UNA CAMPAGNA ELETTORALE (E UN PAESE) SENZA SPERANZA

C’è un’assenza ingombrante in questo avvio di campagna elettorale: tanti offendono, pochi parlano di programmi, nessuno cerca di dare un po’ di speranza ai cittadini provati da una crisi economica epocale e immersi in un clima di sconforto generalizzato. D’accordo: sarebbe troppo pretendere di vedere all’opera un “Obama made in Italy”, un leader che abbia il coraggio di dire al paese: yes, we can. E, magari, anche di indicare come possiamo superare questo momento, offrendo una visione che riesca a parlare al cuore, e non solo alla pancia o alla testa, degli elettori. Invece assistiamo, non senza un po’ di sbigottimento, a un dibattito incentrato quasi esclusivamente sulla delegittimazione degli avversari, in un revival pericoloso delle precedenti elezioni politiche. Pericoloso perché, forse qualcuno lo avrà notato, i partiti e le istituzioni non godono di una grande considerazione tra i cittadini.

Per carità, può essere una strategia di comunicazione: alzare il livello dello scontro, sperando che questo possa incentivare i cittadini a recarsi alle urne. Funzionerà? Basterà dire agli elettori di centrodestra che Monti e Bersani rappresentano un pericolo mortale per superare l’apatia nella quale sembrano essere sprofondati? E specularmente: funzionerà l’antiberlusconismo di ritorno che il partito democratico sta giocoforza utilizzando, nonostante le diverse intenzioni del suo segretario? E ancora: riuscirà il premier uscente Mario Monti a comunicare la sua agenda e la sua (presunta) diversità, con un linguaggio che al momento sembra più da ragioniere che da leader politico? Ma soprattutto: perché nessuna delle forze in campo opta per un messaggio di speranza per un paese in sofferenza? Perché nessuno propone una narrazione che sia anche emotivamente forte e coinvolgente, che offra una visione credibile e auspicabile, che sappia coniugare politics e policies?

Forse avrà ragione chi ripropone strategie consolidate, nonostante le mutate condizioni storiche. Forse, davvero, agli elettori italiani piace la spettacolarizzazione del confronto politico, anzi dello scontro senza esclusione di colpi e combattuto con ogni mezzo a disposizione. Forse essere anti-qualcosa (antiberlusconiani, antimonti, anticomunisti, antiricchi) garantisce performance elettorali migliori.  Forse, cavalcare l’onda antipolitica, pur essendo a tutti gli effetti parte del sistema politico, fa guadagnare voti, nonostante le accuse di populismo che, ovviamente, non mancano mai.

Forse, però. La mia impressione è che, al momento, a prevalere sia il grigio o, meglio, il grigiore. Il rischio è che questa campagna elettorale assomigli sempre più alla notte hegeliana, in cui tutte le vacche sono nere. Manca una stella che infonda una luce di speranza e che permetta di delineare uno scenario in cui credere. Troppo concentrati sui mezzi (la televisione di Berlusconi, i manifesti di Bersani, i social media di Monti), i protagonisti sembrano essersi dimenticati del messaggio. Sapranno (e soprattutto vorranno) rimediare a questa lacuna, proponendo finalmente una visione convincente e coinvolgente? Certo, è più difficile costruire una campagna elettorale con messaggi propositivi che siano anche emotivamente stimolanti. Ma ricordate la favola dei tre porcellini? Se arriva il lupo dell’antipolitica, magari reso ancora più pericoloso da scandali e inchieste, non è meglio ripararsi in una struttura (comunicativa) solida anche se realizzata con maggiore fatica?

ELEZIONI ED ERRORI DA EVITARE

Più si avvicinano le elezioni politiche della prossima primavera, più cresce la preoccupazione per come esse saranno affrontate anche dal punto di vista della comunicazione. Lo spettacolo di degrado, corruzione e pressapochismo al quale stiamo assistendo rende quasi improba la missione alla quale sono chiamati tutti coloro che parteciperanno attivamente alla campagna elettorale: ridare (almeno un po’ di) credibilità alla politica e alle istituzioni, in un momento in cui prevale la sfiducia. Soprattutto tra i giovani, come emerge dal nuovo capitolo della ricerca “Rapporto Giovani” promossa dall’Istituto Toniolo (www.rapportogiovani.it), curata da un gruppo di docenti dell’Università Cattolica e realizzata da Ipsos con il sostegno della Fondazione Cariplo.

