SE PERDIAMO LA CURIOSITA’

Stiamo perdendo la curiosità. La voglia di scoprire cosa c’è sotto la superficie del fiume dell’informazione. Ne abbiamo avuto conferma anche in questi giorni. Il caso di cronaca riguarda la foto della donna con l’hijab che cammina di fianco ai feriti sul ponte di londra-donna-musulmana-hijab_980x571. Ha in mano uno smartphone, lo guarda mentre intorno a lei i soccorritori cercano di rianimare una donna. Sono passati pochi minuti da quando Khalid Masood ha investito i passanti con il Suv. Quel frammento viene immortalato dal fotografo britannico Jamie Lorriman, presente sulla scena dell’attacco. L’immagine viene rilanciata in rete, scatenando una bufera di commenti. Ad accendere la miccia del dibattito, a quanto pare, è un texano (con 44 mila follower, noto per i contenuti anti musulmani) che subito dopo l’attacco scrive: «Questa donna non presta attenzione alle vittime e mentre un uomo muore lei guarda il suo telefono». Il post viene condiviso su Twitter con l’hashtag #BanIslam e ha chiaramente l’intento di fomentare l’odio contro la comunità islamica. In pochi minuti totalizza 1900 retweet. L’onda emotiva alimentata dal vento dell’odio e della rabbia è partita. Nessuno la può fermare.
Anzi: l’immagine della donna viene photoshoppata e inserita in altre immagini di attacchi terroristici come il Bataclan o Berlino. «La donna con l’hijab marrone», come la chiamano tutti ormai, viene accostata anche alle immagini dei prigionieri di Isis decapitati. Sui forum e sulle chat di destra la ragazza diventa un bersaglio. Lo stesso fotografo autore dello scatto, Jamie Lorriman, interviene nella discussione per spiegare quanto la donna fosse «sconvolta e terrorizzata». Ma ciò che rimane di questo ennesimo episodio è la velocità con la quale la rete amplifica l’odio, diffonde la rabbia, stravolge la realtà e provoca un imbarbarimento del dibattito pubblico.
L’emotività annulla la razionalità.
Come scrive William Davies – in un articolo pubblicato da “The Guardian” e in Italia da “Internazionale” e dedicato alla scomparsa dei fatti, è infatti appurato che le persone rispondano positivamente ai dati qualitativi, come le storie dei singoli e le fotografie (emotività), mentre gli indicatori quantitativi, soprattutto se contrastano con le convinzioni personali, vengono ignorati, quando non generano addirittura sentimenti opposti perché “manipolati” dalle (presunte) élite.
A ben guardare, questo smarrimento della razionalità è strettamente intrecciato anche alla perdita della curiosità, cioè di quella voglia di guardare cosa c’è sotto la superficie. La voglia di capire. Di conoscere. Di sapere. Di scoprire. Prima di giudicare. Purtroppo, non c’è più tempo, nel mondo dell’informazione a flusso continuo. Bisogna maturare un’opinione nella frazione di secondo che serve per un retweet. La curiosità è costa. Richiede tempo. Impegno. Fatica. Umiltà. E’ qualcosa che nasce da dentro, che apprezziamo nella spontaneità e nell’ingenuità dei bambini. Di più: è l’elemento imprescindibile del progresso. Dell’innovazione. Di ogni scoperta, piccola o grande. Ed è anche il lievito del giornalismo di qualità.
Pensiamo al film tratto dalla storia di Mary Mapes (“Truth – Il prezzo della verità”), ambientato nel 2004 negli Stati Uniti: racconta quello che successe prima e dopo che il famoso programma televisivo di giornalismo 60 Minutes – condotto dal giornalista Dan Rather e trasmesso dal canale tv CBS – mandò in onda un’inchiesta che metteva in discussione il passato militare dell’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush, dicendo che era stato raccomandato e che non aveva prestato servizio come avrebbe dovuto. Dopo che quella puntata di 60 Minutes venne trasmessa si scoprì che molte delle prove citate da Rather erano in verità poco attendibili. Ne seguì una vicenda complicata, che costò il posto agli autori di quel servizio.
Al di là della trama e del caso specifico, però, c’è una battuta fulminante. Ad un certo punto, il giovane giornalista impegnato nel team dell’inchiesta chiede al suo maestro: “Cos’è che ti ha fatto scegliere il giornalismo?”. La risposta è questa: “La curiosità… la curiosità è tutto”.
Ovviamente questo vale (o dovrebbe valere) per i giornalisti, per gli operatori dell’informazione. Ma vale (o dovrebbe valere) anche per ciascuno di noi. La curiosità è davvero tutto. Per non spegnere l’interruttore della razionalità e della conoscenza. L’alternativa è il buio.

