SE PERDIAMO LA CURIOSITA’

Stiamo perdendo la curiosità. La voglia di scoprire cosa c’è sotto la superficie del fiume dell’informazione. Ne abbiamo avuto conferma anche in questi giorni. Il caso di cronaca riguarda la foto della donna con l’hijab che cammina di fianco ai feriti sul ponte di londra-donna-musulmana-hijab_980x571. Ha in mano uno smartphone, lo guarda mentre intorno a lei i soccorritori cercano di rianimare una donna. Sono passati pochi minuti da quando Khalid Masood ha investito i passanti con il Suv. Quel frammento viene immortalato dal fotografo britannico Jamie Lorriman, presente sulla scena dell’attacco. L’immagine viene rilanciata in rete, scatenando una bufera di commenti. Ad accendere la miccia del dibattito, a quanto pare, è un texano (con 44 mila follower, noto per i contenuti anti musulmani) che subito dopo l’attacco scrive: «Questa donna non presta attenzione alle vittime e mentre un uomo muore lei guarda il suo telefono». Il post viene condiviso su Twitter con l’hashtag #BanIslam e ha chiaramente l’intento di fomentare l’odio contro la comunità islamica. In pochi minuti totalizza 1900 retweet. L’onda emotiva alimentata dal vento dell’odio e della rabbia è partita. Nessuno la può fermare.
Anzi: l’immagine della donna viene photoshoppata e inserita in altre immagini di attacchi terroristici come il Bataclan o Berlino. «La donna con l’hijab marrone», come la chiamano tutti ormai, viene accostata anche alle immagini dei prigionieri di Isis decapitati. Sui forum e sulle chat di destra la ragazza diventa un bersaglio. Lo stesso fotografo autore dello scatto, Jamie Lorriman, interviene nella discussione per spiegare quanto la donna fosse «sconvolta e terrorizzata». Ma ciò che rimane di questo ennesimo episodio è la velocità con la quale la rete amplifica l’odio, diffonde la rabbia, stravolge la realtà e provoca un imbarbarimento del dibattito pubblico.
L’emotività annulla la razionalità.
Come scrive William Davies – in un articolo pubblicato da “The Guardian” e in Italia da “Internazionale” e dedicato alla scomparsa dei fatti, è infatti appurato che le persone rispondano positivamente ai dati qualitativi, come le storie dei singoli e le fotografie (emotività), mentre gli indicatori quantitativi, soprattutto se contrastano con le convinzioni personali, vengono ignorati, quando non generano addirittura sentimenti opposti perché “manipolati” dalle (presunte) élite.
A ben guardare, questo smarrimento della razionalità è strettamente intrecciato anche alla perdita della curiosità, cioè di quella voglia di guardare cosa c’è sotto la superficie. La voglia di capire. Di conoscere. Di sapere. Di scoprire. Prima di giudicare. Purtroppo, non c’è più tempo, nel mondo dell’informazione a flusso continuo. Bisogna maturare un’opinione nella frazione di secondo che serve per un retweet. La curiosità è costa. Richiede tempo. Impegno. Fatica. Umiltà. E’ qualcosa che nasce da dentro, che apprezziamo nella spontaneità e nell’ingenuità dei bambini. Di più: è l’elemento imprescindibile del progresso. Dell’innovazione. Di ogni scoperta, piccola o grande. Ed è anche il lievito del giornalismo di qualità.
Pensiamo al film tratto dalla storia di Mary Mapes (“Truth – Il prezzo della verità”), ambientato nel 2004 negli Stati Uniti: racconta quello che successe prima e dopo che il famoso programma televisivo di giornalismo 60 Minutes – condotto dal giornalista Dan Rather e trasmesso dal canale tv CBS – mandò in onda un’inchiesta che metteva in discussione il passato militare dell’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush, dicendo che era stato raccomandato e che non aveva prestato servizio come avrebbe dovuto. Dopo che quella puntata di 60 Minutes venne trasmessa si scoprì che molte delle prove citate da Rather erano in verità poco attendibili. Ne seguì una vicenda complicata, che costò il posto agli autori di quel servizio.
Al di là della trama e del caso specifico, però, c’è una battuta fulminante. Ad un certo punto, il giovane giornalista impegnato nel team dell’inchiesta chiede al suo maestro: “Cos’è che ti ha fatto scegliere il giornalismo?”. La risposta è questa: “La curiosità… la curiosità è tutto”.
Ovviamente questo vale (o dovrebbe valere) per i giornalisti, per gli operatori dell’informazione. Ma vale (o dovrebbe valere) anche per ciascuno di noi. La curiosità è davvero tutto. Per non spegnere l’interruttore della razionalità e della conoscenza. L’alternativa è il buio.

