DIAMO I NUMERI SUL WEB

Dunque, diamo un po’ i numeri.Sul web naviga il 62,1 per cento della popolazione italiana (+ 9 per cento dell’utenza rispetto al 2011) e gli iscritti a Facebook nel Belpaese sono passati dal 49 per cento dello scorso anno all’attuale 66,6 per cento degli internauti, ovvero il 41,3 per cento della popolazione e il 79,7 per cento dei giovani. E’ quanto si legge nel decimo rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione, promosso da 3 Italia, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecom Italia e presentato oggi a Roma presso la Sala Capitolare del Senato. Il rapporto aggiunge che YouTube, che nel 2011 raggiungeva il 54,5 per cento di utenti tra le persone con accesso a internet, arriva ora al 61,7 per cento, pari al 38,3 della popolazione complessiva e al 79,9 per cento dei giovani.

Il titolo dato al rapporto (“I media siamo noi. L’inizio dell’era biomediatica”) intende attirare l’attenzione su un elemento emerso dalla ricerca, ovvero che il notevole sviluppo di internet (sia del numero degli utenti, sia delle sue applicazioni), il web 2.0, i social network, la miniaturizzazione dei dispositivi hardware e la proliferazione delle connessioni mobili hanno esaltato il primato del soggetto. L’individuo si specchia nei media (ne e’ il contenuto) creati dall’individuo stesso (che ne e’ anche il produttore). Gli utenti stessi si costruiscono i palinsesti multimediali personali, tagliati su misura in base alle esigenze e preferenze. E gli utenti realizzano di continuo contenuti digitali che, grazie a internet, vengono resi disponibili in molti modi. “L’autoproduzione di contenuti nell’ambiente web privilegia dunque in massima parte l’esibizione del se'”, si legge nel rapporto. Infine, la ricerca sottolinea come il 54,3 per cento della popolazione sia favorevole ad una maggiore tutela della privacy per mezzo di una normativa piu’ severa che preveda sanzioni e la rimozione dei contenuti sgraditi.

ANDAMENTO LENTO

Volevo segnalare questa simpatica iniziativa, che – in un certo senso – si ispira alla stessa filosofia del Movimento Slow Communication. Il 19 settembre una carovana di ‘viaggiatori lenti’, accompagnati da asinelli, arriverà a Venezia, completando un cammino iniziato 15 giorni prima da Milano. Obiettivo: percorrere in due settimane una distanza che di solito richiede due ore, prendendosi il tempo che serve per conoscere il territorio e, soprattutto, le persone che lo abitano, sperimentando un modo lento di viaggiare e forme antiche di economia, come il baratto.

Il viaggio è iniziato il 5 settembre da Milano. Pedalando il gruppo ha raggiunto Ferrara percorrendo 340 km in 6 giorni, per lasciare poi le biciclette e proseguire a piedi, da Ferrara Venezia, in altri 9 giorni e 135 km. In questa seconda parte del percorso, i partecipanti avranno al seguito anche quattro asinelli, che non saranno cavalcati da nessuno ma daranno il passo a tutta la compagnia.

Durante il viaggio il gruppo cerca di privilegiare forme di scambio per ricevere ristoro e accoglienza grazie alla presenza, tra i viaggiatori, di blogger, video maker, fotografi, esperti di social network e un pittore acquarellista. Ognuno di loro contribuisce con la propria creatività, scrivendo testi, diari di viaggio, poesie, racconti, fotografando, realizzando video, disegni, acquarelli che possono essere scambiati con l’ospitalità delle strutture di accoglienza lungo il percorso.

Un’altra forma di baratto prevede la comunicazione e diffusione delle iniziative e delle realtà virtuose incontrate nei luoghi attraversati: le testimonianze vengono raccolte in video e diari e pubblicate sui canali di comunicazione del Movimento Lento e della Compagnia dei Cammini.

Passo dopo passo, prenderà forma un racconto corale che verrà condiviso in occasione della Conferenza internazionale della decrescita, lo sviluppo sostenibile e l’equità sociale, arrivando il 19 settembre 2012 a Venezia, proprio nel giorno del suo inizio.

