? Insomma: riusciremo a superare la tempesta perfetta?</p>
<p>In questo senso, l’analisi di Gianluca Comin e Donato Speroni offre una sintesi efficace delle questioni che la politica deve – o meglio sarebbe dire dovrebbe – affrontare, onde evitare disastrose conseguenze per noi e, soprattutto, per i nostri figli. Purtroppo, come giustamente sottolineano gli autori, la classe dirigente sembra soffrire di una malattia terribile: il presentismo. E’ eccessivamente impegnata in una “corsa al consenso breve, indotto dal ritmo quasi annuale di elezioni locali e nazionali” per avere una visione a lungo termine. E questa, a mio avviso, è la vera grande incognita che rende particolarmente scivolosa la strada che dobbiamo percorrere nel prossimo futuro.</p>
<p>A questo proposito, gli autori si soffermano anche sulla necessità di avere un governo mondiale che si occupi dei fenomeni globali, dai cambiamenti climatici ai diritti umani. Secondo Comin e Speroni, questa sarebbe la soluzione ottimale, e quindi auspicabile, per affrontare la tempesta perfetta. “Un’organizzazione internazionale dotata di capacità decisionali ed effettivi poteri di intervento – scrivono – per ora sembra solo un’utopia, ma la Storia è capace anche di grandi accelerazioni”. Speriamo, lasciano intendere gli autori. Speriamo di no, direi io. Non c’è dubbio che lo squilibrio fra l’estensione globale di alcuni problemi e l’ambito nazionale della governance rappresenti un punto critico. I due autori, però, sembrano cadere in quella che <strong>Dani Rodrik</strong>chiama la <em>tentazione</em> di una versione globale del <em>capitalismo 2.0,</em> ovvero la realizzazione di una governance globale, con una regolamentazione globale, con standard globali, con reti di sicurezza globali. Si tratta di un’ipotesi suggestiva, ma – come giustamente osserva l’economista americano – non realistica e, soprattutto, indesiderabile. Non realistica perché ripone troppa fiducia nella presenza di una leadership globale e nella disponibilità dei paesi a cedere la propria sovranità. Non desiderabile perché esistono diversità fondamentali tra le preferenze e le necessità nazionali e, soprattutto, perché non godrebbe di una legittimità democratica. “Il tallone d’Achille della governance globale – scrive Rodrik – è la carenza di rapporti ispirati a una precisa responsabilità”.</p>
<p>L’idea di un governo mondiale, dunque, può essere affascinante. Ma prima di innamorarsene, accettandola acriticamente, sarebbe opportuno porsi qualche interrogativo in più. Anche se angosciante.</p>
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		<title>IL GIORNO DELLA MEMORIA E L’INGENUITA’ DELLA RETE</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 12:33:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.andreaferrazzi.it/wp-content/uploads/2012/02/300px-Auschwitz-Work_Set_Free2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-219" title="300px-Auschwitz-Work_Set_Free" src="http://www.andreaferrazzi.it/wp-content/uploads/2012/02/300px-Auschwitz-Work_Set_Free2.jpg" alt="" width="300" height="197" /></a>“La storia, dall’antichità al presente, è ricca di testimonianze della disinvoltura con cui gli uomini possono uccidere altri uomini, e persino trarre piacere dalla loro morte. Non c’è motivo di ritenere che l’uomo moderno, occidentale, persino cristiano, sia incapace di condividere ideologie che svalutano la vita, auspicandone l’annientamento, ideologie peraltro simili a quelle propugnate dagli esponenti di tanti movimenti religiosi, culturali e politici in tutto il corso della storia”. Così scriveva<strong>Daniel Johan Goldhagen</strong>, nel suo provocatorio libro <em>I volenterosi carnefici di Hitler,</em> pubblicato in Italia esattamente quindici anni fa. Provocatorio perché la tesi di fondo era in qualche modo una stecca nel coro degli studi sull’Olocausto. Il giovane storico di Harvard sosteneva, infatti, che per spiegare quanto accaduto era necessario comprendere le convinzioni e i valori comuni nella cultura tedesca, e in particolare quelli che diedero forma all’atteggiamento nei confronti degli ebrei. Secondo lo studioso americano, le radici dell’antisemitismo tedesco erano profonde, e risalivano almeno all’Ottocento, quando c’era “la convinzione che gli ebrei costituissero un pericolo estremo per la Germania, e che l’origine di tale pericolo fosse immutabile, cioè razziale”. Tali sentimenti emersero in modo ancora più drammatico nei primi anni Venti del Novecento, quando la Germania visse una crisi economica devastante.</p>
<p>Goldhagen non è l’unico a ricordare come molti tedeschi attribuissero anche agli ebrei la responsabilità di una situazione segnata dalla lenta agonia del marco e da un’inflazione galoppante che mise a rischio la sopravvivenza stessa di larga parte della popolazione. In un volume del 1975 appena ristampato, lo storico inglese <strong>Adam Fergusson</strong> racconta in modo ineccepibile quel “manicomio finanziario”, ricordando più volte come la colpa dell’aggravarsi delle condizioni fosse attribuita non alle fallimentari politiche economiche del governo, ma alle condizioni della pace. E agli ebrei, ritenuti un “pericolo per il benessere dei tedeschi”, come scrive ancora Goldhagen.</p>
<p>Non so se abbia ragione lo scrittore francese <strong>Paul Morand</strong>, quando dice che “la storia, come un idiota, meccanicamente si ripete”. E’ però del tutto evidente che l’attuale crisi dell’euro rende quanto mai attuale il saggio di Adam Fergusson, intitolato <em>Quando la moneta muore.</em> Non è un caso, del resto, se in occasione della sua ripubblicazione <em>The Times</em> consigliasse al primo ministro inglese di tenerne una copia in ogni stanza della sua residenza estiva.</p>
<p>Naturalmente nessuno si augura la fine della moneta unica europea. Però questo è uno scenario tutt’altro che impossibile. E le conseguenze per le popolazioni sono difficilmente immaginabili. Leggere quanto successo in Germania nei primi anni Venti del secolo scorso mette i brividi. E pone in evidenza come sia fondamentale non abbassare la guardia sulle reazioni irrazionali della popolazione. Soprattutto nell’epoca del web e dei social network, dove si affermano e si radicano, senza controllo, teorie e posizioni pericolose. Come ricorda <strong>Evgeny Morozov</strong> in un recente articolo pubblicato dall’inserto domenicale del <em>Corriere della Sera,</em> “le persone che negano che si stia verificando un riscaldamento globale, che si oppongono alla teoria dell’evoluzione di Darwin, che si rifiutano di vedere il collegamento tra il virus Hiv e l’Aids, o pensano che l’attacco dell’ 11 settembre sia stato frutto di trame interne, hanno ampiamente utilizzato Internet a loro vantaggio”.</p>
<p>Nel Giorno della Memoria, ritengo sia utile interrogarsi su cosa potrebbe accadere, nell’epoca del web, se le tensioni sociali aumentassero in seguito alla malaugurata fine dell’euro o, più semplicemente, all’aggravarsi della crisi economica. La piazza virtuale potrebbe essere sedotta da posizioni tanto false quanto seducenti e pericolose? A ben vedere, questo interrogativo ne comporta un altro più generale: siamo davvero sicuri che internet sia, di per sé, uno strumento utile alla democrazia? Il dibattito è aperto.</p>
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