I risultati sono eloquenti. Il 94% degli intervistati respinge senza appello i partiti, dando un giudizio fortemente negativo. Molti, secondo gli autori dell’indagine, i motivi di una disaffezione sempre più marcata: l’incapacità di gestire la crisi che ha minato la credibilità del sistema Paese e ha portato al governo dei tecnici, ma pesano anche gli scandali legati ai comportamenti privati, l’eccesso di privilegi stridente con la necessità di austerity imposta dalla recessione, oltre che i continui episodi di abuso dei finanziamenti pubblici. Alta è anche la sfiducia inflitta alla Camera dei Deputati e al Senato, con voti positivi appena sopra il 10%. Pesano qui in modo negativo – sempre secondo gli autori del rapporto – i vincoli anagrafici di accesso, pari a 25 anni alla Camera e 40 al Senato, che fanno del Parlamento italiano uno dei meno aperti alla presenza delle nuove generazioni in Europa, ma probabilmente anche il fatto di essere considerato un Parlamento di “nominati”, ovvero eletti con liste bloccate senza la possibilità di indicare le preferenze. Non va molto meglio al Governo. Scarsa la fiducia nell’Esecutivo Monti, seppur un po’ più alta rispetto ai partiti e al Parlamento. Negativo il giudizio dell’83% dei giovani intervistati.

La fiducia cresce in funzione delle prossimità territoriale con i cittadini: la grande maggioranza degli intervistati opta per la bocciatura, ma il numero dei favorevoli sale al 24% nel caso della Regione e al 29% in quello del Comune. Ancor più alti tali valori nelle aree del Paese nella quali la gestione dei servizi verso i cittadini tende ad essere più efficiente. La percentuale di voti positivi per il Comune presenta infatti una forte connotazione territoriale, passando dal 21% del Sud al 40% del Nord Est. Riescono a resistere un po’ di più alla sfiducia generalizzata verso le istituzioni la Presidenza della Repubblica (35% di consensi) e l’Unione Europea (41%). L’Europa stessa è, tuttavia, in difficoltà, ma rimane un punto di riferimento ideale per molti giovani oltre che una via di fuga, soprattutto verso quei paesi che offrono maggiori spazi e opportunità per le nuove generazioni.

Nel complesso lo scenario è desolante. Eppure è in esso che si troveranno ad agire i protagonisti della prossima campagna elettorale. Ad iniziare, ovviamente, dai comunicatori. Che, a mio avviso, avranno la responsabilità (enorme) di scongiurare un pericolo sempre più concreto: che tutto il dibattito politico si riduca al tentativo di delegittimare l’avversario agli occhi dell’opinione pubblica, sperando di esserne il megafono. Se si cederà a questa tentazione, la credibilità già scarsa dei partiti (di tutti i partiti) e della politica nel suo insieme si ridurrà ulteriormente. Non ci saranno vincitori, ma solo vinti. Compresi i cittadini, che si troveranno a vivere in una democrazia sempre più malata.

ELEZIONI 2013, ULTIMA CHIAMATA ANCHE PER I COMUNICATORI?