Tutto l’itinerario viene tracciato con Gps e pubblicato per consentire a chiunque lo voglia di ripercorrere il viaggio in futuro, stampando le mappe e scaricando le tracce digitali. E’ possibile seguire lo sviluppo del viaggio in tempo reale sul sito www.miraggi.movimentolento.it, su Facebook e Twitter. Il viaggio-evento è organizzato da due associazioni senza scopo di lucro dedicate alla cultura del viaggio lento: il Movimento Lento (www.movimentolento.it) e la Compagnia dei Cammini (www.cammini.eu).

Complimenti!!!

L’ERRORE DI FACEBOOK

L`amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg, ha parlato con i giornalisti per la prima volta dall`Ipo deludente dello scorso 18 maggio, cercando di tranquillizzare gli investitori. Il numero uno del social network ha risposto alle domande sul futuro dell`azienda dopo il crollo del titolo avvenuto negli ultimi mesi.

“E` il momento migliore per restare con noi e raddoppiare la posta”, ha detto durante la conferenza stampa che si è tenuta al TechCrunch di San Francisco, sottolineando di avere a cuore la situazione degli azionisti. “Non è la prima volta che abbiamo alti e bassi”, ha aggiunto e, ammettendo di essere “ovviamente deluso” per l`andamento del titolo, ha detto di voler scommettere ora sulla telefonia mobile, dove “faremo molti più soldi di quelli che facciamo con i computer”.

Le poche parole ottimiste di Zuckerberg hanno fatto volare il titolo a Wall Street dove, due ore dopo la chiusura delle contrattazioni, è arrivato a guadagnare più del 4 per cento al di sopra dei 20 dollari per azione, dopo avere chiuso in rialzo del 3,3 per cento a 19,43 dollari.

SCHIAVI DEGLI ALGORITMI

Schiavi degli algoritmi. Adesso scopriamo che le conversazioni private tra gli utenti di Facebook vengono analizzate  proprio da un algoritmo in grado di identificare e prevenire possibili reati in base alle parole che vengono scambiate. L’algoritmo è studiato in modo da identificare un possibile messaggio criminale o eventuali piani per attentati alla sicurezza pubblica. Le conversazioni ritenute sospette vengono inoltrate alle forze dell’ordine Usa, e questo sta sollevando polemiche per quanto riguarda la privacy. Nessuno al momento è in grado di stabilire quanto sia preciso l’algoritmo e quali siano le parole in grado di farlo entrare in azione e segnalare le conversazioni “sospette”. Si sa comunque che il codice controlla tutti gli utenti che non sono considerati “chattatori abituali”. Il social network ha fatto sapere che le chat saranno consegnate ai tribunali e alle forze dell’ordine che ne fanno richiesta solo sulla base di reale necessità e consistenza degli indizi. Dunque: la sicurezza prevale sulla libertà, come spesso è già accaduto. Soprattutto negli Usa. Ma non è questo il punto. O, meglio, non è solo questo. L’altro è il ruolo degli algoritmi nel governo del web, a cominciare da quello che regola i motori di ricerca. Algoritmi oscuri alla stragrande maggioranza degli utenti, che però assumono un ruolo centrale nell’organizzazione del mondo virtuale.

STALIN COME FACEBOOK, PERCHE’ NO?

Perché no? Un’organizzazione russa che difende le vittime della repressione politica staliniana – Organizzazione Vittime delle Repressioni Illegali – ha lanciato per il 75esimo anniversario dell’inizio del Grande terrore una campagna pubblicitaria che paragona Josif Stalin ai social network e a varie risorse Internet. L’intento è far capire ai giovani gli orrori del periodo più oscuro nella storia dell’Unione sovietica.

Il risultato è opinabile, con slogan del tipo: “Stalin era come Twitter, ha affascinato milioni di persone”, “Stalin era come Facebook, apprezzava chi diffondeva informazioni”, ossia la delazione, o ancora “Stalin era come YouTube, permetteva di caricare e postare”, con chiaro riferimento alle vittime del terrore messe sui carri e portate nei gulag.