L’INFORMAZIONE AI TEMPI DEL WEB, LA PAROLA AI GIORNALISTI

Come sta cambiando il mondo dell’informazione grazie al Web alle nuove tecnologie. E come i professionisti dell’informazione stanno vivendo questa fase di grandi mutamenti  e di straordinarie opportunità. Su questo tema si è sviluppata l’indagine che AstraRicerche ha realizzato per conto dell’Ordine nazionale dei giornalisti tramite 1.681 interviste on line somministrate ad un campione di giornalisti italiani all’inizio del 2013.

I risultati dello studio, di grande interesse per capire come sarà il futuro dei mezzi di comunicazione e come i giornalisti si pongono di fronte alle grandi novità che interessano la professione, saranno presentati giovedì 7 marzo, alle 21,  in sala Paladin, nel municipio di Padova, in via del Municipio 1, nel corso di una serata promossa dall’Ordine dei giornalisti del Veneto, dalla Scuola di giornalismo “Dino Buzzati” e dall’Associazione Padovana della stampa.

Ad illustrare la ricerca sarà il presidente di AstraRicerche, il giornalista milanese Enrico Finzi, che già in passato ha effettuato altri studi sull’etica della professione giornalistica per l’Ordine della Lombardia e del Veneto.

L’incontro sarà introdotto dal presidente dell’Ordine dei giornalisti del Veneto, Gianluca Amadori. Interverranno il segretario del Sindacato dei giornalisti del Veneto, Massimo Zennaro, il presidente dell’Associazione Padovana della stampa, Antonino Padovese e  l’assessore ai Beni culturali del Comune di Padova, Andrea Colasio,

Alla presentazione della ricerca seguirà il dibattito, arricchito dai contributi e dalle esperienze dirette dei giornalisti che sono maggiormente impegnati nello sviluppo dell’informazione online e attraverso i cosiddetti new media, sia nelle aziende editoriali “tradizionali” che stanno estendendo la propria attività al Web, sia in quelle nate in Rete e che si misurano quotidianamente che l’innovazione.

 

Qui il link alla RICERCA

GIORNALISMO, PUBBLICATO BANDO SCUOLA DI PERUGIA PER BIENNIO 2012-2014

La Scuola di Giornalismo di Perugia, istituto di formazione che ha ottenuto il rinnovo della Convenzione e la certificazione di eccellenza dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha pubblicato il Bando 2012/2014 per l’ammissione di venticinque allievi da iscrivere nel registro praticanti dell’Ordine dei Giornalisti dell’Umbria.
I venticinque allievi dell’Undicesimo Biennio di studi saranno ammessi attraverso una selezione per titoli ed esami secondo quanto prescrive il Bando, scaricabile dal sito Internet della Scuola: sgrtv@sgrtv.it.
Il termine ultimo per la presentazione delle domande è fissato al 28 luglio 2012.
La Scuola di Giornalismo, fondata nel 1992 dalla Rai e dall’Università di Perugia, si avvale dei più moderni mezzi informatici, radiofonici e televisivi e prepara i futuri giornalisti nelle quattro discipline fondamentali della professione: Giornalismo scritto, radiofonico, televisivo, multimediale.
Presidente della Scuola Innocenzo Cruciani, direttore Antonio Socci.

GIORNALISMO, IMMIGRAZIONE E PREGIUDIZI: RIFLESSIONI PER L’USO

Trasmettere un’informazione corretta e completa, attenendosi ai canoni del rispetto umano nei confronti di quanti approdano nel nostro Paese alla ricerca di un porto sicuro dove vivere, e costruirsi un futuro migliore. E’ questo il tema della tavola rotonda dal titolo “Informazione e Immigrazione – Conoscere la Carta di Roma e la sua applicazione”, svoltasi a Palermo, nella sede dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia. Un tema interessante, che merita attenzione.

Ben vengano, dunque, iniziative come questa. Al seminario, promosso dall’Associazione Siciliana della Stampa, dall’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, dalla Fnsi e dall’Unar per far conoscere la “Carta di Roma”, il protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti, hanno apportato il proprio contributo, tra gli altri, il presidente della Fnsi Roberto Natale, e la portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati Laura Boldrini.