Sostiene Angelo Panebianco che “cambiare radicalmente stile comunicativo potrebbe essere l’unica via d’uscita” alla crisi di legittimità di cui soffrono tutti i maggiori partiti politici italiani, con le inevitabili conseguenze negative sulle stesse istituzioni democratiche. Nel suo editoriale pubblicato sul “Corriere della Sera” di domenica 15 luglio, il politologo evidenzia come vi sia una paradossale paura della democrazia: più si avvicina la fine dell’attuale legislatura e, quindi, dell’esperienza del governo tecnico più cresce un senso di ansia e frustrazione per l’attuale vuoto nell’offerta politica. Spiega Panebianco: “E’ diffusa la convinzione che le forze politiche fra le quali si distribuiranno i voti degli italiani siano tutte inadeguate, costitutivamente incapaci di perseverare nelle politiche di risanamento che la crisi ha reso necessarie”. La soluzione indicata è “estranea alle nostre tradizioni”, ma è anche l’unica possibile: evitare di condurre la solita campagna elettorale a suon di slogan, di promesse generiche e di prese di posizione ideologiche contro il nemico per puntare invece su progetti specifici.
Non posso che essere d’accordo con queste considerazioni. Già in un mio precedente articolo sulle sfide della comunicazione che si sono aperte con il vuoto colmato temporaneamente dal governo tecnico, osservavo che ad essere mancato negli ultimi vent’anni, anche sotto il profilo della comunicazione politica, è l’orientamento alle policies più che alla politics, all’efficacia dell’azione governativa più che allo scontro ideologico tra schieramenti diversi. E aggiungevo: “La sfida che si apre per i politici e anche per i consulenti di comunicazione è cruciale: ricostruire la credibilità dei partiti agli occhi dell’opinione pubblica. Per vincerla sarebbe opportuno iniziare a costruire una vera democrazia dell’output, con gli schieramenti che si confrontano, e a volte magari si scontrano, sulle scelte di policies, misurandosi così soprattutto sull’efficacia (o la non efficacia) dell’azione governativa. Ciò contribuirebbe a produrre una classe dirigente preparata e, di conseguenza, a ridare dignità ai partiti, elemento cardine della rappresentanza democratica”.
Panebianco sostiene grossomodo la stessa tesi: passare dal metodo “ideologia+promesse generiche” al metodo “progetti specifici” per attuare radicali cambiamenti di stile politico e comunicativo. Una scelta quasi obbligata, perché – si legge ancora nell’editoriale – condurre la solita campagna elettorale all’italiana sarebbe un errore fatale, visto che il discredito della politica, documentato dai sondaggi, ha superato il livello di guardia. Forse, dunque, non è azzardato affermare che la campagna per le prossime elezioni politiche metterà alla prova, come mai prima d’ora, anche i professionisti della comunicazione politica, ai quali si chiede un salto di qualità nella definizione delle strategie. Sbaglia chi pensa di utilizzare la solita cifra comunicativa, magari nell’illusione di combattere i “grillismi” sul terreno scivoloso dell’antipolitica.
E’ necessario rendersi conto che dalla riconquista della credibilità da parte dei partiti passa non solo il successo o l’insuccesso della campagna elettorale, ma anche la sopravvivenza stessa della nostra democrazia. A questo proposito, valgano, per tutti, le parole del filosofo
Eric Weil: “La democrazia non resiste, per una sorta di grazia di stato, a ogni prova, a ogni tensione, a ogni ingiustizia. Essa è dappertutto una marcia verso la ragione, un’educazione perpetua dell’uomo dall’uomo stesso, affinché quest’uomo sia veramente e pienamente tale (…) la democrazia non è mai: è sempre da realizzare”.

DIFESA CRITICA DELLA COMUNICAZIONE POLITICA

E’ passato (forse) inosservato l’articolo di Edoardo Boria, pubblicato sull’ultimo numero di “Limes”, la rivista italiana di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Eppure si tratta di un pesantissimo “j’accuse” nei confronti della comunicazione politica, la cui regressione sarebbe tra le cause dell’attuale stato di malessere della democrazia. Boria segnala una degenerazione della ricerca del consenso, non soltanto in occasione delle campagne elettorali. Dal momento che “le regole di funzionamento della democrazia inducono i corpi politici a impegnarsi per vendere al meglio se stessi e il proprio prodotto politico”, si può sostenere che “un ideale equivale a uno yogurt, a un dentifricio o a un suv”.  Il “cittadino-consumatore” viene prima ipnotizzato per poi essere sedotto attraverso le tecniche “immorali” del marketing politico. “Siamo in presenza di una patologia della democrazia contemporanea”, scrive Edoardo Boria. E i rischi, avvisa, sono seri e da non sottovalutare. “L’indebolimento delle capacità critiche dei riceventi l’informazione – precisa – è ovviamente pericolosissima, e dimostra fino a che punto le tecniche di persuasione siano un pericolo per la democrazia”.