La comunicazione sociale è stata pubblicata da varie riviste – e con particolare rilievo su Bolshoi Gorod, mensile di orientamento anti-governativo – ha scatenato polemiche sul web. L’idea del progetto appartiene allo studente dell’Accademia delle comunicazioni Wordshop, Ilya Tehlikidi, il cui bisnonno venne perseguitato e ucciso negli anni 30 e la cui bisnonna, nonostante i 3 figli, finì in un Gulag siberiano.

Provocazione interessante.

SE INTERNET DA’ I NUMERI

Statistiche curiose. E interessanti. Ad esempio: è “Imu” la parola più ricercata in Italia dagli utenti di internet nei primi mesi del 2012, con picchi di aumento del 5000%, seguita da Terremoto (+300%), Twitter (+100%), Amazon (+100%). Il dato è stato reso noto oggi da Vincenzo Cosenza, della società di analisi Blogmeter, nella relazione iniziale di ‘State of the Net’, incontro internazionale sullo ‘stato’ di Internet in Italia, a Trieste. Al livello nazionale sono 40 milioni i potenziali utenti della rete, 28 milioni quelli realmente attivi al mese, con un aumento del 7,6% rispetto al 2011, e 14 milioni nel giorno medio. Cresce il tempo speso online nel giorno medio (un’ora e 21 minuti) ma diminuiscono le pagine viste per persona (147) A usare la rete sono di più gli uomini (7.587.000) rispetto alle donne 6.211.000; l’età più rappresentata è quella tra 25 e 34 anni. I termini più digitati nei motori di ricerca sono Facebook, Youtube, la propria casella di mail, Google (curiosamente si usa Google per cercare Google), il meteo e i giochi. Facebook è il luogo privilegiato di incontro, seguito a grande distanza da Twitter e da Linkedin. Fin qui i numeri. Che vanno interpretati. Analizzati. Prima che l’uso intensivo di internet annulli le nostre capacità di riflessioni approfondite. Sappiamo, infatti, che l’utilizzo intensivo della rete provoca persino conseguenze neurologiche. Scrive, a questo proposito, Nicholas Carr: “Se il tempo trascorso sul Web rimpiazza completamente quello che passiamo a leggere libri, se ci dedichiamo molto di più a scambiarci bocconcini di messaggi invece di comporre frasi e paragrafi, e a saltare da un link all’altro anziché fermarci per una pausa di calma riflessione e contemplazione, i circuiti che presiedono a quelle vecchie funzioni e occupazioni intellettuali si indeboliscono e cominciano a cadere in pezzi”. I numeri vanno dunque inseriti in una cornice cognitiva per essere analizzati in modo corretto. Se passiamo sempre più tempo in rete, se internet è il canale di informazione privilegiato, se i social network rappresentano sempre di più il nostro “luogo” di incontro e di confronto, dobbiamo chiederci quali possono essere le conseguenze. Prima che sia troppo tardi.

I MINORI E I PERICOLI DEL WEB

Finalmente! Facebook sta sviluppando una tecnologia che consentirà ai bambini con meno di 13 anni di usare il social-network sotto il controllo dei genitori. E’ quanto riporta oggi il Wall Street Journal, ricordando che oggi i minori di 13 anni non possono accedere a Facebook, sebbene molti bambini mentano sulla loro età, mettendo così in difficoltà l’azienda, tenuta al rispetto della legge federale che prevede che i siti ottengano il consenso dei genitori prima di raccogliere i dati personali dei minori.

Stando a quanto riportato da alcune fonti vicine ai dirigenti di Facebook, il meccanismo al vaglio del social network prevede che gli account dei bambini siano collegati a quelli dei loro genitori, in modo che questi possano autorizzare le amicizie dei figli e le applicazioni da usare.