“E’ determinante che l’informazione parta dal dato di realtà che rappresenti il significato dell’immigrazione nel cambiamento della società italiana, e non si limiti come spesso accade a una ragioneria contabile – ha spiegato Laura Boldrini -. Non si può semplificare così il fenomeno migratorio, soltanto col numero delle persone che sbarcano. Anche perché chi arriva via mare è solo una piccola percentuale dei migranti, dunque si dà molta enfasi che all’interno dei flussi migratori è assolutamente minimale rispetto alla portata del fenomeno stesso”.

L’approssimarsi della bella stagione, e il diffondersi di voci che riferiscono di migliaia di persone pronte a salpare dalle coste del Nord Africa, hanno alimentato i timori riguardo una possibile, imminente, nuova ondata migratoria verso l’Italia. Un’eventualità che Laura Boldrini ha commentato spiegando: “Che d’estate arrivino migranti è del tutto naturale.

Non c’è un dato nuovo, ma un ripetersi di una dinamica. Bisogna uscire dalla logica dell’emergenza, perché altrimenti si ritorna sempre al punto di partenza, senza capitalizzare le buone pratiche che comunque questo Paese dopo tanti anni ha messo a punto”.

Sulla dichiarazione di Lampedusa “porto non sicuro”, infine, la portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati ha riferito il suo auspicio affinchè il provvedimento “sia revocato il prima possibile, perché ha delle grosse implicazioni di soccorrere le persone in mare e quindi salvare persone in mare. E’ un provvedimento discriminatorio – ha proseguito Boldrini – perché è valido per i migranti e non per gli altri. E ci auguriamo che sia aperto al più presto il centro d’accoglienza di Lampedusa come centro di primo soccorso e transito come è nelle corde dell’isola. I problemi – ha concluso – sono stati quando quel centro è divenuto un centro di trattenimento e si è forzata la mano”.

INFORMAZIONE E SUICIDI DA CRISI, UNA RIFLESSIONE

L’Ordine dei Giornalisti del Veneto prende posizione sulla questione dei suicidi da crisi con un comunicato ufficiale, evidenziando il pericolo di emulazione ma trascurando completamente e colpevolmente un altro aspetto: i numeri. Numeri che dicono che il “boom” di suicidi non c’è stato, nessun aumento rispetto allo scorso anno. Ad essere lievitata è l’attenzione dei media, che raccontano storie di suicidi aggrappandosi alla crisi. Mentre, e chi fa questo mestiere lo sa benissimo, solitamente chi si toglie la vita non costituisce una notizia. A meno che non sia un personaggio pubblico o che non scelga modalità sconvolgenti. Adesso, però, questa regola viene regolarmente elusa: i media raccontano i suicidi perché – a torto o a ragione – credono di raccontare, attraverso le singole storie, gli effetti della crisi economica piombata sulle nostre vite. Il tema è delicato e merita più di una riflessione. Personalmente, credo che raccontare le storie dei suicidi da crisi abbia un senso, perché aiuta a risvegliare le coscienze. Allo stesso modo, però, sarebbe fondamentale un’informazione completa. Che dicesse che non c’è stato alcun aumento. E che spesso (sempre?) i suicidi, anche quelli di imprenditori, non si spiegano solo con la crisi. Ecco perché ritengo che il comunicato dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto sia incompleto. Parlare di una “sconvolgente serie di suicidi di imprenditori e persone travolte dalla crisi di cui hanno riferito le cronache giornalistiche di questi ultimi mesi” è quantomeno eccessivo. Soprattutto se poi si aggiunge che questa serie “impone ai giornalisti una riflessione basata su un dato di fatto: più si danno notizie di casi di suicidio con enfasi e titoli in evidenza, più aumenta il rischio che altre persone decidano di togliersi la vita”. Senza precisare che non c’è stato alcun incremento, almeno secondo le statistiche. Che meriterebbero di essere citate al pari degli studi internazionali che “dimostrano che l’eccessiva attenzione dedicata dai mezzi d’informazione ai casi di suicidio induce pericolosi effetti di emulazione”.
“È un dato impressionante – si legge nel comunicato – che obbliga tutti i giornalisti, in primis i direttori responsabili, ad interrogarsi e a riflettere con attenzione ogni qualvolta si decide di dare notizia di un suicidio, valutando quali possono essere gli effetti di questa notizia e dunque adottando le necessarie cautele.

