UNA CAMPAGNA ELETTORALE (E UN PAESE) SENZA SPERANZA

C’è un’assenza ingombrante in questo avvio di campagna elettorale: tanti offendono, pochi parlano di programmi, nessuno cerca di dare un po’ di speranza ai cittadini provati da una crisi economica epocale e immersi in un clima di sconforto generalizzato. D’accordo: sarebbe troppo pretendere di vedere all’opera un “Obama made in Italy”, un leader che abbia il coraggio di dire al paese: yes, we can. E, magari, anche di indicare come possiamo superare questo momento, offrendo una visione che riesca a parlare al cuore, e non solo alla pancia o alla testa, degli elettori. Invece assistiamo, non senza un po’ di sbigottimento, a un dibattito incentrato quasi esclusivamente sulla delegittimazione degli avversari, in un revival pericoloso delle precedenti elezioni politiche. Pericoloso perché, forse qualcuno lo avrà notato, i partiti e le istituzioni non godono di una grande considerazione tra i cittadini.

Per carità, può essere una strategia di comunicazione: alzare il livello dello scontro, sperando che questo possa incentivare i cittadini a recarsi alle urne. Funzionerà? Basterà dire agli elettori di centrodestra che Monti e Bersani rappresentano un pericolo mortale per superare l’apatia nella quale sembrano essere sprofondati? E specularmente: funzionerà l’antiberlusconismo di ritorno che il partito democratico sta giocoforza utilizzando, nonostante le diverse intenzioni del suo segretario? E ancora: riuscirà il premier uscente Mario Monti a comunicare la sua agenda e la sua (presunta) diversità, con un linguaggio che al momento sembra più da ragioniere che da leader politico? Ma soprattutto: perché nessuna delle forze in campo opta per un messaggio di speranza per un paese in sofferenza? Perché nessuno propone una narrazione che sia anche emotivamente forte e coinvolgente, che offra una visione credibile e auspicabile, che sappia coniugare politics e policies?

Forse avrà ragione chi ripropone strategie consolidate, nonostante le mutate condizioni storiche. Forse, davvero, agli elettori italiani piace la spettacolarizzazione del confronto politico, anzi dello scontro senza esclusione di colpi e combattuto con ogni mezzo a disposizione. Forse essere anti-qualcosa (antiberlusconiani, antimonti, anticomunisti, antiricchi) garantisce performance elettorali migliori.  Forse, cavalcare l’onda antipolitica, pur essendo a tutti gli effetti parte del sistema politico, fa guadagnare voti, nonostante le accuse di populismo che, ovviamente, non mancano mai.

Forse, però. La mia impressione è che, al momento, a prevalere sia il grigio o, meglio, il grigiore. Il rischio è che questa campagna elettorale assomigli sempre più alla notte hegeliana, in cui tutte le vacche sono nere. Manca una stella che infonda una luce di speranza e che permetta di delineare uno scenario in cui credere. Troppo concentrati sui mezzi (la televisione di Berlusconi, i manifesti di Bersani, i social media di Monti), i protagonisti sembrano essersi dimenticati del messaggio. Sapranno (e soprattutto vorranno) rimediare a questa lacuna, proponendo finalmente una visione convincente e coinvolgente? Certo, è più difficile costruire una campagna elettorale con messaggi propositivi che siano anche emotivamente stimolanti. Ma ricordate la favola dei tre porcellini? Se arriva il lupo dell’antipolitica, magari reso ancora più pericoloso da scandali e inchieste, non è meglio ripararsi in una struttura (comunicativa) solida anche se realizzata con maggiore fatica?