“Studi recenti hanno evidenziano quanto sia difficile far rispettare i limiti di età su internet, soprattutto quando i genitori autorizzano i figli ad accedere ai contenuti e ai servizi della rete – ha sottolineatoFacebook in risposta al Wsj sulla nuova tecnologia – siamo in continuo contatto con azionisti, autorità e altri legislatori sul modo migliore per aiutare i genitori a garantire la sicurezza dei loro figli nella rete in continua evoluzione”.

Secondo un rapporto dei consumatori dello scorso anno, sono stati 7,5 milioni i bambini con meno di 13 anni a usare il sito, di cui 5 milioni con meno di 10 anni. Uno studio sponsorizzato da Microsoft Research diffuso lo scorso autunno ha rivelato che il 36% dei genitori è a conoscenza dell’uso di Facebook dei propri figli.

Ora tocca alle scuole: è indispensabile educare all’utilizzo di internet e dei social network…

DIFESA CRITICA DELLA COMUNICAZIONE POLITICA

E’ passato (forse) inosservato l’articolo di Edoardo Boria, pubblicato sull’ultimo numero di “Limes”, la rivista italiana di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Eppure si tratta di un pesantissimo “j’accuse” nei confronti della comunicazione politica, la cui regressione sarebbe tra le cause dell’attuale stato di malessere della democrazia. Boria segnala una degenerazione della ricerca del consenso, non soltanto in occasione delle campagne elettorali. Dal momento che “le regole di funzionamento della democrazia inducono i corpi politici a impegnarsi per vendere al meglio se stessi e il proprio prodotto politico”, si può sostenere che “un ideale equivale a uno yogurt, a un dentifricio o a un suv”.  Il “cittadino-consumatore” viene prima ipnotizzato per poi essere sedotto attraverso le tecniche “immorali” del marketing politico. “Siamo in presenza di una patologia della democrazia contemporanea”, scrive Edoardo Boria. E i rischi, avvisa, sono seri e da non sottovalutare. “L’indebolimento delle capacità critiche dei riceventi l’informazione – precisa – è ovviamente pericolosissima, e dimostra fino a che punto le tecniche di persuasione siano un pericolo per la democrazia”.

Anche se le argomentazioni di Edoardo Boria non sono sempre convincenti, il suo articolo solleva una questione rilevante: i comunicatori politici sono in qualche modo corresponsabili della conclamata crisi della democrazia, non solo italiana? A mio avviso, no. Qualche piccola colpa la possono anche avere. Ma sono altre le ragioni per le quali la democrazia, per dirla con Carlo Galli, si è ingrigita, tanto che la sua sopravvivenza è divenuta larvale. Non a caso, su questo tema c’è un ampio dibattito nella letteratura politologica. Scagliarsi contro la comunicazione politica, come fa l’autore, significa dunque sbagliare bersaglio. E, soprattutto, prospettiva. In particolare in riferimento alla “propaganda 2.0”. A questo proposito, Boria ritiene che, grazie a internet, i cittadini sono più informati e possono beneficiare di nuove forme di partecipazione alla vita pubblica. Ma è proprio per questa maggiore consapevolezza razionale delle questioni politiche, resa possibile dal web, che cresce nella popolazione il disincanto democratico. “Un cittadino più attento è anche più critico”, dice, e questo alimenta un pericoloso circolo vizioso: tanto più cala la fiducia nella politica-spettacolo, tanto più essa reagisce accentuando la tendenza alla spettacolarizzazione per tentare di destare interesse. Cittadini meglio informati e più critici, dunque. A scapito della democrazia.

E’ proprio così?