L’Ordine dei giornalisti del Veneto ha affrontato il tema nel maggio del 2011, nel corso di un convegno al quale è intervenuto tra gli altri il professor Michele Tansella, ordinario di psichiatria dell’Università di Verona, membro dell’WHO Collaborating centre for research and training in mental health and service evaluation: «I fattori che influenzano il suicidio e la prevenzione del suicidio sono complessi e non del tutto conosciuti – ha precisato il professore – Ci sono però evidenze scientifiche che dicono che i media hanno un ruolo significativo. Già nel 2008 l’Organizzazione mondiale della sanità affermava che i risultati di più di 50 studi permettono di concludere che la pubblicazione di storie di suicidio può indurre comportamenti di imitazione».

L’evidenza scientifica di cui ha parlato Tansella è tanto cruda quanto motivata. Uno studio del Centro di salute mentale di Mannheim pubblicato su Psychological medicine nel 1988 riportava gli effetti della messa in onda tra 1981 e 1982 sulla tedesca Zdf di una serie tivù intitolata “La morte di uno studente”. La storia era quella di un ragazzo di 19 anni che si buttava sotto il treno. Analizzando i dati sui suicidi avvenuti in Germania tra il 1976 e il 1984 risultava un aumento significativo, fino al 175 per cento, di comportamenti suicidari tra giovani di 15-19 anni nel periodo successivo alla messa in onda del programma. È quello che gli specialisti chiamano “effetto Werther”, ispirandosi all’eroe romantico del celeberrimo romanzo di Goethe.

I giornalisti però possono avere anche un ruolo positivo svolgendo il loro lavoro. Psicologi e psicanalisti lo definiscono “effetto Papageno”, dal nome del personaggio del Flauto magico di Mozart (1791) che grazie all’intervento di tre fanciulli desiste dal togliersi la vita. Uno studio dell’università di Vienna pubblicato su Social science and medicine nel 1994 ha messo in luce che dopo lo sviluppo di linee guida per i giornalisti nel 1987 i suicidi nella metropolitana di Vienna diminuirono del 75 per cento. Tali linee prevedevano di non dar risalto a eventi suicidari, diversamente da quanto successo nel triennio precedente, che aveva registrato un drammatico aumento di questi fenomeni.

Il professor Tansella ha fatto riferimento anche al documento emanato da Oms (Organizzazione mondiale della sanità) e Iasp (International association for suicide prevention) nel 2008: le linee guida per i giornalisti per la prevenzione dei suicidi e il loro trattamento in cronaca, disponibili sul sito dell’Ordine del giornalisti del Veneto (www.ordinegiornalisti.veneto.it ): si tratta di una serie di utili consigli su come trattare i temi relativi ai suicidi cercando di evitare di alimentare effetti emulativi”. Bene. Vorremmo però anche qualche altro numero.

ARRIVA IN ITALIA L’HUFFINGTON POST

In bocca al lupo a Lucia Annunziata. Dopo le indiscrezioni stampa e web, ecco la conferma: sarà lei il direttore di Huffington Post Italia. A darne l’annuncio ufficiale Huffington Post Mediagroup e Gruppo Espresso, in una nota in cui viene anche precisato che “il lancio di Huffington Post Italia è previsto per il mese di settembre”. “L’Huffington Post Italia potrà sfruttare le competenze editoriali e la leadership del Gruppo Espresso nonché la formula di grande successo di Huffington Post Mediagroup che combina notiziari esclusivi, cura dei contenuti, community e strumenti di interazione, oltre a una vivace ed evoluta piattaforma di blogging”, si legge nel comunicato.

Lucia Annunziata, già presidente della Rai, direttore dell’agenzia Ap.Biscom e direttore del Tg3, ha lavorato per la Repubblica e il Corriere della Sera. Attualmente conduce per Rai3 “In 1/2 h” ed è editorialista de La Stampa. E’ anche membro dell’Aspen Institute e direttore responsabile della rivista Aspenia. E’ stata inoltre insignita della Nieman fellowship dall’universita’ di Harvard.

