SE ANCHE AGLI ARTIGIANI SERVE UNA BUONA COMUNICAZIONE

“Possibile che i nostri amici americani indichino come via d’uscita alla crisi di questi anni quella piccola impresa che per trent’anni ha segnato il nostro modello industriale e che oggi tanti autorevoli osservatori considerano poco più che un imbarazzante retaggio del passato?”. Rispondendo (anche) a questo interrogativo, Stefano Micelli, docente di Economia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, propone un viaggio nel mondo artigiano che merita attenzione, anche da parte di coloro che si occupano di comunicazione. E, soprattutto, indica una via che potrebbe permettere al mondo produttivo di superare il mare tempestoso della crisi, senza incagliarsi su qualche scoglio pericoloso, come la nostalgia per il tempo che fu o la paura di affrontare un mondo globalizzato. Nel suo “Futuro Artigiano” (Marsilio Editore), Micelli riporta l’opinione espressa dal direttore di Wired Chris Anderson, secondo il quale “la prossima rivoluzione industriale sarà guidata da una nuova generazione di piccole imprese a cavallo tra l’alta tecnologia e l’artigianato, capaci di fornire prodotti innovativi, altamente personalizzati, su scala limitata”. La capacità nel saper fare, dunque, ritrova uno spazio rilevante, come dimostrano alcuni casi di successo. Non solo negli Stati Uniti. L’importante è intendersi sul significato delle parole. Tanto per iniziare, rimarca l’autore, l’artigianato non può e non deve essere identificato solo con la piccola impresa. Non è una questione di dimensioni, ma di competenze. “Se artigiani sono per noi solo i piccoli imprenditori – scrive Micelli – non riusciamo a cogliere il valore che il lavoro artigiano ha nelle imprese di maggiori dimensioni”. E a supporto di questa tesi si trovano anche alcune esperienze emblematiche che aiutano a capire come i nuovi artigiani, pur essendo gli eredi di una lunga tradizione, possono rivendicare una nuova identità al passo con i tempi. Dalle officine Camoga ai jeans fatti a mano da aziende venete, dai modellisti della Geox ai luna park di Zamperla: in ognuna di queste storie emerge quanto sia essenziale la componente artigiana. Il problema è che la percezione nell’opinione pubblica dell’artigianato resta più vicina alla sua caricatura che alla realtà. Per uscire dalla contrapposizione tra la grande fabbrica fordista e il piccolo artigiano nemico della modernità è dunque necessario iniziare a raccontare e a formare diversamente l’uomo artigiano del XXI secolo. Quelle che sta nella globalizzazione, che padroneggia le nuove tecnologie, che sa essere creativo anche grazie all’intelligenza delle mani, che sa parlare le lingue straniere, che riesce a comunicare (o meglio: a raccontare) il valore dei proprio prodotto. Non è una sfida da poco, ma – suggerisce Micelli – vale la pena giocarla. Perché “un artigiano che decide di confrontarsi con una comunità internazionale per proporre la sua eccellenza all’interno di filiere globali è un artigiano che costringe l’intero paese a ripensare se stesso, la sua storia e il suo futuro”. Dunque, per tornare all’interrogativo iniziale: sì, c’è spazio per un nuovo futuro artigiano, a patto che si attribuisca a questa espressione il giusto significato. E, in questa partita, un ruolo decisivo lo possono giocare anche i professionisti della comunicazione. Che farebbero bene a leggere questo libro, per questi a altri motivi. Ne cito soltanto un altro: il rapporto tra l’intelligenza verticale (“A” come artigianale) e l’intelligenza orizzontale (“T” come testi di intelligenza) che si presta a interessanti riflessioni sull’impatto delle nuove tecnologie sulle capacità intellettive degli individui. Tema cruciale  che richiede un ulteriore approfondimento.