A mio parere, la riflessione di Boria parte da un presupposto errato. E’ vero che la rete offre maggiori possibilità di informazione e di comunicazione, ma è altrettanto vero che essa si è rivelata, come osserva Lovink, “un terreno fertile per le opinioni polarizzate”, “un campo di battaglia”, con “un’attitudine a distruggere il dialogo”. Non solo. Il web sta provocando effetti profondi anche sulle capacità critiche degli utenti-cittadini. “Internet ci rende stupidi”, secondo la famosa formula di Nicholas Carr. Nel senso che, per dirla ancora con Lovink, “se il web privilegia il tempo reale, c’è meno spazio per la riflessione e più tecnologia tesa a facilitare chiacchiere impulsive”. In questo senso, si può dunque dire che la “twitterizzazione” del dibattito politico incide negativamente sull’opinione pubblica e, di conseguenza, anche sull’efficienza dei nostri sistemi di governo democratici. E’ questo il vero circolo vizioso che contribuisce alla crisi della democrazia e contro il quale è giunto il momento di agire.

A PROPOSITO DI FACEBOOK

Contrordine: Facebook non trasforma le persone in narcisisti. Al contrario di quanto emerso da recenti studi, infatti, gli utenti del social network sarebbero per lo piu’ nativi digitali, che usano questo sistema per restare in contatto con i propri amici, a volte persino preoccupati di tutelare la propria privacy. Il mezzo preferito dagli egocentrici, invece, sarebbe Twitter, almeno secondo gli studi riportati sul blog del ‘New York Times’.

Ad accendere la miccia del dibattito, poco tempo fa, la ricerca della Western Illinois University che aveva spiegato il successo di Facebook con il fatto che questa ‘vetrina’ online fa appello alle nostre tendenze piu’ narcisistiche. Lo studio, pubblicato su ‘Personality and Individual Differences’ aveva coinvolto 292 persone, analizzandone il comportamento su FB. Cosi’ si era visto che chi aggiornava spesso il suo status di Facebook, si taggava nelle foto e aveva un gran numero di amici virtuali, era piu’ propenso a mostrare tratti narcisistici. Un altro studio ha stabilito poi che le persone con alti livelli di narcisismo erano piu’ propense a passare piu’ di un’ora al giorno su Facebook, e a postare foto personali ritoccate al pc. Ma cio’ che queste ricerche non dicono e’ se Facebook attiri i narcisisti, o se gli utenti sviluppino questo tratto a forza di connessioni.

Ebbene, uno studio su 233 studenti universitari condotto dai ricercatori dell’University of North Carolina Wilmington e l’Universita’ di Hartford ha avuto un approccio diverso. Si e’ cercato di capire se i giovani su FB fossero piu’ interessati a parlare di se’ o a informarsi sugli altri. Oltre a misurare il narcisismo dei cyberutenti, i ricercatori ne hanno anche analizzato il loro senso della privacy. Scoprendo cosi’, con grande sorpresa, che la frequenza d’uso di Facebook non e’ associata con il narcisismo. Questo tratto e’ stato abbinato a una sola tipologia di utente: chi irrealisticamente ha accumulato un numero troppo elevato di amici su FB.
Inoltre gli utenti di Facebook si definiscono ‘aperti’ e non si preoccupano tanto della privacy. Cosi’ quello che sembra un atteggiamento autopromozionale, in realta’ rifletterebbe i comportamenti di una generazione cresciuta nell’era digitale, in cui le informazioni – inclusi i dettagli sulla propria vita – fluiscono liberamente a chi si collega a noi. “E ‘una semplificazione enorme dire che Facebook e’ per narcisisti”, spiega Lynne Kelly, direttore della scuola di comunicazione dell’Universita’ di Hartford e fra gli autori dello studio. “Si condividono informazioni personali su Facebook, come un modo per mantenere i rapporti” nell’era della globalizzazione.

Il social network preferito dagli egocentrici sembra, invece, essere Twitter. I ricercatori hanno trovato infatti un’associazione tra il fatto di tweettare su di se’ e i punteggi alti nella scala che valuta il narcisismo.