SANGUE E INFORMAZIONE, IL CASO DI SAYED SALEEM SHAHZAD

Syed Saleem Shahzad, chi era costui? A molti questo nome non dirà nulla: è quello del reporter di AdnKronos International che raccontava al-Qaeda. La notizia è questa: sarà ricordata sul ‘Muro della Memoria’ del Newseum di Washington che onora chi ha perso la vita cercando o diffondendo notizie. Giornalisti, cameramen, fotoreporter e operatori fuori dal comune che sono morti in nome della liberta’ d’informazione e che, per questa ragione, “sono i veri eroi della democrazia”, aveva sottolineato l’allora senatrice Hillary Clinton inaugurando nel 2008 il Journalists Memorial nel primo museo al mondo dedicato al giornalismo, alla sua storia e alla notizia.

E’ questo il caso di Shahzad, 40 anni, un grande esperto di terrorismo internazionale con la passione per le inchieste in paesi ad altissimo rischio come Pakistan ed Afghanistan. All’Agenzia, con cui collaborava dal 2004, aveva portato la sua grandissima esperienza sul campo, reportage esclusivi sui movimenti islamici e una serie d’interviste a leader militanti prima che diventassero noti a livello internazionale.

Un lavoro sempre a ridosso del pericolo che Shahzad aveva portato avanti con grande coraggio, sia come corrispondente Aki che, negli ultimi anni, come capo dell’ufficio pakistano di Asia Times Online. Ed è stata proprio una delle sue inchieste sui rapporti tra la marina pakistana e al-Qaeda, anno scorso, a costargli la vita. Due giorni dopo la pubblicazione di quel reportage, il 27 maggio del 2011, venne rapito dai talebani e non si ebbe più notizia di lui. Il suo corpo, senza vita e segnato dalle percosse, fu ritrovato dieci giorni dopo, a circa 150 chilometri da Islamabad, nella regione del Punjab. “Fu ammazzato per scrivere la verità e sacrificò la sua vita per questo”, ricorda il Newseum citando le parole pronunciate dal fratello di Syed Saleem Shahzad. La cerimonia annuale per ridedicare il Journalists Memorial si terrà lunedì prossimo, 14 maggio, al terzo piano del Newseum dove campeggia il memoriale. Con Shahzad saranno ricordati altri 71 giornalisti di diverse nazionalità morti nel 2011 svolgendo il loro lavoro. Un numero che porta a 2.156 le “vittime del giornalismo” dal 1837 ad oggi. Durante la cerimonia – annuncia una nota del Newseum – interverrà Alejandro Junco, presidente e amministratore delegato del gruppo editoriale messicano Reforma che pubblica testate come El Norte, Reforma e Mural. “Una personalità di spicco – sottolinea il Newseum – nella battaglia per imporre una stampa indipendente in uno dei paesi più pericolosi al mondo per i reporter”. Ai primi posti della ‘black list’ stilata anche quest’anno dal Newseum ci sono Iraq e Pakistan dove nel 2011 hanno perso la vita 14 giornalisti (7 in ognuno di questi paesi) Libia e Cile dove ne sono morti in tutto 10 e Messico e Somalia, dove le vittime complessive sono state 8.

REGOLE O CENSURA? IL PROBLEMA DEL WEB

Peccato non esserci stato. Nella solenne Sala dei Notari di Piazza 4 Novembre si è svolta oggi la discussione sul rapporto tra etica e giornalismo tra il ministro della Giustizia Paola Severino, il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino e il presidente, nonché giornalista e scrittore, Enzo Finzi. In particolare, Finzi ha esposto i risultati di una ricerca unica nel suo genere, svolta su un campione rappresentativo della popolazione italiana tra i 15 e i 70 anni, sull’etica del giornalismo. Dai risultati emerge una situazione piuttosto preoccupante: nonostante ci sia una rassicurante convergenza tra come gli italiani pensano debba essere il giornalismo etico e come lo descrive la regolamentazione sulla materia, si evidenzia anche un diffuso senso di insoddisfazione e di sfiducia nei media, percepiti come tendenziosi; si salva solo la comunicazione su Internet.

Finzi, esponendo i dati raccolti, ha chiesto al ministro cosa pensasse in merito. A questo proposito il ministro ha espresso la sua soddisfazione nel rilevare la maturità della cultura collettiva sull’etica del giornalismo e ha espresso la sua approvazione sulle aspettative dei cittadini rispetto ai media, tra cui la verità e la completezza delle notizie, la distinzione tra fatti e opinioni, la non lesione della dignità e il rispetto delle leggi e della deontologia professionale.

