SOSTENIBILITA’ E COMUNICAZIONE, SE NE PARLA A MILANO

Non c’è azienda oggi che non faccia in qualche misura ricorso al concetto di sostenibilità e responsabilità sociale nel descrivere il proprio approccio al mercato o nella comunicazione con l’esterno, ma i risultati in termini di impatto sul business e credibilità per il consumatore sono spesso discutibili. E’ possibile approcciare il tema dal punto di vista dei rischi e delle opportunità reputazionali e quindi realizzare una comunicazione realmente trasparente e rilevante per il sistema degli stakeholder? Come costruire un posizionamento di mercato corretto e “remunerativo” e con quali metodologie innovative è possibile misurare l’incrocio tra le performance sociali e ambientali e la qualità delle informazioni verso l’esterno? E’ necessario pensare a nuovi format di comunicazione – nella pubblicità, così come a livello corporate, nel caso dei bilanci di sostenibilità – ad altri stili di narrazione e aprire la strada anche a nuove professionalità e a nuove contaminazioni di competenze? Infine, cosa possiamo attenderci per il futuro, man mano che la responsabilità sociale d’impresa diventa sempre più chiave strategica, e quali regole possiamo seguire oggi affinché la sostenibilità abbia domani un impatto più tangibile in termini di profitto, creazione di valore, quote di mercato?

Sono solo alcuni dei temi e degli interrogativi che saranno affrontati a Milano mercoledì 28 marzo alle ore 10.00 presso Altis (Via S. Vittore 18) nel corso dell’evento Quale futuro per la comunicazione della sostenibilità? ,promosso dal CSR Manager Network, l’Associazione che riunisce i responsabili delle politiche di sostenibilità o csr (corporate social responsibility) delle maggiori imprese italiane promossa da Altis (Alta Scuola Impresa e Società dell’Università Cattolica di Milano) e ISVI (Istituto per i valori d’impresa). Per la prima volta l’Associazione dei professionisti che all’interno delle aziende coordinano e gestiscono gli interventi di sostenibilità dedica un evento di approfondimento specifico al tema comunicazione nella sua accezione più strategica e dal punto di vista istituzionale, della comunicazione con il consumatore finale e della rendicontazione agli stakeholder. Grazie anche ad un excursus diricerche più recenti, alla presentazione di casi di successo e all’apporto di strumenti diagnostici innovativi in grado di misurare qualità, rischi e opportunità del posizionamento di mercato, verranno delineate le principali tendenze in atto e un possibile decalogo di buone regole nell’approccio e negli stili comunicativi.

L’incontro prenderà il via con un saluto di Caterina Torcia, Presidente CSR Manager Network a cui seguirà l’intervento introduttivo di Carlo Cici e Danilo Devigili, rispettivamente partner e manager di RGA, sul tema “sostenibilità e posizionamento di comunicazione: rischi e opportunità”. La seconda relazione approfondirà la comunicazione di tipo pubblicitario con l’intervento I don’t fake happiness di Geo Ceccarelli, Direttore Creativo Esecutivo e General Manager TBWA.

Seguiranno due Tavole Rotonde con alcune imprese leader, esperti e rappresentanti degli stakeholders. La prima, moderata dal giornalista e blogger www.SRIvoluzione.it, Andrea di Turi, sarà dedicata alla comunicazione istituzionale con gli interventi di: Filippo Bocchi, CSR Manager Gruppo Hera, Maria Cristina Ferradini, Head of sustainability and foundation Vodafone, Francesca Magliulo, CSR Manager Edison, Rossella Muroni, Direttore Generale Legambiente e Alessandra Piloni, Chief Communications Officer Consumers’ Forum.