RIVOLUZIONI E POLITICA NELL’EPOCA DI INTERNET

“Il potere delle persone sarà sempre più forte delle persone al potere”. Si chiude con queste parole il bellissimo saggio scritto da Wael Ghonim (Rizzoli, 2012), il manager di Google che è stato uno dei grandi protagonisti della rivoluzione egiziana del 2011, tanto da essere incoronato da “Time” persona più influente dello scorso anno. Il suo libro autobiografico è avvincente come un thriller politico, interessante come un saggio di comunicazione politica e commovente come solo i romanzi che raccontano una grande storia sanno essere. Il blogger che ha propiziato la rivolta di piazza Tahrir ripercorre gli avvenimenti che hanno cambiato l’Egitto, al termine di una “rivoluzione rivoluzionaria” che in un primo momento si è organizzata sulla piazza virtuale dei social network per poi trasferirsi nel mondo reale, dove l’odore del sangue e il dolore della morte è lo stesso di sempre. Una “rivoluzione 2.0”, come recita il titolo del saggio. Una rivoluzione, cioè, “senza eroi”, dove “tutti sono stati eroi”. “In passato – scrive Wael Ghonim – le rivoluzioni sono state quasi sempre guidate da leader carismatici avvezzi a tutte le astuzie della politica, spesso addirittura da geni militari. Sono quelle che io chiamo rivoluzioni modello 1.0. Quella egiziana, però, è stata differente: è stata davvero un movimento spontaneo, e a guidarla era solo ed esclusivamente la saggezza della folla”. E dire che, inizialmente, anche Wael Ghonim, uno che di politica non si era mai occupato ma che vedeva crescere in sé la voglia di cambiare il suo paese, pensa di riporre la sua fiducia in un leader. In un salvatore della patria da contrapporre a Hosni Mubarak: Mohamed Mostafa ElBaradei, già presidente dell’agenzia internazionale per l’energia atomica dell’Onu. Personalità riconosciuta e apprezzata a livello internazionale. A lui il blogger egiziano dedica una pagina su Facebook, iniziando a lavorare per il cambiamento. “A quell’epoca – ricorda – difendere un’idea voleva dire appoggiare l’individuo che la incarnava”. O, almeno, così credeva.

La svolta avviene nel giugno del 2010, quando su internet si diffondono le immagini di Khaled Mohamed Said, pestato a morte da due agenti della polizia di Alessandria. Immagini terribili, uno schiaffo alle coscienze dei giovani egiziani. Ghonim decide di aprire una nuova pagina su Facebook: “Kullena Khaled Said”, siamo tutti Khaled Said. Il successo è immediato. La rete sfida il regime e i suoi mezzi di distrazione di massa. Ghonim posta un messaggio chiaro: “Facebook si è trasformato nello strumento che ci permette di esprimere le nostre opinioni, le nostre ambizioni e i nostri sogni senza sottostare a pressioni di sorta… Ormai il nostro messaggio può competere, per diffusione, con i giornali di regime”. E’ la svolta. E’ la scintilla che incendia gli animi e che provoca il fuoco del cambiamento tra i giovani egiziani. Il regime tenta goffamente di reagire. Un episodio, tra i tanti, è emblematico di quel che accade nel paese, anzi in tutto il mondo arabo. Sì, perché un ulteriore impulso al cambiamento arriva dalla Tunisia. Con la rivoluzione che porta alle dimissioni di Ben Ali. In Egitto i media tentano di sminuire la portata di quell’evento che porterà a una destabilizzazione di tutta l’area. Ma sulla rete le versioni ufficiali vengono sbugiardate. “Quasi tutti i provvedimenti del regime sortivano nel nostro mondo virtuale l’effetto contrario a quello desiderato”, ricorda il blogger.