COM’E’ PROFONDO L’ATLANTICO

Che paese, l’America. Viene in mente il titolo del libro di Frank McCourt, dopo aver ascoltato e letto cronache e commenti sul terzo e ultimo confronto tra i due candidati alla presidenza Usa. Un dibattito sui grandi temi della politica internazionale, sulle scelte politiche dell’amministrazione uscente, sulle strategie per il futuro. Con battute che lasciano il segno. Come quella, fulminante, di Obama su «cavalli e baionette». Al repubblicano che gli contestava il taglio delle navi da guerra (ormai ridotte per numero ai livelli del 1917) il presidente ha replicato: «Non stiamo giocando a battaglia navale. Abbiamo meno navi, ma anche meno cavalli e baionette». Affondo che implicitamente accusa Romney di avere una concezione arretrata delle sfide della politica estera, un tema su cui Obama ha battuto spesso in questo dibattito ufficialmente dedicato proprio alla politica internazionale. Fatto sta che «#horsesandbayonets», cavalli e baionette, è il tag più tweettato negli Stati Uniti e oscilla fra il terzo e il quarto più usato a livello mondiale questa mattina. Se Twitter fosse un indicatore di successo elettorale, Obama con due paroline potrebbe aver fatto un gran passo avanti verso la vittoria nella sfida del 6 novembre. Ma non è solo questo. A far riflettere i politici di casa nostra dovrebbero essere il tenore e il livello del confronto, incentrato su temi complessi che ruotano intorno al ruolo degli Stati Uniti nel mondo. In Italia, quando mai c’è un confronto sulle scelte di politica estera? E, più in generale, quando mai la campagna elettorale è orientata alle policies invece che alla politics? Eppure, in un momento di gravissima crisi di credibilità per i partiti e le istituzioni, servirebbe un dibattito politico incentrato su scelte concrete e su temi rilevanti. Invece assistiamo attoniti alle alchimie politiche su grande centro, sbilanciamento a sinistra, alleanze. Mancano solo le convergenze parallele.

OBAMA VS ROMNEY, TRA GAFFE E SOCIAL NETWORK

Non ho visto in diretta l’atteso secondo confronto tra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti. Ma, a poche ore, già si possono leggere moltissime analisi: tutte, o quasi, concordano nell’attribuire ad Obama la vittoria ai punti. Molta attenzione anche sulla gaffe sulle donne di Mitt Romney. L’ex governatore del Massachusetts scivola sulla parità fra i due sessi nel mondo del lavoro, in termini di stipendio e occupazione, affermando: «Mentre lavoravo alla formazione del mio gabinetto da governatore ho notato che tutte le domande che mi venivano sottoposte erano di uomini. E’ così che, con il mio staff, abbiamo avviato uno sforzo per trovare donne qualificate. Mi sono rivolto a diversi gruppi femminili e ho chiesto aiuto: mi hanno portato interi fascicoli di donne». Una frase infelice che rimbalza immediatamente su Twitter, sollevando indignazione. E che fa scattare la corsa all’acquisto dell’Url «BindersfullofWomen.com» (e .net), ovvero la frase in inglese usata da Romney, che diventa popolare come il “Big Bird” del primo dibattito televisivo rievocato da Obama nel confronto alla Hofstra University per prendere in giro l’ex governatore. A mettere le mani sull’indirizzo più ambito del web durante il dibattito è stato, secondo indiscrezioni, Bradley Bridge, il direttore del SuperPac «liberal», il progressista American Bridge. Al di là della gaffe, le donne – fascia elettorale determinante – sono protagoniste di una buona fetta del confronto televisivo, che si sofferma anche sull’aborto. Obama spiega la propria posizione sulla parità dei sessi sul lavoro ricordando la madre single e il suo primo atto da presidente, la firma della legge Lily Ledbetter, dal nome dell’attivista che «ha svolto per diversi anni lo stesso lavoro di un uomo e che si è accorta di venir pagata meno. Quando si è rivolta alla Corte Suprema si è vista respingere: avrebbe dovuto accorgersene prima».

Obama incalza l’ex governatore del Massachusetts anche sulle scelte più personali delle donne, come l’aborto. «Romney si sente a proprio agio a lasciare che sia Washington a decidere sulle scelte sanitarie delle donne. Questo è un errore», mette in evidenza Obama, attaccando l’ex governatore per la sua intenzione di togliere fondi al “Planned Parenthood”, alla quale molte donne si appoggiano per effettuare mammografie e altri delicati esami. «Questi non sono temi che riguardano solo le donne. Sono problemi che riguardano intere famiglie. Sono problemi economici».

