RIO+20 E IL SILENZIO DEI MEDIA. LA STAMPA A PARTE

Dieci giorni fa gli attivisti dell’Associazione “A Sud” hanno protestato sotto la sede Rai di viale Mazzini in Roma per denunciare quello che da loro viene definito “imbarazzante silenzio del servizio pubblico televisivo sul Vertice Mondiale Onu sulla Sostenibilità, che si terrà nei prossimi giorni a Rio de Janeiro, in Brasile”. Gli attivisti hanno tentato di essere ricevuti dai vertici dell’azienda e dalla Commissione di Vigilanza – molto probabilmente troppo concentrati sulle nuove nomine dirigenziali in Rai – ricevendo un secco rifiuto. Avrebbero voluto chiedere semplicemente il rispetto del diritto a essere informati da parte dei cittadini sancito peraltro dall’articolo 21 della Costituzione. Per rispondere al silenzio dei media su questo evento fondamentale, messo in secondo piano dalla crisi dell’eurozona, la Stampa di Torino manda oggi in edicola otto pagine speciali. In uno degli articoli il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon scrive: “La prossima settimana, i leader mondiali si incontrano per un evento cruciale – la Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile di Rio de Janeiro. Sarà un successo? Secondo me, sì. Per esserne certi, i negoziati si sono protratti a lungo. Ancora oggi ci sono più divergenze che punti d’accordo sui dettagli del «documento finale» che emergerà dalla conferenza. Eppure non sarà quello il parametro di riferimento. Molto più importante è ciò che la conferenza di Rio ha già raggiunto: creare un movimento globale per il cambiamento. Rio +20 costituisce una pietra miliare in questo lungo percorso. Il famoso Vertice della Terra del 1992 introdusse lo sviluppo sostenibile nell’agenda globale. Oggi, siamo giunti ad una comprensione più ampia e ricca di sfumature di questo antico imperativo: come, cioè, equilibrare al meglio le esigenze di sviluppo di una popolazione mondiale in aumento in modo che tutti possano godere dei frutti della prosperità e di una crescita economica robusta – con la necessità di preservare le risorse più preziose del nostro pianeta: terra, aria e acqua. A Rio più di cento Capi di Stato e di governo si uniranno ai circa venticinquemila partecipanti stimati per pianificare una strategia per il futuro. Abbiamo troppo a lungo bruciato e consumato il nostro cammino verso la prosperità. Quel modello è morto. A Rio, dobbiamo cominciare a crearne uno del tutto nuovo – un modello valido per un’economia del XXI secolo che rifiuti il mito che il compromesso tra crescita e ambiente sia a somma zero. Comprendiamo sempre di più che con politiche pubbliche intelligenti, i governi possono far crescere le loro economie, ridurre la povertà, creare posti di lavoro decenti e accelerare il progresso sociale in modo che rispetti le limitate risorse naturali del pianeta. Credo che in questo senso lo stimolo al cambiamento sia già irreversibile. Le prove sono intorno a noi, e possiamo scorgerle in Paesi piccoli e grandi, ricchi e poveri. Barbados, Cambogia, Indonesia, Repubblica di Corea e Sudafrica, tra tanti altri, stanno già adottando strategie di «crescita verde» che prevedono l’utilizzo di risorse naturali limitate in maniera più efficiente, la creazione di posti di lavoro e uno sviluppo a basso tasso di CO2. Armenia, Azerbaigian, Egitto, Kenya, Giordania, Malaysia, Messico, Nepal, Senegal e Ucraina stanno applicando nuove tecnologie di crescita verde in vasti settori dell’industria, dall’agricoltura al turismo. La Cina si è impegnata a soddisfare il sedici per cento del proprio fabbisogno energetico con risorse rinnovabili entro il 2020 e progetta l’investimento di più di 450 miliardi di dollari in riciclaggio dei rifiuti e tecnologie pulite nell’ambito dell’attuale piano quinquennale”.

E’ SCOMPARSO IL NORD?

Sabato su “Il Foglio” una paginata di Maurizio Crippa sul nord scomparso. In sintesi: è bastato l’arrivo di un tecnocrate cosmopolita per cancellare la questione settentrionale dall’agenda politica. Mario Monti e lo spread sono riusciti a “ricompattare, se non proprio l’orgoglio, almeno la scialuppa dei naufraghi, la zattera di Medusa degli italiani intorno alla bandiera”. Domenica su “La Stampa” Massimo Gramellini aggiunge del suo: “Siamo più o meno italiani di un anno fa? Siamo più poveri, più arrabbiati, più disorientati. Ma forse, e con qualche sorpresa, anche più italiani”. Francamente, mi sembra un po’ eccessivo. Va bene la retorica da celebrazioni, ma non basta un anniversario per cancellare il malessere di un’area del paese. Che chiede risposte. Anche per uscire dall’incubo della crisi.