L’INFORMAZIONE AI TEMPI DEL WEB, LA PAROLA AI GIORNALISTI

Come sta cambiando il mondo dell’informazione grazie al Web alle nuove tecnologie. E come i professionisti dell’informazione stanno vivendo questa fase di grandi mutamenti  e di straordinarie opportunità. Su questo tema si è sviluppata l’indagine che AstraRicerche ha realizzato per conto dell’Ordine nazionale dei giornalisti tramite 1.681 interviste on line somministrate ad un campione di giornalisti italiani all’inizio del 2013.

I risultati dello studio, di grande interesse per capire come sarà il futuro dei mezzi di comunicazione e come i giornalisti si pongono di fronte alle grandi novità che interessano la professione, saranno presentati giovedì 7 marzo, alle 21,  in sala Paladin, nel municipio di Padova, in via del Municipio 1, nel corso di una serata promossa dall’Ordine dei giornalisti del Veneto, dalla Scuola di giornalismo “Dino Buzzati” e dall’Associazione Padovana della stampa.

Ad illustrare la ricerca sarà il presidente di AstraRicerche, il giornalista milanese Enrico Finzi, che già in passato ha effettuato altri studi sull’etica della professione giornalistica per l’Ordine della Lombardia e del Veneto.

L’incontro sarà introdotto dal presidente dell’Ordine dei giornalisti del Veneto, Gianluca Amadori. Interverranno il segretario del Sindacato dei giornalisti del Veneto, Massimo Zennaro, il presidente dell’Associazione Padovana della stampa, Antonino Padovese e  l’assessore ai Beni culturali del Comune di Padova, Andrea Colasio,

Alla presentazione della ricerca seguirà il dibattito, arricchito dai contributi e dalle esperienze dirette dei giornalisti che sono maggiormente impegnati nello sviluppo dell’informazione online e attraverso i cosiddetti new media, sia nelle aziende editoriali “tradizionali” che stanno estendendo la propria attività al Web, sia in quelle nate in Rete e che si misurano quotidianamente che l’innovazione.

 

Qui il link alla RICERCA

Privacy, cronaca di una morte annunciata

Cronaca di una morte annunciata. Quella della privacy. Le notizie, assai preoccupanti, non mancano. L’ultima riguarda Facebook. Il colosso fondato da Mark Zuckerberg starebbe sviluppando per la metà di marzo una nuova applicazione in grado di monitorare la posizione degli utenti anche quando la finestra del social network non è aperta sul proprio smartphone, tablet o computer portatile. L’indiscrezione di Bloomberg è trapelata attraverso la testimonianza di due persone interne a Facebook, rimaste anonime.

La nuova app servirebbe agli utenti di Facebook a scovare gli amici più vicini, ma potrebbe anche essere molto utile all’azienda per vendere pubblicità basate sulle abitudini quotidiane degli utenti. Questo solleverebbe non pochi problemi legati alla privacy degli iscritti al social network che accedono abitualmente al proprio profilo da un dispositivo portatile, che ad oggi sono più di un miliardo. Sempre secondo questa indiscrezione, il team che starebbe sviluppando la nuova app sarebbe guidato da Peter Deng, il direttore di produzione arrivato da Google nel 2007. In che mondo e in che modo vivremo nel prossimo futuro? E’ questo l’interrogativo che non possiamo più evitare di porci. Possiamo sacrificare la nostra privacy, e quindi la nostra libertà, sull’altare di un progresso tecnologico sempre più frenetico? Per i tecno-utopisti la risposta è: sì, perché così avremo un avvenire migliore. Per me è: no, preferisco che la tecnologia sia sempre a servizio dell’uomo e mai viceversa.

COMUNICAZIONE&POLITICA, LA LEZIONE DELLA VALLE D’AOSTA

«Questa è una vittoria della democrazia», afferma il consigliere regionale della Valle d’Aosta Alberto Bertin, commentando l’esito del referendum propositivo contro il trattamento a caldo dei rifiuti: oltre il 94 per cento dei votanti ha detto no alla costruzione del pirogassificatore (una variante dei termovalorizzatori o, per dirla in altro modo, degli inceneritori) voluta dalla maggioranza di governo locale. E’ stato superato lo scoglio del quorum (45 per cento), con circa 51 mila valdostani al voto: quasi la metà degli aventi diritto. Un trionfo per l’opposizione, le associazioni ambientaliste e il Movimento Cinque Stelle che, proprio l’ultimo giorno di campagna elettorale, ha calato l’asso: un comizio di Beppe Grillo in piazza ad Aosta davanti a quattromila persone. Secondo i promotori dell’iniziativa, è stato una prova di forza della democrazia: i cittadini si sono espressi su un’opera fondamentale per il territorio, contro la volontà politica dello schieramento che governa la Regione Valle d’Aosta. Ha dunque ragione il consigliere di opposizione nel sostenere che è stato un successo della democrazia? O si tratta, piuttosto, di un’altra pietra tombale su un sistema politico già in crisi o, per dirla con Carlo Galli, ingrigito?