Romney tenta di replicare, criticando Obama per la riforma sanitaria e la norma criticata che prevede che le assicurazioni offerte alle donne includano anche misure contraccettive: «Non ritengo che i burocrati di Washington dovrebbero dire se bisogna usare o meno contraccettivi».

ELEZIONI ED ERRORI DA EVITARE

Più si avvicinano le elezioni politiche della prossima primavera, più cresce la preoccupazione per come esse saranno affrontate anche dal punto di vista della comunicazione. Lo spettacolo di degrado, corruzione e pressapochismo al quale stiamo assistendo rende quasi improba la missione alla quale sono chiamati tutti coloro che parteciperanno attivamente alla campagna elettorale: ridare (almeno un po’ di) credibilità alla politica e alle istituzioni, in un momento in cui prevale la sfiducia. Soprattutto tra i giovani, come emerge dal nuovo capitolo della ricerca “Rapporto Giovani” promossa dall’Istituto Toniolo (www.rapportogiovani.it), curata da un gruppo di docenti dell’Università Cattolica e realizzata da Ipsos con il sostegno della Fondazione Cariplo.

I risultati sono eloquenti. Il 94% degli intervistati respinge senza appello i partiti, dando un giudizio fortemente negativo. Molti, secondo gli autori dell’indagine, i motivi di una disaffezione sempre più marcata: l’incapacità di gestire la crisi che ha minato la credibilità del sistema Paese e ha portato al governo dei tecnici, ma pesano anche gli scandali legati ai comportamenti privati, l’eccesso di privilegi stridente con la necessità di austerity imposta dalla recessione, oltre che i continui episodi di abuso dei finanziamenti pubblici. Alta è anche la sfiducia inflitta alla Camera dei Deputati e al Senato, con voti positivi appena sopra il 10%. Pesano qui in modo negativo – sempre secondo gli autori del rapporto – i vincoli anagrafici di accesso, pari a 25 anni alla Camera e 40 al Senato, che fanno del Parlamento italiano uno dei meno aperti alla presenza delle nuove generazioni in Europa, ma probabilmente anche il fatto di essere considerato un Parlamento di “nominati”, ovvero eletti con liste bloccate senza la possibilità di indicare le preferenze. Non va molto meglio al Governo. Scarsa la fiducia nell’Esecutivo Monti, seppur un po’ più alta rispetto ai partiti e al Parlamento. Negativo il giudizio dell’83% dei giovani intervistati.

La fiducia cresce in funzione delle prossimità territoriale con i cittadini: la grande maggioranza degli intervistati opta per la bocciatura, ma il numero dei favorevoli sale al 24% nel caso della Regione e al 29% in quello del Comune. Ancor più alti tali valori nelle aree del Paese nella quali la gestione dei servizi verso i cittadini tende ad essere più efficiente. La percentuale di voti positivi per il Comune presenta infatti una forte connotazione territoriale, passando dal 21% del Sud al 40% del Nord Est. Riescono a resistere un po’ di più alla sfiducia generalizzata verso le istituzioni la Presidenza della Repubblica (35% di consensi) e l’Unione Europea (41%). L’Europa stessa è, tuttavia, in difficoltà, ma rimane un punto di riferimento ideale per molti giovani oltre che una via di fuga, soprattutto verso quei paesi che offrono maggiori spazi e opportunità per le nuove generazioni.

Nel complesso lo scenario è desolante. Eppure è in esso che si troveranno ad agire i protagonisti della prossima campagna elettorale. Ad iniziare, ovviamente, dai comunicatori. Che, a mio avviso, avranno la responsabilità (enorme) di scongiurare un pericolo sempre più concreto: che tutto il dibattito politico si riduca al tentativo di delegittimare l’avversario agli occhi dell’opinione pubblica, sperando di esserne il megafono. Se si cederà a questa tentazione, la credibilità già scarsa dei partiti (di tutti i partiti) e della politica nel suo insieme si ridurrà ulteriormente. Non ci saranno vincitori, ma solo vinti. Compresi i cittadini, che si troveranno a vivere in una democrazia sempre più malata.