BELLUNO, NORDEST (IL MIO EDITORIALE PER BELLUNO MAGAZINE)

“Il Nordest chiama Belluno”, dice Filiberto Zovico, direttore del Festival Città Impresa, manifestazione giunta quest’anno alla quinta edizione. E Belluno deve rispondere. Non perché l’ingresso in un circuito, comunque importante, risolva i molti e complessi problemi di questo territorio: dalla disoccupazione che cresce al turismo che arranca, dai paesi che si spopolano alle imprese che chiudono. Ma perché, in un momento storico segnato da trasformazioni epocali, non può permettersi di non credere “nelle reti e nelle collaborazioni costruttive”, snobbando quel  “contenitore di idee, visioni, progetti” che ogni anno richiama in molti centri di questo angolo del paese personalità di primo piano del mondo della cultura e dell’economia. Belluno deve partecipare alla costruzione del nuovo Nordest perché ne è parte integrante.

E’ vero: è un territorio diverso dalla metropoli estesa della pianura, ma presenta analogie non secondarie. Basti pensare alle caratteristiche di una società essenzialmente “laburista”, alla presenza diffusa della piccola impresa, all’evoluzione del “suo” distretto, quello dell’occhiale, al ruolo della famiglia, al senso dell’autonomia e del fare da sé. Tutti elementi che contraddistinguono il dna del Nordest e che, nel rivendicare la sua specificità, Belluno ha spesso e colpevolmente dimenticato. Contrapponendo la montagna alla pianura, evidenziando le differenze, erigendo barriere culturali e finendo in un isolamento dal quale è giunto il momento di uscire. In che modo? Riallacciando i rapporti con i territori vicini, intessendo nuove relazioni, costruendo collaborazioni, ampliando gli orizzonti. In questo, l’ingresso nel circuito del “Festival Città Impresa” potrebbe essere utile. Perché permetterebbe a Belluno di mettersi in rete e quindi di confrontarsi con il resto del Nordest su temi e progettualità di rilevanza strategica.

Ha ragione da vendere Enzo Rullani, quando sostiene che il futuro non si prevede, ma si fa. Perché “nasce da eventi non previsti e da tentativi di esplorazione del possibile, fatti da soggetti che portano avanti progetti e idee, capaci di cambiare una sezione più o meno grande dell’esistente. E capaci di coinvolgere in questo disegno altri soggetti e altri poteri, fino a raggiungere quella massa critica che fa la differenza”.  Occorre avere il coraggio di credere nelle proprie idee, ma anche la forza e l’intelligenza di collaborare con tutti coloro che possono essere d’aiuto per realizzarle, condividendo i rischi e i vantaggi. Questo vale per le persone, per le aziende e per i territori. Anche a Belluno, Nordest, Italia.

(www.bellunomagazine.it)

IMPRESE, CENSIS: QUALITÀ E BRAND SONO I FATTORI DI SUCCESSO

Qualità e unicità del prodotto, e forza del brand aziendale, sono i principali fattori di competitività. E’ Lo spaccato che emerge dall’indagine “Idee e proposte per la competitività del sistema Italia”condotta tra la fine del 2011 e i primi mesi del 2012 dal Censis su 153 imprese guidate dai Cavalieri del Lavoro e presentata oggi nel corso di un convegno tenuto a Palazzo Altieri. Il Rapporto ha interpellato soprattutto aziende manifatturiere (85% del totale) di grandi dimensioni (la media è di 1.130 addetti). Ben il 76,8% dei Cavalieri interpellati segnala infatti al primo posto, tra i maggiori fattori di competitività, l’elevata qualità del prodotto/servizio e la sua unicità. A seguire, con il 63,4%, viene chiamata in causa la forza del brand aziendale, che in molti riconoscono come fattore centrale nella capacità dell’impresa di competere sui mercati, perché in grado di accompagnare, a concetti di qualità e unicità, quelli di tradizione, affidabilità, riconoscibilità. L’innovazione rappresenta per la maggioranza delle imprese interpellate una dimensione connaturata ed imprescindibile per fare ed essere impresa competitiva.