Sulla realizzazione del pirogassificatore i cittadini si sono espressi attraverso un referendum istituzionalmente previsto, con regole chiare e precise. Quindi in modo assolutamente democratico. C’è stata una partecipazione significativa, segno che la popolazione risponde quando è chiamata ad esprimersi su questioni rilevanti per il territorio. Ma l’analisi del caso non si può esaurire con queste considerazioni superficiali, perché c’è un tema che merita qualche ulteriore riflessione e che ruota intorno a un fondamentale interrogativo: i votanti erano correttamente informati sul tema o si sono lasciati condizionare da paure e preoccupazioni? La campagna elettorale è stata combattuta (è il caso di dirlo) senza esclusione di colpi, e con tutti i mezzi a disposizione. Internet e social media in particolare. I promotori del referendum si sono concentrati sulle conseguenze per la salute dei cittadini, anche con messaggi a forte impatto emotivo. Sui manifesti non sono comparse solo maschere a gas con messaggi che definivano il pirogassificatore «letale», ma anche bambini (!) malati di tumore. In rete la fantasia si è scatenata: teschi che parlavano, animali con la maschera a gas, la valle invasa dal fumo. Come potevano le forze favorevoli all’opera contrastare, dal punto di vista comunicativo, una campagna condotta sulle paure e sulle emozioni dei cittadini? Hanno giocato la carta della responsabilità (non a caso il comitato si chiamava Valle Responsabile), pensando che favorire la riflessione fosse la scelta giusta. Hanno proposto anche qualche immagine forte (un prato invaso dalla spazzatura), ma senza grandi risultati. E non poteva essere altrimenti. Come insegna Drew Westen, buona parte del nostro comportamento riflette l’attivazione di reti di associazioni emotivamente cariche e questa attivazione avviene quasi sempre al di fuori della nostra coscienza. Insomma: le emozioni vincono sulla ragione. Anche in politica. Se a questo sommiamo il ruolo del web nella circolazione dei sentimenti («internet crea un flusso infinito di reazioni nervose», sostiene il massmediologo olandese Geert Lovink), è evidente che l’impresa era pressoché improba e il risultato del referendum prevedibile.

Che lezione si può trarre da quanto successo in Valle d’Aosta? Si tratta, a mio avviso, di un caso emblematico della difficoltà – per usare un eufemismo – in cui si trovano le istituzioni, che nell’era biomediatica appaiono incapaci di trovare una legittimità popolare su scelte complesse che richiedono una conoscenza approfondita delle tematiche che investono. Chi ritiene, anche sulla scia delle recenti esperienza referendarie, che il web sia una medicina per le sofferenti democrazie, perché agevola la partecipazione e un’informazione più libera, assume una posizione ideologica, romantica e perciò suggestiva: com’è bello il mito della rete che si mobilita a favore di una causa giusta e riesce a vincere sia l’oscurantismo dei media tradizionali, sia il potere costituito! Ma si tratta, appunto, di un mito. In realtà, si può affermare che internet incide negativamente sul processo democratico, perché favorisce la scomparsa dei problemi di interesse pubblico dal dibattito politico, nonché la perdita della capacità di analisi critica e di lettura approfondita da parte degli individui, l’affermazione dell’informazione algoritmica e la conseguente cancellazione delle questioni complesse e il prevalere delle notizie che suscitano emozioni. Sottoposta a un continuo bombardamento di stimoli, la mente delle persone tende a valutare le informazioni non in base alla veridicità e alla rilevanza, bensì privilegiando le più attuali e, su suggerimento degli algoritmi, le più popolari le più affini ai gusti e alle sensibilità di ciascuno. La rottura del monopolio informativo del vecchio sistema comunicativo top-down non garantisce, di per sé, un’opinione pubblica più informata, proprio perché, nel diluvio di informazioni di internet, agli individui che stanno smarrendo le proprie capacità di analisi critica e approfondita risulta sempre più problematico distinguere, come rileva Lovink, tra «opinioni patrizie» e «dicerie plebee».

