TROPPE CRITICHE, CHIUSA LA PAGINA FACEBOOK: UN AUTOGOL COMUNICATIVO

I dirigenti del partito islamico Ennahda, al potere in Tunisia, hanno deciso di chiudere la pagina Facebook del loro leader e fondatore, lo sceicco Rashed Ghannouchi, per la pioggia di commenti critici scritti dagli utenti del social network nei confronti dell’esecutivo. Secondo quanto riporta il quotidiano ‘al-Quds al-Arabi’, le critiche riguardavano la politica economica del governo e hanno fatto seguito alle dimissioni del ministro dell’Economia, Hussein al-Dimasi, che la scorsa settimana ha deciso di uscire dal governo per protesta contro alcune misure adottate. Al-Dimasi, in particolare, ha contestato la decisione di risarcire economicamente tutti i detenuti politici finiti in carcere sotto il regime dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali. Prima di essere pubblicate sulla pagina Facebook di Ghannouchi, le critiche avevano fatto il giro del web grazie ad una campagna promossa da alcuni attivisti dell’opposizione contro il governo del premier tunisino Ahmed Djabali. Non una grande strategia di comunicazione. Anzi: un vero e proprio autogol.

ELEZIONI 2013, ULTIMA CHIAMATA ANCHE PER I COMUNICATORI?

Sostiene Angelo Panebianco che “cambiare radicalmente stile comunicativo potrebbe essere l’unica via d’uscita” alla crisi di legittimità di cui soffrono tutti i maggiori partiti politici italiani, con le inevitabili conseguenze negative sulle stesse istituzioni democratiche. Nel suo editoriale pubblicato sul “Corriere della Sera” di domenica 15 luglio, il politologo evidenzia come vi sia una paradossale paura della democrazia: più si avvicina la fine dell’attuale legislatura e, quindi, dell’esperienza del governo tecnico più cresce un senso di ansia e frustrazione per l’attuale vuoto nell’offerta politica. Spiega Panebianco: “E’ diffusa la convinzione che le forze politiche fra le quali si distribuiranno i voti degli italiani siano tutte inadeguate, costitutivamente incapaci di perseverare nelle politiche di risanamento che la crisi ha reso necessarie”. La soluzione indicata è “estranea alle nostre tradizioni”, ma è anche l’unica possibile: evitare di condurre la solita campagna elettorale a suon di slogan, di promesse generiche e di prese di posizione ideologiche contro il nemico per puntare invece su progetti specifici.
Non posso che essere d’accordo con queste considerazioni. Già in un mio precedente articolo sulle sfide della comunicazione che si sono aperte con il vuoto colmato temporaneamente dal governo tecnico, osservavo che ad essere mancato negli ultimi vent’anni, anche sotto il profilo della comunicazione politica, è l’orientamento alle policies più che alla politics, all’efficacia dell’azione governativa più che allo scontro ideologico tra schieramenti diversi. E aggiungevo: “La sfida che si apre per i politici e anche per i consulenti di comunicazione è cruciale: ricostruire la credibilità dei partiti agli occhi dell’opinione pubblica. Per vincerla sarebbe opportuno iniziare a costruire una vera democrazia dell’output, con gli schieramenti che si confrontano, e a volte magari si scontrano, sulle scelte di policies, misurandosi così soprattutto sull’efficacia (o la non efficacia) dell’azione governativa. Ciò contribuirebbe a produrre una classe dirigente preparata e, di conseguenza, a ridare dignità ai partiti, elemento cardine della rappresentanza democratica”.
Panebianco sostiene grossomodo la stessa tesi: passare dal metodo “ideologia+promesse generiche” al metodo “progetti specifici” per attuare radicali cambiamenti di stile politico e comunicativo. Una scelta quasi obbligata, perché – si legge ancora nell’editoriale – condurre la solita campagna elettorale all’italiana sarebbe un errore fatale, visto che il discredito della politica, documentato dai sondaggi, ha superato il livello di guardia. Forse, dunque, non è azzardato affermare che la campagna per le prossime elezioni politiche metterà alla prova, come mai prima d’ora, anche i professionisti della comunicazione politica, ai quali si chiede un salto di qualità nella definizione delle strategie. Sbaglia chi pensa di utilizzare la solita cifra comunicativa, magari nell’illusione di combattere i “grillismi” sul terreno scivoloso dell’antipolitica.
E’ necessario rendersi conto che dalla riconquista della credibilità da parte dei partiti passa non solo il successo o l’insuccesso della campagna elettorale, ma anche la sopravvivenza stessa della nostra democrazia. A questo proposito, valgano, per tutti, le parole del filosofo
Eric Weil: “La democrazia non resiste, per una sorta di grazia di stato, a ogni prova, a ogni tensione, a ogni ingiustizia. Essa è dappertutto una marcia verso la ragione, un’educazione perpetua dell’uomo dall’uomo stesso, affinché quest’uomo sia veramente e pienamente tale (…) la democrazia non è mai: è sempre da realizzare”.