La seconda Tavola Rotonda approfondirà il tema della sostenibilità nelle campagne pubblicitarie. Moderata da Enzo Argante, giornalista e fondatore Comitato Nuvola Verde, vedrà la partecipazione di: Giulio Marotta, Esperto Osservatorio sulla Pubblicità ingannevole di Assoutenti, Massimo Milita, Direttore Marketing Sorgenia, Carlo Orlandi, Presidente Comitato di Controllo Istituto Autodisciplina Pubblicitaria, Luciano Pirovano, International Business Development and Csr Manager Bolton Alimentari. (Fonte: www.ferpi.it)

LA TEMPESTA (QUASI) PERFETTA

Devo ammettere di essermi avvicinato al libro di Gianluca CominDonato Speronicon grande curiosità, ma anche con qualche perplessità. Cosa potrà mai aggiungere, mi chiedevo, questo volume ad altri importanti saggi usciti negli ultimi mesi? Ancora suggestionato dalle pagine diThomas L. Friedman (Caldo, piatto e affollato. Com’è oggi il mondo, come possiamo cambiarlo, Mondadori), diLaurence C. Smith2050. Il futuro del grande Nord, Einaudi) e di Jeremy Rifkin (La Terza Rivoluzione Industriale, Mondadori), temevo che la lettura di 2030 La tempesta perfetta potesse rivelarsi una delusione, nonostante la rilevanza e il fascino degli argomenti trattati. Non è stato così. Anzi. E’ un altro lo stato d’animo che accompagna il lettore lungo tutte le duecento godibilissime pagine: l’angoscia di non avere risposte ad alcuni fondamentali interrogativi che gravano sull’umanità. Riusciremo, tutti noi abitanti del pianeta terra, ad affrontare in modo efficace le enormi sfide che ci attendono? Riusciremo a disinnescare la bomba demografica, con tutte le conseguenze che essa comporta? Riusciremo ad arginare i cambiamenti climatici, mettendo un freno alle emissioni di anidride carbonica? Riusciremo a produrre energia pulita in misura sufficiente a soddisfare la domanda di un mondo sempre più affollato e sviluppato? Insomma: riusciremo a superare la tempesta perfetta?

In questo senso, l’analisi di Gianluca Comin e Donato Speroni offre una sintesi efficace delle questioni che la politica deve – o meglio sarebbe dire dovrebbe – affrontare, onde evitare disastrose conseguenze per noi e, soprattutto, per i nostri figli. Purtroppo, come giustamente sottolineano gli autori, la classe dirigente sembra soffrire di una malattia terribile: il presentismo. E’ eccessivamente impegnata in una “corsa al consenso breve, indotto dal ritmo quasi annuale di elezioni locali e nazionali” per avere una visione a lungo termine. E questa, a mio avviso, è la vera grande incognita che rende particolarmente scivolosa la strada che dobbiamo percorrere nel prossimo futuro.

A questo proposito, gli autori si soffermano anche sulla necessità di avere un governo mondiale che si occupi dei fenomeni globali, dai cambiamenti climatici ai diritti umani. Secondo Comin e Speroni, questa sarebbe la soluzione ottimale, e quindi auspicabile, per affrontare la tempesta perfetta. “Un’organizzazione internazionale dotata di capacità decisionali ed effettivi poteri di intervento – scrivono – per ora sembra solo un’utopia, ma la Storia è capace anche di grandi accelerazioni”. Speriamo, lasciano intendere gli autori. Speriamo di no, direi io. Non c’è dubbio che lo squilibrio fra l’estensione globale di alcuni problemi e l’ambito nazionale della governance rappresenti un punto critico. I due autori, però, sembrano cadere in quella che Dani Rodrikchiama la tentazione di una versione globale del capitalismo 2.0, ovvero la realizzazione di una governance globale, con una regolamentazione globale, con standard globali, con reti di sicurezza globali. Si tratta di un’ipotesi suggestiva, ma – come giustamente osserva l’economista americano – non realistica e, soprattutto, indesiderabile. Non realistica perché ripone troppa fiducia nella presenza di una leadership globale e nella disponibilità dei paesi a cedere la propria sovranità. Non desiderabile perché esistono diversità fondamentali tra le preferenze e le necessità nazionali e, soprattutto, perché non godrebbe di una legittimità democratica. “Il tallone d’Achille della governance globale – scrive Rodrik – è la carenza di rapporti ispirati a una precisa responsabilità”.

L’idea di un governo mondiale, dunque, può essere affascinante. Ma prima di innamorarsene, accettandola acriticamente, sarebbe opportuno porsi qualche interrogativo in più. Anche se angosciante.