In questo quadro, a soffrire è soprattutto quella che, all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, il politologo americano Martin Lispet chiamò «effettività», cioè «la misura in cui il sistema riesce ad assolvere alle fondamentali funzioni di governo». Grazie alla rete, è più facile comunicare ai cittadini che un pirogassificatore fa aumentare i casi di tumore, più difficile – se non impossibile – è spiegare che si tratta di un’opera strategica per lo smaltimento dei rifiuti. Su questo, si dirà, i cittadini si sono democraticamente espressi. Bene: ma quali saranno le reazioni di fronte al (possibile) aumento delle tariffe o alla (possibile) apertura di una nuova discarica? Con chi se la prenderanno quegli stessi cittadini? Con i partiti, con la vecchia politica, con le istituzioni. E’ un circolo vizioso. Come scrive Furio Cerutti, «l’efficiente funzionamento della democrazia rappresentativa viene sfigurato da ricorrenti iniezioni di democrazia diretta».

Con quali conseguenze? Davanti allo schermo di un computer, di un tablet o di uno smartphone, la «miopia della democrazia» peggiora inesorabilmente, diottria dopo diottria. Non si può dimenticare che il «disagio della democrazia» di cui parla Carlo Galli nasce anche dalla crisi della sua effettività, e cioè dalla delusione dei cittadini verso le sue prestazioni. Ecco perché vale la pensa chiedersi se la democrazia può morire di troppa democrazia. E’ una questione antica, certo, che però va rivista anche alla luce delle trasformazioni nella comunicazione politica provocate da internet e dai social media. Sarebbe un errore liquidarla con un click.

 

ARTICOLO pubblicato su FERPI MAGAZINE, gennaio 2013

WEB E IMMIGRATI, I RISULTATI DI UNA RICERCA

Completa, plurale, interdisciplinare e approfondita: sarebbero le caratteristiche dell’informazione che viaggia sul web. E quando si tratta di notizie sugli immigrati, si scopre che la libertà di Internet permette di svincolarsi dalla rappresentazione dei media tradizionali, più stereotipata e basata sui pregiudizi.

E’ quanto emerge dal volume “Etnie e web. La rappresentazione delle popolazioni migranti e rom nella rete Internet” pubblicato dall’Isfol, nella collana “I libri del Fondo Sociale Europeo”.

L’indagine, svolta con ricerche online effettuate attraverso Google e Google News, ha messo in correlazione i termini “immigrazione” e “rom” con cinque parole chiave: integrazione, sicurezza, criminalità, cultura, diritti. I risultati confermano la potenzialità che offre la rete per trattare i diversi argomenti in maniera estesa, approfondita e plurale. La maggior parte dei documenti che trattano il tema dell’immigrazione è contenuta nelle sezioni di approfondimento (quasi il 50%), nei social media e nei siti dedicati all’argomento. Si segnala, di contro, il carattere cronachistico delle notizie che riguardano le popolazioni rom, contenute nei quotidiani e periodici on line. Anche il livello di approfondimento riscontrato nella trattazione del tema immigrazione dimostra che prevalgono documenti di media lunghezza: analisi, inchieste, interviste. La rete consente poi di pubblicare, oltre agli articoli, video, immagini, audio. Anche in questo caso si evidenzia una significativa differenza con il tema rom, in cui è discreta la presenza di notizie brevi (oltre il 20%).

Anche il linguaggio del web, dall’indagine risulta meno stereotipato rispetto ai media tradizionali. I termini più diffusi per descrivere i protagonisti sono infatti “immigrato” e “straniero”, mentre i media tradizionali usano maggiormente “immigrato” e “clandestino”. Allo stesso tempo il linguaggio online si presenta ricco di neologismi sintattici che rappresentano le istanze di partecipazione e cittadinanza di cui le popolazioni stesse sono portatrici (“cittadini del mondo”) e le nuove identità che vengono loro attribuite (“nuovi italiani”). Tra la terminologia utilizzata si evidenziano espressioni con connotazione “positiva” attraverso l’uso di sostantivi o aggettivi, come ad esempio: “persona onesta”, “lavoratore”, “brave persone”, “contribuenti”.

Il linguaggio della politica è invece ideologico e caratterizzato da espressioni stereotipate che contribuiscono a deteriorare la rappresentazione delle diverse etnie nell’immaginario collettivo (“abusivo”, “comunitario nullafacente”, “carne da macello”), se non addirittura ad attivare paure e rifiuto dell’altro. Dunque, anche nella rete circolano documenti dai contenuti razzisti o discriminatori, ma l’ampiezza e la pluralità delle informazioni possono garantire una più approfondita lettura degli avvenimenti e promuovere quindi una conoscenza che tenga conto della complessità dei fenomeni sociali, più libera dai pregiudizi e stereotipi e attenta alle diversità. Per questo l’indagine riconosce a Internet un ruolo importante per il contrasto alle discriminazioni.

