IL FALSO MITO DELLA DEMOCRAZIA 2.0

Cresce l’attenzione nei confronti della «democrazia 2.0», ovvero di un sistema che permetta ai cittadini di esprimersi – via Web – su molte se non tutte le questioni di interesse pubblico. Ad iniziare dalla scelta dei candidati. Beppe Grillo, il comico prestato alla politica, annuncia che i candidati del Movimento 5 Stelle saranno scelti on line. Dai cittadini-utenti-elettori. Dunque, solo per questo, avranno una maggiore legittimità rispetto a quelli dei partiti tradizionali, designati dalle segreterie senza passare al vaglio del voto. La democrazia diretta come mezzo per spazzare via il vecchiume della politica e, con esso, l’intera classe dirigente. Questo vuole il M5S, ma non solo. Che la Rete possa essere uno strumento utile a rinnovare dal basso la democrazia è un’idea sempre più diffusa. Internet come spazio aperto di partecipazione interessata, informata e consapevole. Di questo parla, ad esempio, anche Marco Magrini, su «nòva», l’inserto de «Il Sole 24 Ore» uscito domenica 16 settembre. Ma è davvero auspicabile, come lascia intendere l’autore, vivere in un Paese dove la democrazia diretta manda in soffitta la democrazia rappresentativa, dove i temi più significativi vengono decisi con un referendum on line? A mio avviso, no. E non tanto per il rischio, evidenziato nell’articolo, che qualche hacker violi la sicurezza del sistema e stravolga la volontà popolare. Il pericolo, vero, è un altro: un eccesso di democrazia diretta, soprattutto se costruita sulle fondamenta d’argilla del Web. Non accusatemi di blasfemia, né tanto meno di luddismo: contestare un cyber-utopismo tanto ingenuo quanto pericoloso non significa essere contro l’innovazione tecnologica. Si tratta, semplicemente, di mantenere un minimo di spirito critico, evitando di rimanere accecati dalla fede incondizionata sulle proprietà taumaturgiche della Rete.

Il rapporto tra Internet e democrazia presenta, infatti, alcune criticità. Penso, ad esempio, alla polarizzazione e alla frammentazione che contraddistinguono le discussioni online. Discussioni per modo di dire, visto che si svolgono prevalentemente in «camere di risonanza», dove accedono quasi esclusivamente individui con le stesse opinioni che, consapevolmente o meno, si sottraggono al confronto con chi la pensa in modo diverso. Una tendenza, questa, rafforzata anche da quella che Eli Pariser – pioniere dell’attivismo politico online e dirigente di MoveOn.org, l’organizzazione progressista che ha dato un contributo determinante nella campagna per l’elezione di Barack Obama – chiama la «bolla dei filtri», ovvero il personale bagaglio di informazioni all’interno del quale si vive quando si è online. Da questo punto di vista, l’adattamento del flusso di informazioni alla nostra identità porta alla graduale scomparsa dell’esperienza comune, con conseguenze negative sul discorso politico e, quindi, sul funzionamento delle istituzioni democratiche.

C’è poi un’altra questione di cruciale importanza: la Rete favorisce davvero la formazione di un’opinione pubblica più informata e, quindi, un’eventuale partecipazione consapevole dei cittadini alle decisioni di interesse pubblico? Temo che abbia ragione il massmediologo Geert Lovink, quando afferma che «la cosiddetta rivoluzione dell’informazione si è disintegrata in un’inondazione di disinformazione». Sottoposta a un continuo bombardamento di stimoli, la mente delle persone tende infatti a valutare le informazioni non in base alla veridicità e alla rilevanza, bensì privilegiando le più attuali e, su suggerimento degli algoritmi, le più popolari. Su questo, coloro che aspirano alla realizzazione di un sistema di democrazia diretta attraverso l’utilizzo del Web dovrebbero riflettere attentamente.

Allo stesso modo, dovrebbero riflettere attentamente anche su un altro aspetto: l’eccessiva partecipazione cibernetica rischia di condizionare negativamente l’azione di leader politici, resi schiavi delle infinite voci del Web. «Leggi i sondaggi, segui i blog, tieni conto dei messaggi che appaiono su Twitter e degli stati su Facebook e dirigiti esattamente là dove si trovano gli altri e non dove pensi che dovrebbero andare. Ma se tutti “seguono”, chi dirige?», si chiede l’editorialista del «New York Time» Thomas L. Friedman. Che aggiunge: «Quando si dispone di tecnologie che facilitano reazioni e giudizi rapidi e immediati, e quando si ha a che fare con una generazione abituata a ricevere gratificazioni istantanee – ma ci si trova a dover affrontare questioni complesse, come l’attuale crisi creditizia o la mancanza di posti di lavoro o l’esigenza di costruire da zero i Paesi arabi – si è alle prese con una notevole discrepanza – nonché una sfida per la leadership». E per la democrazia, il cui stato di salute, già precario, potrebbe aggravarsi se ricorressimo alla terapia sbagliata.