POLITICA, SCADALI GIUDIZIARI E LA BUCCIA DI BANANA DEI “NON”

Mentre gli scandali giudiziari stanno contribuendo a portare ai minimi storici la fiducia degli italiani nella politica e nei partiti, si registrano grossolani errori di comunicazione. Senza entrare nel merito delle singole vicende, c’è un interrogativo che, forse, merita un po’ di attenzione: com’è possibile che figure di primissimo piano della politica nazionale scivolino sulla buccia di banana dei “non”? Detto in altri termini: come possono commettere errori così gravi, per di più in situazioni che invece andrebbero gestite con il massimo dell’attenzione?

Sembra quasi che la storia non insegni nulla, se è vero, com’è vero, che assistiamo quasi quotidianamente a politici che si difendono dalle accuse affermando: “Io non…”. Dimenticando, evidentemente, episodi che sono entrati nei manuali di comunicazione. Come quello relativo a Richard Nixon. Durante lo scandalo del Watergate, per rispondere alle reiterate richieste di dimissioni, l’allora presidente degli Stati Uniti d’America parlò al paese in televisione. E disse: “Non sono un imbroglione”. Come ricorda George Lakoff, tutti pensarono che invece fosse realmente un imbroglione, questo perché “ogni parola si definisce in relazione a un frame” e “anche quando neghiamo un concetto non possiamo evitare di evocarlo”.

Che dire, allora, della strategia comunicativa (ammesso e non concesso che sia davvero tale) del presidente della regione Lombardia, pronto a negare qualsiasi irregolarità in relazione al verbale del fiduciario svizzero di Pierangelo Daccò, secondo il quale Roberto Formigoni avrebbe beneficiato di viaggi pagati dallo stesso Daccò. La dichiarazione del numero uno del Pirellone è stata questa: “Non c’è nessuna irregolarità e soprattutto nessuna regalia. Non ho mai ricevuto alcuna regalia, non ho mai ricevuto un euro da nessuno”. Un’uscita, questa, che pare più emotiva che ragionata. A mio avviso non solo poco efficace, ma addirittura deleteria. Come per Nixon.

Che cosa avrebbe potuto rispondere Roberto Formigoni? Come avrebbe potuto respingere mediaticamente le accuse che gli sono piovute addosso? Una strategia (forse) migliore c’era. Ad esempio, avrebbe potuto far leva sui principi etici e religiosi che orgogliosamente rivendica, ricordando la sua storia personale e politica: “Da uomo cattolico che vive la politica con spirito di servizio, che si ispira alla Dottrina sociale della Chiesa, che ha scolpite nel cuore le parole di Papa Benedetto XVI contro la “sottomissione al dio denaro”, che crede nella giustizia divina prima ancora che nella giustizia dei tribunali, affronto con grande serenità le vicende che mi vedono coinvolto mio malgrado, nella certezza che tutte le accuse si riveleranno presto infondate. Nel frattempo continuo ad impegnarmi a favore dei lombardi, come ho sempre fatto negli ultimi diciassette anni”. Se avesse risposto così, forse Roberto Formigoni avrebbe offerto ai cittadini un’immagine migliore di quella che, negando, ha finito con l’evocare. Forse.

BELLUNO, NORDEST (IL MIO EDITORIALE PER BELLUNO MAGAZINE)

“Il Nordest chiama Belluno”, dice Filiberto Zovico, direttore del Festival Città Impresa, manifestazione giunta quest’anno alla quinta edizione. E Belluno deve rispondere. Non perché l’ingresso in un circuito, comunque importante, risolva i molti e complessi problemi di questo territorio: dalla disoccupazione che cresce al turismo che arranca, dai paesi che si spopolano alle imprese che chiudono. Ma perché, in un momento storico segnato da trasformazioni epocali, non può permettersi di non credere “nelle reti e nelle collaborazioni costruttive”, snobbando quel  “contenitore di idee, visioni, progetti” che ogni anno richiama in molti centri di questo angolo del paese personalità di primo piano del mondo della cultura e dell’economia. Belluno deve partecipare alla costruzione del nuovo Nordest perché ne è parte integrante.