Un altro punto di forza della rete è che consente di acquisire i contenuti secondo la soggettività del consumatore: una logica diversa da quella verticale che caratterizza la selezione centralizzata delle notizie prodotte dai media tradizionali. E ancora, un fenomeno interessante è l’attivismo in particolare dei giovani di seconda generazione, nella conquista dello spazio pubblico attraverso il web.

Il monito dell’indagine è dunque che le istituzioni riconoscano il potenziale della rete dando maggiore visibilità in internet al loro operato in materia di lotta alle discriminazioni e prevedendo campagne di informazione e sensibilizzazione via web.

Inutile dire che questi risultati non mi convincono.

DIAMO I NUMERI SUL WEB

Dunque, diamo un po’ i numeri.Sul web naviga il 62,1 per cento della popolazione italiana (+ 9 per cento dell’utenza rispetto al 2011) e gli iscritti a Facebook nel Belpaese sono passati dal 49 per cento dello scorso anno all’attuale 66,6 per cento degli internauti, ovvero il 41,3 per cento della popolazione e il 79,7 per cento dei giovani. E’ quanto si legge nel decimo rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione, promosso da 3 Italia, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecom Italia e presentato oggi a Roma presso la Sala Capitolare del Senato. Il rapporto aggiunge che YouTube, che nel 2011 raggiungeva il 54,5 per cento di utenti tra le persone con accesso a internet, arriva ora al 61,7 per cento, pari al 38,3 della popolazione complessiva e al 79,9 per cento dei giovani.

Il titolo dato al rapporto (“I media siamo noi. L’inizio dell’era biomediatica”) intende attirare l’attenzione su un elemento emerso dalla ricerca, ovvero che il notevole sviluppo di internet (sia del numero degli utenti, sia delle sue applicazioni), il web 2.0, i social network, la miniaturizzazione dei dispositivi hardware e la proliferazione delle connessioni mobili hanno esaltato il primato del soggetto. L’individuo si specchia nei media (ne e’ il contenuto) creati dall’individuo stesso (che ne e’ anche il produttore). Gli utenti stessi si costruiscono i palinsesti multimediali personali, tagliati su misura in base alle esigenze e preferenze. E gli utenti realizzano di continuo contenuti digitali che, grazie a internet, vengono resi disponibili in molti modi. “L’autoproduzione di contenuti nell’ambiente web privilegia dunque in massima parte l’esibizione del se'”, si legge nel rapporto. Infine, la ricerca sottolinea come il 54,3 per cento della popolazione sia favorevole ad una maggiore tutela della privacy per mezzo di una normativa piu’ severa che preveda sanzioni e la rimozione dei contenuti sgraditi.

CHI E’ IL MIGLIOR POLITICO SUL WEB?

In lizza come ‘Miglior Politico sul web‘ e ‘Miglior Tweeter politico italiano’ ci sono, tra gli altri, Matteo Renzi, Pierluigi Bersani, Beppe Grillo, Antonio Di Pietro e Giuliano Pisapia. Il sito Dagospia, Beppe Grillo, il gruppo di hacker ‘Anonymous’ e l’opinionista-blogger Selvaggia Lucarelli si contendono il titolo di ‘Cattivo piu’ temibile della rete’. Sono tra le categorie piu’ combattute che si sfideranno alla ‘BlogFest’ a Riva del Garda, in Trentino, dal 28 al 30 settembre.
Nel campo dell’editoria sono invece in gara molti tra i maggiori organi di stampa italiani: Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa, Il Sole 24 ore, l’Espresso, Il Post e, unico tra i televisivi, SkyTG24.
Sabato l’incontro ‘Web is Mobile: il futuro’, all’interno del quale il giornalista (e popolare ‘tweeter’) Beppe Severgnini si confrontera’ con l’ad di Telecom Italia, Marco Patuano. Il programma prevede inoltre un dibattito sull’editoria e il futuro condotto dal direttore di ‘Che Futuro!’ Riccardo Luna, un incontro sulla sicurezza informatica nell’ambito delle famiglie a cura di Google, una caccia al tesoro per le vie di Riva del Garda a cura di Microsoft, e un ‘WriteCamp’ dedicato agli scrittori e ai lettori che utilizzano la rete.