Anche se le argomentazioni di Edoardo Boria non sono sempre convincenti, il suo articolo solleva una questione rilevante: i comunicatori politici sono in qualche modo corresponsabili della conclamata crisi della democrazia, non solo italiana? A mio avviso, no. Qualche piccola colpa la possono anche avere. Ma sono altre le ragioni per le quali la democrazia, per dirla con Carlo Galli, si è ingrigita, tanto che la sua sopravvivenza è divenuta larvale. Non a caso, su questo tema c’è un ampio dibattito nella letteratura politologica. Scagliarsi contro la comunicazione politica, come fa l’autore, significa dunque sbagliare bersaglio. E, soprattutto, prospettiva. In particolare in riferimento alla “propaganda 2.0”. A questo proposito, Boria ritiene che, grazie a internet, i cittadini sono più informati e possono beneficiare di nuove forme di partecipazione alla vita pubblica. Ma è proprio per questa maggiore consapevolezza razionale delle questioni politiche, resa possibile dal web, che cresce nella popolazione il disincanto democratico. “Un cittadino più attento è anche più critico”, dice, e questo alimenta un pericoloso circolo vizioso: tanto più cala la fiducia nella politica-spettacolo, tanto più essa reagisce accentuando la tendenza alla spettacolarizzazione per tentare di destare interesse. Cittadini meglio informati e più critici, dunque. A scapito della democrazia.

E’ proprio così?

A mio parere, la riflessione di Boria parte da un presupposto errato. E’ vero che la rete offre maggiori possibilità di informazione e di comunicazione, ma è altrettanto vero che essa si è rivelata, come osserva Lovink, “un terreno fertile per le opinioni polarizzate”, “un campo di battaglia”, con “un’attitudine a distruggere il dialogo”. Non solo. Il web sta provocando effetti profondi anche sulle capacità critiche degli utenti-cittadini. “Internet ci rende stupidi”, secondo la famosa formula di Nicholas Carr. Nel senso che, per dirla ancora con Lovink, “se il web privilegia il tempo reale, c’è meno spazio per la riflessione e più tecnologia tesa a facilitare chiacchiere impulsive”. In questo senso, si può dunque dire che la “twitterizzazione” del dibattito politico incide negativamente sull’opinione pubblica e, di conseguenza, anche sull’efficienza dei nostri sistemi di governo democratici. E’ questo il vero circolo vizioso che contribuisce alla crisi della democrazia e contro il quale è giunto il momento di agire.

REGOLE O CENSURA? IL PROBLEMA DEL WEB

Peccato non esserci stato. Nella solenne Sala dei Notari di Piazza 4 Novembre si è svolta oggi la discussione sul rapporto tra etica e giornalismo tra il ministro della Giustizia Paola Severino, il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino e il presidente, nonché giornalista e scrittore, Enzo Finzi. In particolare, Finzi ha esposto i risultati di una ricerca unica nel suo genere, svolta su un campione rappresentativo della popolazione italiana tra i 15 e i 70 anni, sull’etica del giornalismo. Dai risultati emerge una situazione piuttosto preoccupante: nonostante ci sia una rassicurante convergenza tra come gli italiani pensano debba essere il giornalismo etico e come lo descrive la regolamentazione sulla materia, si evidenzia anche un diffuso senso di insoddisfazione e di sfiducia nei media, percepiti come tendenziosi; si salva solo la comunicazione su Internet.

Finzi, esponendo i dati raccolti, ha chiesto al ministro cosa pensasse in merito. A questo proposito il ministro ha espresso la sua soddisfazione nel rilevare la maturità della cultura collettiva sull’etica del giornalismo e ha espresso la sua approvazione sulle aspettative dei cittadini rispetto ai media, tra cui la verità e la completezza delle notizie, la distinzione tra fatti e opinioni, la non lesione della dignità e il rispetto delle leggi e della deontologia professionale.

“Preoccupa il senso di sfiducia (…), se guardiamo il livello di normativa ci rendiamo conto che siamo superdotati, ma che poi il sistema non funziona”, afferma il ministro. La soluzione proposta non è quindi aggiungere altra legislazione, ma semplificare e unificare quella già presente, risolvendo i problemi che si presentano soprattutto nel momento dell’applicazione delle regole.

Su questo si è trovato d’accordo anche Iacopino, che ringraziando il ministro per la sua immediata disponibilità rispetto alla necessità di riforma dell’Ordine dei Giornalisti, ha espresso la perplessità sulla regolamentazione e sulla limitazione all’uso dei blog, dato che la maggior parte dei cittadini ritiene Internet la miglior fonte di informazioni. Il ministro ha però chiarito che la limitazione all’uso dei blog è necessaria, perché la diffusione di questo strumento, che permette di diffondere idee anche in forma anonima, può incentivare pulsioni pericolose se non opportunamente controllato.