La quasi totalità degli intervistati (91,4%) giudica positivo il livello di innovazione raggiunto dalla propria azienda: la maggioranza di questi (71,4%) risulta peraltro del tutto autonoma nel promuovere innovazioni in grado di soddisfare le esigenze del mercato, mentre il 20% tende a farlo attraverso collaborazioni con soggetti esterni, quali Università e centri di ricerca. Tra gli aspetti per cui il panel di soggetti interpellati considera le proprie aziende innovative, vi è al primo posto il contenuto tecnico del prodotto (lo indica il 54,6%, ma nel settore della meccanica allargata la percentuale sale al 75,9%) seguito, a distanza, da quegli elementi finalizzati a garantire elevata qualità alla produzione: i processi produttivi (aspetto indicato dal 39,8% degli intervistati) e il design (38,9%). I servizi legati alla commercializzazione e alla distribuzione sono invece i più penalizzati in termini di innovazione: solo il 31,5% delle aziende dichiara di essere all’avanguardia rispetto alle funzioni strategiche di vendita – analisi di mercato, marketing, comunicazione – e il 30,6% in riferimento ai servizi di accompagnamento al consumatore (consulenza, assistenza).

IN MEMORIA DI GIORGIO LAGO

Oggi ricorre il settimo anniversario dalla scomparsa di Giorgio Lago: morto a 68 anni il 13 marzo del 2005. Lago era nato a Vazzola (Treviso) il 1 settembre 1937. La sua carriera giornalistica iniziò nel 1963 nella redazione milanese di “Tuttosport”, dove rimase fino al 1968, quando fu assunto al “Gazzettino”. Come inviato speciale, Lago raccontò ai lettori ben cinque campionati del Mondo di calcio e quattro edizioni dei giochi olimpici. Il giornalismo sportivo, nel quale brillava per originalità di scrittura e capacità di raccontare le storie dei campioni, dal calcio al ciclismo, rimase poi sempre una sua passione. Il 20 giugno 1984 subentrò a Gustavo Selva alla direzione del giornale veneto, posto che conservò per 12 anni, cioè fino all’8 giugno del 1996, quando la direzione fu affidata all’ allora vicedirettore del Corriere della Sera Giulio Giustiniani. Dopo l’esperienza del Gazzettino, Lago continuò a fare il giornalista, ma in veste di editorialista del gruppo Espresso per “La Repubblica” (in particolare sui fenomeni del Nordest e sulla Lega di Bossi) e per i quotidiani veneti del Gruppo Finegil (“Il Mattino di Padova”, “La Nuova Venezia” e “La Tribuna di Treviso”). Per ricordare il “facchino del nordest” voglio riproporre uno dei suoi ultimi articoli, pubblicato su “La Tribuna di Treviso” il 10 agosto del 2003 e intitolato “IL SISTEMA NORDEST PRONTO ALLA RISCOSSA”.

A causa di qualche guaio fisico, negli ultimi due mesi mi ero perso per strada un po’ di notizie, una in particolare: il Nordest non esisterebbe più. Ma proprio più, finito, esaurito, fallito, sbagliato, pre-fallimentare, inerte e sbullonato, tutto da rifare o da ripensare da cima a fondo come sostengono all’unisono plotoni di osservatori. Un’area in crisi nera, povero Nordest, un catorcio economico, una fabbrica di schèi in disuso, uno schifo industriale, una landa sterminata di capannoni che incarnerebbero da soli tutto il male di un’intera generazione di imprenditori. Se così fosse, sarebbe roba da suicidio collettivo, ma per fortuna così non è. Siamo abituati da anni ai de profundis delle tante congiunture, eppure lo zoccolo duro tiene, e di solito tende a smentire proprio chi non ha mai amato questo capitalismo.

per tutti, ricchissimo di rivincite sociali, povero di credenziali e debole di capitali.

Molti analisti sbagliano da anni sul Nordest; continuano a equivocare, amen. Alcuni poi lo hanno studiato con la puzza sotto il naso o con l’occhio obliquo della politica, dunque mai con equilibrio. Perciò si assiste da tempo a un andamento a volte comico. Può accadere che, nello stesso giorno, un titolo dica «Continua il miracolo Nordest» e un altro avverta «Ora per il Nordest è crisi». Fa lo stesso.

Una volta nelle campagne padovane la religiosità popolare pregava San Bovo perché nelle stalle proteggesse gli animali dalle malattie e Santa Eurosia perché tenesse alla larga la grandine dai raccolti. Noi, di fede assai meno rurale, non sapremmo a che santo votarci per sventare oggi il flagello degli esperti di Nordest, intellettuali e religiosi, catastrofisti e pianificatori, manager e modellatori, quelli che ora decretano in coro la fine del «modello» di sviluppo nato dal basso (senza di loro) e che predicano dall’alto un «modello» nuovo di zecca (tutto loro).