IL FALSO MITO DELLA DEMOCRAZIA 2.0

Cresce l’attenzione nei confronti della «democrazia 2.0», ovvero di un sistema che permetta ai cittadini di esprimersi – via Web – su molte se non tutte le questioni di interesse pubblico. Ad iniziare dalla scelta dei candidati. Beppe Grillo, il comico prestato alla politica, annuncia che i candidati del Movimento 5 Stelle saranno scelti on line. Dai cittadini-utenti-elettori. Dunque, solo per questo, avranno una maggiore legittimità rispetto a quelli dei partiti tradizionali, designati dalle segreterie senza passare al vaglio del voto. La democrazia diretta come mezzo per spazzare via il vecchiume della politica e, con esso, l’intera classe dirigente. Questo vuole il M5S, ma non solo. Che la Rete possa essere uno strumento utile a rinnovare dal basso la democrazia è un’idea sempre più diffusa. Internet come spazio aperto di partecipazione interessata, informata e consapevole. Di questo parla, ad esempio, anche Marco Magrini, su «nòva», l’inserto de «Il Sole 24 Ore» uscito domenica 16 settembre. Ma è davvero auspicabile, come lascia intendere l’autore, vivere in un Paese dove la democrazia diretta manda in soffitta la democrazia rappresentativa, dove i temi più significativi vengono decisi con un referendum on line? A mio avviso, no. E non tanto per il rischio, evidenziato nell’articolo, che qualche hacker violi la sicurezza del sistema e stravolga la volontà popolare. Il pericolo, vero, è un altro: un eccesso di democrazia diretta, soprattutto se costruita sulle fondamenta d’argilla del Web. Non accusatemi di blasfemia, né tanto meno di luddismo: contestare un cyber-utopismo tanto ingenuo quanto pericoloso non significa essere contro l’innovazione tecnologica. Si tratta, semplicemente, di mantenere un minimo di spirito critico, evitando di rimanere accecati dalla fede incondizionata sulle proprietà taumaturgiche della Rete.

Il rapporto tra Internet e democrazia presenta, infatti, alcune criticità. Penso, ad esempio, alla polarizzazione e alla frammentazione che contraddistinguono le discussioni online. Discussioni per modo di dire, visto che si svolgono prevalentemente in «camere di risonanza», dove accedono quasi esclusivamente individui con le stesse opinioni che, consapevolmente o meno, si sottraggono al confronto con chi la pensa in modo diverso. Una tendenza, questa, rafforzata anche da quella che Eli Pariser – pioniere dell’attivismo politico online e dirigente di MoveOn.org, l’organizzazione progressista che ha dato un contributo determinante nella campagna per l’elezione di Barack Obama – chiama la «bolla dei filtri», ovvero il personale bagaglio di informazioni all’interno del quale si vive quando si è online. Da questo punto di vista, l’adattamento del flusso di informazioni alla nostra identità porta alla graduale scomparsa dell’esperienza comune, con conseguenze negative sul discorso politico e, quindi, sul funzionamento delle istituzioni democratiche.

C’è poi un’altra questione di cruciale importanza: la Rete favorisce davvero la formazione di un’opinione pubblica più informata e, quindi, un’eventuale partecipazione consapevole dei cittadini alle decisioni di interesse pubblico? Temo che abbia ragione il massmediologo Geert Lovink, quando afferma che «la cosiddetta rivoluzione dell’informazione si è disintegrata in un’inondazione di disinformazione». Sottoposta a un continuo bombardamento di stimoli, la mente delle persone tende infatti a valutare le informazioni non in base alla veridicità e alla rilevanza, bensì privilegiando le più attuali e, su suggerimento degli algoritmi, le più popolari. Su questo, coloro che aspirano alla realizzazione di un sistema di democrazia diretta attraverso l’utilizzo del Web dovrebbero riflettere attentamente.

Allo stesso modo, dovrebbero riflettere attentamente anche su un altro aspetto: l’eccessiva partecipazione cibernetica rischia di condizionare negativamente l’azione di leader politici, resi schiavi delle infinite voci del Web. «Leggi i sondaggi, segui i blog, tieni conto dei messaggi che appaiono su Twitter e degli stati su Facebook e dirigiti esattamente là dove si trovano gli altri e non dove pensi che dovrebbero andare. Ma se tutti “seguono”, chi dirige?», si chiede l’editorialista del «New York Time» Thomas L. Friedman. Che aggiunge: «Quando si dispone di tecnologie che facilitano reazioni e giudizi rapidi e immediati, e quando si ha a che fare con una generazione abituata a ricevere gratificazioni istantanee – ma ci si trova a dover affrontare questioni complesse, come l’attuale crisi creditizia o la mancanza di posti di lavoro o l’esigenza di costruire da zero i Paesi arabi – si è alle prese con una notevole discrepanza – nonché una sfida per la leadership». E per la democrazia, il cui stato di salute, già precario, potrebbe aggravarsi se ricorressimo alla terapia sbagliata.