“Preoccupa il senso di sfiducia (…), se guardiamo il livello di normativa ci rendiamo conto che siamo superdotati, ma che poi il sistema non funziona”, afferma il ministro. La soluzione proposta non è quindi aggiungere altra legislazione, ma semplificare e unificare quella già presente, risolvendo i problemi che si presentano soprattutto nel momento dell’applicazione delle regole.

Su questo si è trovato d’accordo anche Iacopino, che ringraziando il ministro per la sua immediata disponibilità rispetto alla necessità di riforma dell’Ordine dei Giornalisti, ha espresso la perplessità sulla regolamentazione e sulla limitazione all’uso dei blog, dato che la maggior parte dei cittadini ritiene Internet la miglior fonte di informazioni. Il ministro ha però chiarito che la limitazione all’uso dei blog è necessaria, perché la diffusione di questo strumento, che permette di diffondere idee anche in forma anonima, può incentivare pulsioni pericolose se non opportunamente controllato.

A mio avviso, il ministro sbaglia bersaglio. Non è attraverso una regolazione della blogsfera che si disinnescano le “pulsioni pericolose”, anche perché poi c’è da chiedersi a chi spetta dire cosa è pericoloso e cosa no. Francamente, questa mi pare una brutta forma di censura. Che costa poco, ma che di certo non aiuta a perseguire i risultati auspicati. Più difficile, me più utile, intervenire a monte per disinnescare queste pulsioni: ad esempio, migliorando la politica affinché non trionfi qualche demagogo di turno.

INFORMAZIONE A TUTTO WEB

All’insegna del web. Tra il 2009 e il 2011, il numero complessivo di utenti attivi sulla rete in un giorno medio è passato da 10,4 a 13,1 milioni, con un incremento del 26%, mentre il numero degli utenti di siti web di quotidiani in un giorno medio è passato da 4 a 6 milioni, con un incremento del 50%. E’ quanto emerge dall’indagine ‘La stampa in Italia 2009-2011’, curata dalla Fieg e resa nota durante una conferenza stampa presso la sede dell’organismo. La percentuale di utenti di siti web di quotidiani sul totale dell’utenza nel giorno medio, che era del 38,3% nel 2009; nel 2011 è salita al 46,8% e, verosimilmente, quest’anno supererà la soglia del 50%. Dati che fanno riflettere, e pongono qualche interrogativo. Non a caso, Giulio Anselmi, presidente della Fieg, afferma: “La rivoluzione della multimedialità è inevitabile per sopravvivere, non può attendere oltre se non vogliamo pagare prezzi altissimi, non può essere condotta con superficialità. E’ in atto un tumultuoso avanzare delle tecnologie digitali che hanno dirottato le esigenze d’informazione verso mezzi diversi da quelli stampati. In questo quadro è proprio Internet a irrompere con prepotenza sulla scena con effetti rivoluzionari nelle abitudini delle persone e del mercato”. In quest’ottica, “non è un caso che, nel disordinato sviluppo dei prodotti on line si segnali il tasso di crescita dei giornali che possono vantare anche sul web il certificato di garanzia delle antiche testate”. Qualità dell’informazione, copyright, accesso alle notizie, finanziamenti pubblici: questi e altri sono i problemi ora sul tappeto. Speriamo che qualcuno non li nasconda sotto… il tappeto.