PREMIO PULITZER NEL SEGNO DELL’ON LINE

C’era da aspettarselo. La scelta dei vincitori del premio Pulitzer 2012 riflette l’evoluzione che sta vivendo il giornalismo. Il riconoscimento sul reporting nazionale, uno dei più importanti, è stato assegnato infatti al super blog Huffington Post, fondato nel 2005 da Arianna Huffington e in breve diventato uno dei siti più seguiti del mondo, che è comparso per il primo anno tra i vincitori. Sul podio c’è anche Politico, un quotidiano noto soprattutto per la versione online, che è stato premiato per le vignette satiriche del disegnatore Matt Wuerker. Il giornalista dell’Huffington Post che ha ricevuto il riconoscimento è stato David Wood, per i report sulle difficoltà che devono affrontare i veterani reduci dei conflitti in Afghanistan e Iraq. Ma tra i vincitori non mancano i reporter dei quotidiani tradizionali. Il New York Times, per esempio, ha vinto il premio per il giornalismo internazionale con i reportage dall’Africa di Jeffrey Gettleman e un altro riconoscimento per le inchieste sulla crisi di David Kocieniewski. Un’altra importante novità del Pulitzer 2012 è che ci sono diverse categorie senza vincitore. Ha sorpreso soprattutto la mancanza di una medaglia per la categoria narrativa, come non accadeva da 35 anni. La giuria, che ha assegnato questo tipo di premio per la prima volta nel 1917, non ha ritenuto opportuno conferire l`onorificenza.
Tra gli altri vincitori, il quotidiano dell’Alabama Tuscaloosa News ha ricevuto il premio per la categoria breaking news e Sara Ganim del Patriot-News Staff è stata premiata per la copertura locale sullo scandalo degli abusi sessuali alla Penn State University. Per il giornalismo investigativo, invece, la giuria ha scelto quattro giornalisti di Associated Press e due del Seattles Times. Il premio per la fotografia breaking news, infine, è andato a Massoud Hossaini, fotografo 31enne dell`agenzia Agence France-Presse.

LA RETE E L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE ADOLESCENTI

Da Bassano del Grappa (Vicenza) la notizia è rimbalzata rapidamente sui media nazionali: due quindicenni, sorpresi a fare sesso orale nei bagni della scuola, sono stati puniti con una sospensione. A destare la curiosità, e ad alimentare le polemiche, è stato il trattamento diverso tra il ragazzo e la ragazza: un giorno al primo, quattro alla seconda. Apriti cielo! Le reazioni sono state immediate. La coordinatrice della rete degli Studenti, Sofia Sabatino, ha detto che non è comprensibile “una punizione diversa ai due adolescenti sorpresi in bagno a fare sesso: entrambi erano consci di quello che facevano e andavano puniti alla stessa maniera”. Dello stesso parere Chiara Moroni, responsabile nazionale delle donne di Fli: “Come parlamentare e come donna sono indignata: arrivare a giustificare tre giorni di punizione in più con l’ingresso nel bagno dei maschi equivale a dire che entrare nei servizi riservati all’altro sesso è un atto più grave del rapporto sessuale stesso consumato all’interno di un istituto scolastico, per il quale un giorno di sospensione al ragazzo è stato ritenuto sufficiente”. Ha provato a gettare acqua sul fuoco l’assessore della Provincia di Vicenza Morena Martini: “Conosco troppo bene il preside, è una persona che non si lascia trascinare dall’emotività e per questo penso che nella diversa punizione inflitta ai due ragazzini si sia tenuto conto anche di altre cose”. In effetti, anche se non c’è una versione ufficiale, pare che le cose stiano esattamente così.

Al di là di questo aspetto, è lo stesso assessore provinciale a sollevare un’altra questione, molto più rilevante: la mediatizzazione di un’esperienza privata. Secondo la prima ricostruzione, è stato un compagno a sorprendere i due ragazzi in atteggiamenti un po’ spinti: al suo rientro in classe qualche battuta, poi il tam tam sui social network. “Una gogna mediatica”, secondo Morena Martini. Come essere in disaccordo? Quanto successo a Bassano del Grappa è emblematico dei nostri tempi: se tutto può essere impunemente sbattuto in rete, che cosa resta della nostra vita privata? In questo modo, non viene violata anche la libertà dei nostri giovani ad essere adolescenti, anche con comportamenti eccessivi e non regolamentari? Si può discutere quanto si vuole sull’opportunità che due quindicenni facciano sesso nel bagno della scuola, ma forse sarebbe anche il caso di interrogarsi sull’eco mediatica di questa vicenda e, soprattutto, sul ruolo giocato dai social network. Nessuno pensa alle conseguenze di questa “gogna” sui due ragazzi? Nessuno si chiede se sia legittimo che una questione di questo tipo sia diffusa attraverso internet, violando la sfera privata di due adolescenti? La rete viene vissuta dai giovani (e non solo) come uno spazio virtuale dove si sentono pianamente liberi, dove tutto e ammesso e tutto è legittimo. Infondo è così. Ma questo caso insegna che forse è arrivato il momento di proporre a scuola una materia nuova: l’educazione digitale. Come molte altre cose, l’educazione sessuale, da alcuni invocata anche in questa occasione, sembra appartenere a un’epoca passata.