La rete non conosce censure. Anima e promuove iniziative reali. Proteste che crescono e si autoalimentano. Manifestazioni che coinvolgono sempre più persone. Tra il regime e i rivoluzionari lo scontro è totale e si combatte tanto sul piano della comunicazione, quanto su quello della repressione. Ne fa le spese anche Wael Ghonim, arrestato dalla polizia segreta. I ricordi di quei giorni sono terribili e commoventi al tempo stesso. Ormai, però, la piazza virtuale e quella reale si sono fuse in un unico movimento. La rabbia contro il regime è un fiume in piena che travolge tutto. L’epilogo lo conosciamo. “Qualcosa è cambiato per sempre – sostiene l’autore – ed è un cambiamento che non riguarda soltanto il nostro paese e la nostra rivoluzione (…) Ora che un numero così alto di persone può comunicare così facilmente, il mondo è diventato un posto molto meno accogliente per i regimi autoritari. L’umanità sarà sempre afflitta da uomini assetati di potere, e non è detto che lo stato di diritto e la giustizia fioriranno sempre e comunque in ogni luogo. Ma grazie alla moderna tecnologia, la democrazia partecipativa sta diventando una realtà. I governi faticano sempre di più a isolare i cittadini, censurare le informazioni, tenere nascosta la corruzione e nutrire una popolazione passiva di messaggi propagandistici. A poco a poco, inesorabilmente, le armi di oppressione di massa si stanno estinguendo”.

E’ così? Analizzando i movimenti di protesta da piazza Tahir a Times square, il sociologo Manuel Castells dà ragione a Wael Ghonim: non è più tempo d’eroi. “Il punto – dice – è che non c’è bisogno di leader perché un’iniziativa su internet si diffonda, e chiunque può unirsi e aggiungere farina del suo sacco. Se ci fosse un comitato direttivo globale, solo piccoli gruppi di militanti parteciperebbero: oggi possiamo parlare di un nuovo movimento globale proprio perché non c’è una leadership o un’ideologia unica e perché internet è una piattaforma flessibile per diffondere le iniziative, discutere le idee e coordinare le azioni”. E aggiunge: “I movimenti cambiano la mentalità delle persone e i valori della società, sono fonti di creazione e di cambiamento sociale. I partiti lavorano su quello che succede per gestire le istituzioni che reggono la vita sociale. Quando le istituzioni funzionano bene, sembra che il potere sia dei partiti e che tutto dipenda dai risultati elettorali. Ma quando aumenta la distanza tra i rappresentanti e i rappresentati, quando il modello economico, ambientale, previdenziale o di vita entra in crisi, allora i movimenti diventano una fonte di rinnovamento, l’unico antidoto contro la sclerosi di una politica sottomessa alle forze irrazionali del mercato e a quelle razionali dell’avidità”.

Ma siamo sicuri che questi movimenti aiutino la democrazia a rigenerarsi? Siamo davvero sicuri che, delegittimando la classe politica, non finiscano anche per erodere la fiducia dei cittadini verso le istituzioni democratiche? Siamo davvero sicuri che il “movimentismo 2.0” non contribuisca a peggiorare le condizioni di salute di quel malato che si propone di curare?

CON “COMBOOK” GUIDA A USO SOCIAL NETWORK ANCHE PER LA POLITICA

Due professionisti del mondo della comunicazione, Salvo Guglielmino e Andrea Benvenuti, tornano a parlare della mediamorfosi piu’ importante e innovativa degli ultimi anni: i social network. Mondi che si incontrano e plasmano per dare una nuova costruzione della quotidianita’ del singolo. Anche il mondo della politica e del giornalismo sono cambiati, costringendo gli esperti di questo settore ad adeguarsi alle nuove tecnologie e ai nuovi orizzonti aperti dalla condivisione di linguaggi e contenuti. Proprio di questo si occupa il volume “Combook- Twitter, Facebook, Youtube, Linkedin…Come comunicare con i social network”, pubblicato dal Centro di Documentazione Giornalistica e presentato a Palazzo Giustiniani. Questo libro non mette in luce solo questo, ma cerca di analizzare la situazione odierna inserendola nel contesto tecnologico e sociale, con un particolare interesse allo sviluppo dell’informazione e della comunicazione per professionisti. Combook e’ una guida pratica. Offre istruzioni, analisi e suggerimenti all’uso degli strumenti e delle applicazioni piu’ utilizzate da addetti stampa e professionisti dell’informazione e della comunicazione. Settori, questi ultimi, costantemente a confronto con le dinamiche, le relazioni e le opportunita’ che scaturiscono dall’affermazione prorompente dei social media.