PREMIO PULITZER NEL SEGNO DELL’ON LINE

C’era da aspettarselo. La scelta dei vincitori del premio Pulitzer 2012 riflette l’evoluzione che sta vivendo il giornalismo. Il riconoscimento sul reporting nazionale, uno dei più importanti, è stato assegnato infatti al super blog Huffington Post, fondato nel 2005 da Arianna Huffington e in breve diventato uno dei siti più seguiti del mondo, che è comparso per il primo anno tra i vincitori. Sul podio c’è anche Politico, un quotidiano noto soprattutto per la versione online, che è stato premiato per le vignette satiriche del disegnatore Matt Wuerker. Il giornalista dell’Huffington Post che ha ricevuto il riconoscimento è stato David Wood, per i report sulle difficoltà che devono affrontare i veterani reduci dei conflitti in Afghanistan e Iraq. Ma tra i vincitori non mancano i reporter dei quotidiani tradizionali. Il New York Times, per esempio, ha vinto il premio per il giornalismo internazionale con i reportage dall’Africa di Jeffrey Gettleman e un altro riconoscimento per le inchieste sulla crisi di David Kocieniewski. Un’altra importante novità del Pulitzer 2012 è che ci sono diverse categorie senza vincitore. Ha sorpreso soprattutto la mancanza di una medaglia per la categoria narrativa, come non accadeva da 35 anni. La giuria, che ha assegnato questo tipo di premio per la prima volta nel 1917, non ha ritenuto opportuno conferire l`onorificenza.
Tra gli altri vincitori, il quotidiano dell’Alabama Tuscaloosa News ha ricevuto il premio per la categoria breaking news e Sara Ganim del Patriot-News Staff è stata premiata per la copertura locale sullo scandalo degli abusi sessuali alla Penn State University. Per il giornalismo investigativo, invece, la giuria ha scelto quattro giornalisti di Associated Press e due del Seattles Times. Il premio per la fotografia breaking news, infine, è andato a Massoud Hossaini, fotografo 31enne dell`agenzia Agence France-Presse.

SALUTE: AL VIA V EDIZIONE PREMIO GIORNALISTICO TOMASSETTI

Un premio per i giornalisti under 35 che con i loro elaborati contribuiscano alla conoscenza delle ricerche piu’ all’avanguardia in campo bio-medico e delle terapie innovative che concorreranno a migliorare la salute delle nuove generazioni: giunge alla quinta edizione il Premio Giornalistico Riccardo Tomassetti, anche quest’anno dedicato a informazione e salute Next Generation. Il Premio, intitolato alla memoria del giornalista scientifico romano scomparso nel 2007, a soli 39 anni, che ha riservato larga parte del suo impegno professionale all’informazione medico-scientifica, e realizzato grazie al sostegno di Pfizer, ha l’obiettivo di riconoscere e stimolare l’impegno dei giovani giornalisti nella divulgazione della cultura scientifica in Italia e vuole essere un omaggio allo stile e al modo di svolgere questa professione con rigore, sintesi, completezza di contenuti, chiarezza di linguaggio e capacita’ di comunicazione. Promosso per il terzo anno consecutivo dal Master “Le Scienze della vita nel Giornalismo e nei rapporti Politico-istituzionali” (SGP) della Sapienza Universita’ di Roma, il Premio e’ dedicato ad articoli e servizi giornalistici, in formato testo, audio o video, realizzati tra il 1 gennaio 2012 e il 31 ottobre 2012, relativi alla ricerca e all’innovazione in campo medico-sanitario. La partecipazione e’ riservata ai giovani giornalisti che al 1 gennaio 2012 non abbiano ancora compiuto il 35 anno d’eta’.

ADDIO A MIRIAM MAFAI

E’ sempre con una certa tristezza che si apprendono certe notizie. Tornato da una breve gita di Pasquetta, leggo sul sito del Corriere che se n’e’ andata Miriam Mafai, 50 anni spesi al servizio della cultura. Nata a Firenze nel 1926 da una coppia di noti artisti italiani del XX secolo, Mario Mafai e Antonietta Raphael, Miriam ha partecipato alla resistenza antifascista a Roma nelle file del Pci. Dopo la Liberazione ha continuato la sua attivita’ politica e dal ’51 al ’56 e’ stata assessore al Comune di Pescara. Nel ’57 e’ stata a Parigi come corrispondente del settimanale ‘Vie Nuove’, nel 1960 a ‘l’Unita’ come redattore parlamentare.

Direttore di ‘Noi Donne’ dal 1965 al 1970, e’ passata poi come inviato speciale a ‘Paese Sera’. Ha contribuito alla nascita de la Repubblica nel ’76 divenendone inviato speciale ed editorialista. Dal 1983 al 1986 e’ stata presidente della Federazione nazionale della stampa. Ha svolto una intensa carriera di inviata speciale e giornalista politica scrivendo molti saggi sulla politica e la storia del costume. Deputato nella XII legislatura nelle file del Partito Democratico della Sinistra.

Nel ’96 ha vinto il Premio Cimitile con l’opera Botteghe oscure addio e, nel 2005, il Premio Montanelli per la sua attivita’ votata allo sviluppo della cultura italiana del ‘900, con particolare attenzione al mondo femminile. E’ stata per gran parte della sua vita la compagna di Giancarlo Pajetta, storico esponente del Pci.