E’ vero: è un territorio diverso dalla metropoli estesa della pianura, ma presenta analogie non secondarie. Basti pensare alle caratteristiche di una società essenzialmente “laburista”, alla presenza diffusa della piccola impresa, all’evoluzione del “suo” distretto, quello dell’occhiale, al ruolo della famiglia, al senso dell’autonomia e del fare da sé. Tutti elementi che contraddistinguono il dna del Nordest e che, nel rivendicare la sua specificità, Belluno ha spesso e colpevolmente dimenticato. Contrapponendo la montagna alla pianura, evidenziando le differenze, erigendo barriere culturali e finendo in un isolamento dal quale è giunto il momento di uscire. In che modo? Riallacciando i rapporti con i territori vicini, intessendo nuove relazioni, costruendo collaborazioni, ampliando gli orizzonti. In questo, l’ingresso nel circuito del “Festival Città Impresa” potrebbe essere utile. Perché permetterebbe a Belluno di mettersi in rete e quindi di confrontarsi con il resto del Nordest su temi e progettualità di rilevanza strategica.

Ha ragione da vendere Enzo Rullani, quando sostiene che il futuro non si prevede, ma si fa. Perché “nasce da eventi non previsti e da tentativi di esplorazione del possibile, fatti da soggetti che portano avanti progetti e idee, capaci di cambiare una sezione più o meno grande dell’esistente. E capaci di coinvolgere in questo disegno altri soggetti e altri poteri, fino a raggiungere quella massa critica che fa la differenza”.  Occorre avere il coraggio di credere nelle proprie idee, ma anche la forza e l’intelligenza di collaborare con tutti coloro che possono essere d’aiuto per realizzarle, condividendo i rischi e i vantaggi. Questo vale per le persone, per le aziende e per i territori. Anche a Belluno, Nordest, Italia.

(www.bellunomagazine.it)

IMPRESE, CENSIS: QUALITÀ E BRAND SONO I FATTORI DI SUCCESSO

Qualità e unicità del prodotto, e forza del brand aziendale, sono i principali fattori di competitività. E’ Lo spaccato che emerge dall’indagine “Idee e proposte per la competitività del sistema Italia”condotta tra la fine del 2011 e i primi mesi del 2012 dal Censis su 153 imprese guidate dai Cavalieri del Lavoro e presentata oggi nel corso di un convegno tenuto a Palazzo Altieri. Il Rapporto ha interpellato soprattutto aziende manifatturiere (85% del totale) di grandi dimensioni (la media è di 1.130 addetti). Ben il 76,8% dei Cavalieri interpellati segnala infatti al primo posto, tra i maggiori fattori di competitività, l’elevata qualità del prodotto/servizio e la sua unicità. A seguire, con il 63,4%, viene chiamata in causa la forza del brand aziendale, che in molti riconoscono come fattore centrale nella capacità dell’impresa di competere sui mercati, perché in grado di accompagnare, a concetti di qualità e unicità, quelli di tradizione, affidabilità, riconoscibilità. L’innovazione rappresenta per la maggioranza delle imprese interpellate una dimensione connaturata ed imprescindibile per fare ed essere impresa competitiva.

La quasi totalità degli intervistati (91,4%) giudica positivo il livello di innovazione raggiunto dalla propria azienda: la maggioranza di questi (71,4%) risulta peraltro del tutto autonoma nel promuovere innovazioni in grado di soddisfare le esigenze del mercato, mentre il 20% tende a farlo attraverso collaborazioni con soggetti esterni, quali Università e centri di ricerca. Tra gli aspetti per cui il panel di soggetti interpellati considera le proprie aziende innovative, vi è al primo posto il contenuto tecnico del prodotto (lo indica il 54,6%, ma nel settore della meccanica allargata la percentuale sale al 75,9%) seguito, a distanza, da quegli elementi finalizzati a garantire elevata qualità alla produzione: i processi produttivi (aspetto indicato dal 39,8% degli intervistati) e il design (38,9%). I servizi legati alla commercializzazione e alla distribuzione sono invece i più penalizzati in termini di innovazione: solo il 31,5% delle aziende dichiara di essere all’avanguardia rispetto alle funzioni strategiche di vendita – analisi di mercato, marketing, comunicazione – e il 30,6% in riferimento ai servizi di accompagnamento al consumatore (consulenza, assistenza).