STALIN COME FACEBOOK, PERCHE’ NO?

Perché no? Un’organizzazione russa che difende le vittime della repressione politica staliniana – Organizzazione Vittime delle Repressioni Illegali – ha lanciato per il 75esimo anniversario dell’inizio del Grande terrore una campagna pubblicitaria che paragona Josif Stalin ai social network e a varie risorse Internet. L’intento è far capire ai giovani gli orrori del periodo più oscuro nella storia dell’Unione sovietica.

Il risultato è opinabile, con slogan del tipo: “Stalin era come Twitter, ha affascinato milioni di persone”, “Stalin era come Facebook, apprezzava chi diffondeva informazioni”, ossia la delazione, o ancora “Stalin era come YouTube, permetteva di caricare e postare”, con chiaro riferimento alle vittime del terrore messe sui carri e portate nei gulag.

La comunicazione sociale è stata pubblicata da varie riviste – e con particolare rilievo su Bolshoi Gorod, mensile di orientamento anti-governativo – ha scatenato polemiche sul web. L’idea del progetto appartiene allo studente dell’Accademia delle comunicazioni Wordshop, Ilya Tehlikidi, il cui bisnonno venne perseguitato e ucciso negli anni 30 e la cui bisnonna, nonostante i 3 figli, finì in un Gulag siberiano.

Provocazione interessante.

SE INTERNET DA’ I NUMERI

Statistiche curiose. E interessanti. Ad esempio: è “Imu” la parola più ricercata in Italia dagli utenti di internet nei primi mesi del 2012, con picchi di aumento del 5000%, seguita da Terremoto (+300%), Twitter (+100%), Amazon (+100%). Il dato è stato reso noto oggi da Vincenzo Cosenza, della società di analisi Blogmeter, nella relazione iniziale di ‘State of the Net’, incontro internazionale sullo ‘stato’ di Internet in Italia, a Trieste. Al livello nazionale sono 40 milioni i potenziali utenti della rete, 28 milioni quelli realmente attivi al mese, con un aumento del 7,6% rispetto al 2011, e 14 milioni nel giorno medio. Cresce il tempo speso online nel giorno medio (un’ora e 21 minuti) ma diminuiscono le pagine viste per persona (147) A usare la rete sono di più gli uomini (7.587.000) rispetto alle donne 6.211.000; l’età più rappresentata è quella tra 25 e 34 anni. I termini più digitati nei motori di ricerca sono Facebook, Youtube, la propria casella di mail, Google (curiosamente si usa Google per cercare Google), il meteo e i giochi. Facebook è il luogo privilegiato di incontro, seguito a grande distanza da Twitter e da Linkedin. Fin qui i numeri. Che vanno interpretati. Analizzati. Prima che l’uso intensivo di internet annulli le nostre capacità di riflessioni approfondite. Sappiamo, infatti, che l’utilizzo intensivo della rete provoca persino conseguenze neurologiche. Scrive, a questo proposito, Nicholas Carr: “Se il tempo trascorso sul Web rimpiazza completamente quello che passiamo a leggere libri, se ci dedichiamo molto di più a scambiarci bocconcini di messaggi invece di comporre frasi e paragrafi, e a saltare da un link all’altro anziché fermarci per una pausa di calma riflessione e contemplazione, i circuiti che presiedono a quelle vecchie funzioni e occupazioni intellettuali si indeboliscono e cominciano a cadere in pezzi”. I numeri vanno dunque inseriti in una cornice cognitiva per essere analizzati in modo corretto. Se passiamo sempre più tempo in rete, se internet è il canale di informazione privilegiato, se i social network rappresentano sempre di più il nostro “luogo” di incontro e di confronto, dobbiamo chiederci quali possono essere le conseguenze. Prima che sia troppo tardi.

I MINORI E I PERICOLI DEL WEB

Finalmente! Facebook sta sviluppando una tecnologia che consentirà ai bambini con meno di 13 anni di usare il social-network sotto il controllo dei genitori. E’ quanto riporta oggi il Wall Street Journal, ricordando che oggi i minori di 13 anni non possono accedere a Facebook, sebbene molti bambini mentano sulla loro età, mettendo così in difficoltà l’azienda, tenuta al rispetto della legge federale che prevede che i siti ottengano il consenso dei genitori prima di raccogliere i dati personali dei minori.

Stando a quanto riportato da alcune fonti vicine ai dirigenti di Facebook, il meccanismo al vaglio del social network prevede che gli account dei bambini siano collegati a quelli dei loro genitori, in modo che questi possano autorizzare le amicizie dei figli e le applicazioni da usare.