A mio avviso, il ministro sbaglia bersaglio. Non è attraverso una regolazione della blogsfera che si disinnescano le “pulsioni pericolose”, anche perché poi c’è da chiedersi a chi spetta dire cosa è pericoloso e cosa no. Francamente, questa mi pare una brutta forma di censura. Che costa poco, ma che di certo non aiuta a perseguire i risultati auspicati. Più difficile, me più utile, intervenire a monte per disinnescare queste pulsioni: ad esempio, migliorando la politica affinché non trionfi qualche demagogo di turno.

POLITICA, SCADALI GIUDIZIARI E LA BUCCIA DI BANANA DEI “NON”

Mentre gli scandali giudiziari stanno contribuendo a portare ai minimi storici la fiducia degli italiani nella politica e nei partiti, si registrano grossolani errori di comunicazione. Senza entrare nel merito delle singole vicende, c’è un interrogativo che, forse, merita un po’ di attenzione: com’è possibile che figure di primissimo piano della politica nazionale scivolino sulla buccia di banana dei “non”? Detto in altri termini: come possono commettere errori così gravi, per di più in situazioni che invece andrebbero gestite con il massimo dell’attenzione?

Sembra quasi che la storia non insegni nulla, se è vero, com’è vero, che assistiamo quasi quotidianamente a politici che si difendono dalle accuse affermando: “Io non…”. Dimenticando, evidentemente, episodi che sono entrati nei manuali di comunicazione. Come quello relativo a Richard Nixon. Durante lo scandalo del Watergate, per rispondere alle reiterate richieste di dimissioni, l’allora presidente degli Stati Uniti d’America parlò al paese in televisione. E disse: “Non sono un imbroglione”. Come ricorda George Lakoff, tutti pensarono che invece fosse realmente un imbroglione, questo perché “ogni parola si definisce in relazione a un frame” e “anche quando neghiamo un concetto non possiamo evitare di evocarlo”.

Che dire, allora, della strategia comunicativa (ammesso e non concesso che sia davvero tale) del presidente della regione Lombardia, pronto a negare qualsiasi irregolarità in relazione al verbale del fiduciario svizzero di Pierangelo Daccò, secondo il quale Roberto Formigoni avrebbe beneficiato di viaggi pagati dallo stesso Daccò. La dichiarazione del numero uno del Pirellone è stata questa: “Non c’è nessuna irregolarità e soprattutto nessuna regalia. Non ho mai ricevuto alcuna regalia, non ho mai ricevuto un euro da nessuno”. Un’uscita, questa, che pare più emotiva che ragionata. A mio avviso non solo poco efficace, ma addirittura deleteria. Come per Nixon.

Che cosa avrebbe potuto rispondere Roberto Formigoni? Come avrebbe potuto respingere mediaticamente le accuse che gli sono piovute addosso? Una strategia (forse) migliore c’era. Ad esempio, avrebbe potuto far leva sui principi etici e religiosi che orgogliosamente rivendica, ricordando la sua storia personale e politica: “Da uomo cattolico che vive la politica con spirito di servizio, che si ispira alla Dottrina sociale della Chiesa, che ha scolpite nel cuore le parole di Papa Benedetto XVI contro la “sottomissione al dio denaro”, che crede nella giustizia divina prima ancora che nella giustizia dei tribunali, affronto con grande serenità le vicende che mi vedono coinvolto mio malgrado, nella certezza che tutte le accuse si riveleranno presto infondate. Nel frattempo continuo ad impegnarmi a favore dei lombardi, come ho sempre fatto negli ultimi diciassette anni”. Se avesse risposto così, forse Roberto Formigoni avrebbe offerto ai cittadini un’immagine migliore di quella che, negando, ha finito con l’evocare. Forse.