E noi dovremmo mandare in depressione il Nordest che c’è sognando un Nordest che nessuno sa spiegare come dovrebbe essere da subito, pronti e via, senza aspettare i soliti trent’anni necessari a covare qualche tonnellata di studi, progetti, idee qua e idee là, consulenze, annunci, conferenze stampa, convegni, patti di scena, consorzi sulla carta, poteri teorici, finzioni territoriali degne di Emilio Salgari?

Di una sola cosa mi dichiaro sicuro: il vecchio modello Nordest fu inventato dagli imprenditori e dai lavoratori. Il «modello» nacque da solo; poi gli studiosi lo spiegarono per dritto e per rovescio a chi lo aveva costruito con le proprie mani!

Accadrà esattamente la stessa cosa oggi e domani: faccia a faccia con la rivoluzione globale del mercato, il Nordest farà la sua rivoluzione in azienda, sul campo, affrontando una grana competitiva dopo l’altra. Sarà meno solo che nel passato, ma lo sarà ancora, con le sue forze, quasi mai assistito.

Di fronte agli alti e bassi della vita, un personaggio letterario dello scrittore trevigiano Giovanni Comisso invita a non aver paura: «Con le braccia che abbiamo – dice – entro due anni saremo più ricchi di prima». Adesso, come noto, le braccia contano infinitamente meno ma la voglia di garantirsi il benessere è la stessa. Il Nordest non ha affatto mollato; sa che la partita si è fatta cattiva ovunque.

A costo di ripetermi fino alla noia, bisognerebbe sempre ricordare qualche lapide di questo territorio. Alla fine dell’Ottocento il primo pellagrosario d’Italia sorge in Veneto, a Mogliano, tanto per fissare lo «sviluppo» di partenza. E cinquant’anni fa lo scrittore vicentino Guido Piovene ha la sensazione, entrando in Friuli, di superare una invisibile muraglia e di visitare un territorio quasi arcaico.

Non siamo mai stati la California, da Trento a Venezia. Perfino il termine Nordest era assente dai dizionari come mix di una certa società post-contadina e di un’economia parcellizzata al massimo, al contrario di Lombardia, Piemonte e Liguria.

Quel Nord si godeva il suo possente «triangolo industriale». Noi, con rare eccezioni di grande manifatturiero, eravamo il culo di sacco dell’imprenditoria nascente, alla stato brado. Un moto economico popolare, si direbbe, più che un investimento diffuso.

Il Nordest viene costruito in 35 anni. 35 anni fa aveva un Pil da zona depressa. Questo Nordest è grosso modo figlio di una generazione. Una sola generazione, ci siamo capiti?

Questa generazione meriterebbe un monumento all’Imprenditore Ignoto, che li comprenda tutti. Si sono inventati l’export in dialetto; hanno delocalizzato assai prima che se ne accorgessero i docenti della globalizzazione. E la storia continua oggi con mille esempi: la de’ Stefani di Padova andrà a produrre i suoi ingranaggi in Cina, alla faccia del «pericolo giallo» profetizzato per primo da Benito Mussolini.

Certo, anche il Nordest ha problemi, fatiche, cambiali da pagare. Ci mancherebbe: ne ha avuti di grossi anche la mitica e super tecnologica Silicon Valley in California, che ha licenziato un dipendente su sei.

Azienda italiana a maggior potenziale di ricerca, abbiamo poi visto che cosa ha combinato la Fiat in questi anni nonostante fosse una mezza mantenuta dallo Stato. Hanno fatto più ricerca a Nordest l’incompresa Marghera e la straordinaria Electrolux Zanussi che la protezionistica Fiat.

Il Nordest ha fatto fin troppo. Con le infrastrutture fantasma, con la burocrazia improduttiva, con le università pachidermiche, con il fantomatico «sistema Italia» che è tale e quale al «sistema Nordest», cioè non è un sistema.

E’ una storia invecchiata con noi. Il Nordest privato si è fatto da solo; il Nordest pubblico è tuttora in lista d’attesa e, se tutto va bene, sarà a regime fra dieci anni. Altro che fallimento del «modello» economico.

Dopo decenni di anarchia, provate finalmente a fornire il vecchio Nordest degli strumenti pubblici di un territorio attrezzato alla competizione, e poi vediamo. Fate questo e basta; al resto provvederà il Nordest, come fece al tempo dei Pionieri.

E’ piuttosto il cambio generazionale, tra creatori d’azienda e figli/manager, la vera insidia del Nordest.

Mi racconta un lettore di Mestre di figli di padri fondatori che utilizzano la legge Tremonti bis per prendersi lussuose auto sportive intestandole alla ditta di famiglia.

Questo ictus culturale preoccupa. Più della Cina e più dei ciclici annunci sul Nordest in braghe di tela.