“Studi recenti hanno evidenziano quanto sia difficile far rispettare i limiti di età su internet, soprattutto quando i genitori autorizzano i figli ad accedere ai contenuti e ai servizi della rete – ha sottolineatoFacebook in risposta al Wsj sulla nuova tecnologia – siamo in continuo contatto con azionisti, autorità e altri legislatori sul modo migliore per aiutare i genitori a garantire la sicurezza dei loro figli nella rete in continua evoluzione”.

Secondo un rapporto dei consumatori dello scorso anno, sono stati 7,5 milioni i bambini con meno di 13 anni a usare il sito, di cui 5 milioni con meno di 10 anni. Uno studio sponsorizzato da Microsoft Research diffuso lo scorso autunno ha rivelato che il 36% dei genitori è a conoscenza dell’uso di Facebook dei propri figli.

Ora tocca alle scuole: è indispensabile educare all’utilizzo di internet e dei social network…

DIFESA CRITICA DELLA COMUNICAZIONE POLITICA

E’ passato (forse) inosservato l’articolo di Edoardo Boria, pubblicato sull’ultimo numero di “Limes”, la rivista italiana di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Eppure si tratta di un pesantissimo “j’accuse” nei confronti della comunicazione politica, la cui regressione sarebbe tra le cause dell’attuale stato di malessere della democrazia. Boria segnala una degenerazione della ricerca del consenso, non soltanto in occasione delle campagne elettorali. Dal momento che “le regole di funzionamento della democrazia inducono i corpi politici a impegnarsi per vendere al meglio se stessi e il proprio prodotto politico”, si può sostenere che “un ideale equivale a uno yogurt, a un dentifricio o a un suv”.  Il “cittadino-consumatore” viene prima ipnotizzato per poi essere sedotto attraverso le tecniche “immorali” del marketing politico. “Siamo in presenza di una patologia della democrazia contemporanea”, scrive Edoardo Boria. E i rischi, avvisa, sono seri e da non sottovalutare. “L’indebolimento delle capacità critiche dei riceventi l’informazione – precisa – è ovviamente pericolosissima, e dimostra fino a che punto le tecniche di persuasione siano un pericolo per la democrazia”.

Anche se le argomentazioni di Edoardo Boria non sono sempre convincenti, il suo articolo solleva una questione rilevante: i comunicatori politici sono in qualche modo corresponsabili della conclamata crisi della democrazia, non solo italiana? A mio avviso, no. Qualche piccola colpa la possono anche avere. Ma sono altre le ragioni per le quali la democrazia, per dirla con Carlo Galli, si è ingrigita, tanto che la sua sopravvivenza è divenuta larvale. Non a caso, su questo tema c’è un ampio dibattito nella letteratura politologica. Scagliarsi contro la comunicazione politica, come fa l’autore, significa dunque sbagliare bersaglio. E, soprattutto, prospettiva. In particolare in riferimento alla “propaganda 2.0”. A questo proposito, Boria ritiene che, grazie a internet, i cittadini sono più informati e possono beneficiare di nuove forme di partecipazione alla vita pubblica. Ma è proprio per questa maggiore consapevolezza razionale delle questioni politiche, resa possibile dal web, che cresce nella popolazione il disincanto democratico. “Un cittadino più attento è anche più critico”, dice, e questo alimenta un pericoloso circolo vizioso: tanto più cala la fiducia nella politica-spettacolo, tanto più essa reagisce accentuando la tendenza alla spettacolarizzazione per tentare di destare interesse. Cittadini meglio informati e più critici, dunque. A scapito della democrazia.

E’ proprio così?

A mio parere, la riflessione di Boria parte da un presupposto errato. E’ vero che la rete offre maggiori possibilità di informazione e di comunicazione, ma è altrettanto vero che essa si è rivelata, come osserva Lovink, “un terreno fertile per le opinioni polarizzate”, “un campo di battaglia”, con “un’attitudine a distruggere il dialogo”. Non solo. Il web sta provocando effetti profondi anche sulle capacità critiche degli utenti-cittadini. “Internet ci rende stupidi”, secondo la famosa formula di Nicholas Carr. Nel senso che, per dirla ancora con Lovink, “se il web privilegia il tempo reale, c’è meno spazio per la riflessione e più tecnologia tesa a facilitare chiacchiere impulsive”. In questo senso, si può dunque dire che la “twitterizzazione” del dibattito politico incide negativamente sull’opinione pubblica e, di conseguenza, anche sull’efficienza dei nostri sistemi di governo democratici. E’ questo il vero circolo vizioso che contribuisce alla crisi della democrazia e contro il quale è giunto il momento di agire.