LE RAGIONI DELL’ANTIPOLITICA

L’antipolitica nasce dal disagio della democrazia. Pericolosa e subdola. A volte, purtroppo, anche utilizzata come arma di disinformazione di massa. Come nel caso dell’articolo di Alfio Mastropaolo, pubblicato oggi dal Manifesto e così sintetizzabile: il rifiuto dei cittadini per la politica va ricondotto alle malefatte del centrodestra (Pdl e Lega), meno, molto meno, ai piccoli peccatucci veniali del centrosinistra. Spiace che un intellettuale della sua caratura scivoli sul piano inclinato dell’interesse di parte, offrendo un’analisi così superficiale e qualunquista. Si può sostenere che il problema di credibilità che affligge tutti i partiti va ricondotto “al disastroso operato del governo Berlusconi” e alle indagini giudiziarie che interessano i partiti di centrodestra e solo marginalmente ai casi di malaffare della sinistra? Sì, se l’obiettivo è portare acqua al mulino di una parte. No, se si vuole offrire un’analisi più seria, come fa Angelo Panebianco, nell’editoriale uscito martedì sul Corriere della Sera. A suo avviso, l’antipolitica rischia di minare le basi della nostra democrazia per la contestuale presenza di tre elementi. “In primo luogo – scrive – una crisi economica destinata a durare a lungo, per anni probabilmente, con tanti giovani disoccupati e l’impoverimento di molte famiglie. In secondo luogo, una condizione di generale discredito dei partiti e della classe politica professionale. Infine, l’incapacità di quella medesima classe politica di trovare rimedi adeguati per la crisi di legittimità che l’ha investita”. La conclusione è secca: “Le democrazie muoiono di solito per eccesso di frammentazione, instabilità, incapacità decisionale, e per il discredito che, in certe fasi, colpisce i loro partiti. Oggi i partiti italiani vengono percepiti da tanti come un problema anziché una soluzione (ciò spiega la popolarità di Monti). Ai loro dirigenti converrebbe uscire dall’angolo mediante qualche risposta adeguata. Altrimenti, la democrazia potrebbe in breve tempo vacillare sotto l’urto di ondate di protesta sempre più impetuose e pericolose”. E’ questo il disagio della democrazia, e certe analisi non aiutano certo a comprenderlo.

AFRICA 2.0, IN SENEGAL UN BLOG PER LE ELEZIONI

Bella notizia dall’Africa: anche lì la comunicazione politica viaggia in rete, grazie a “Tongante 2012” (“la sfida” in lingua wolof), un blog curato da una giornalista italiana, Luciana De Michele, che vive a Dakar, assieme ad una squadra di otto giornalisti provenienti da un settimanale senegalese e dalla scuola di giornalismo di Dakar. Il blog è attivo dal 10 gennaio e segue giorno per giorno la campagna elettorale dei due candidati alla presidenza del Senegal, Macky Sall e Abdoulaye Wade, presidente uscente. Il primo turno si è svolto il 26 febbraio. Il ballottaggio è previsto il 25 marzo. Tongante 2012 è stato lanciato da Assaman, associazione finanziata dal Comune di Milano per raccontare ai milanesi, le tematiche di migrazione e sviluppo legate all’Africa.

CON “COMBOOK” GUIDA A USO SOCIAL NETWORK ANCHE PER LA POLITICA

Due professionisti del mondo della comunicazione, Salvo Guglielmino e Andrea Benvenuti, tornano a parlare della mediamorfosi piu’ importante e innovativa degli ultimi anni: i social network. Mondi che si incontrano e plasmano per dare una nuova costruzione della quotidianita’ del singolo. Anche il mondo della politica e del giornalismo sono cambiati, costringendo gli esperti di questo settore ad adeguarsi alle nuove tecnologie e ai nuovi orizzonti aperti dalla condivisione di linguaggi e contenuti. Proprio di questo si occupa il volume “Combook- Twitter, Facebook, Youtube, Linkedin…Come comunicare con i social network”, pubblicato dal Centro di Documentazione Giornalistica e presentato a Palazzo Giustiniani. Questo libro non mette in luce solo questo, ma cerca di analizzare la situazione odierna inserendola nel contesto tecnologico e sociale, con un particolare interesse allo sviluppo dell’informazione e della comunicazione per professionisti. Combook e’ una guida pratica. Offre istruzioni, analisi e suggerimenti all’uso degli strumenti e delle applicazioni piu’ utilizzate da addetti stampa e professionisti dell’informazione e della comunicazione. Settori, questi ultimi, costantemente a confronto con le dinamiche, le relazioni e le opportunita’ che scaturiscono dall’affermazione prorompente dei social media.