IL RITORNO DEL ’68 IN VERSIONE 2.0

Sostiene lo storico Tony Judt:«Il 1968 è un anno cruciale, perché stava emergendo una nuova generazione alla quale tutti i vecchi insegnamenti sembravano irrilevanti. Proprio perché i liberali avevano vinto, i loro figli non erano in grado di capire quale fosse stata inizialmente la posta in gioco». E aggiunge: «Ciò che rendeva l’Occidente un luogo migliore erano le sue forme di governo, di giustizia, di assunzione delle decisioni, di regolamentazione o di istruzione. Nell’insieme, con il passare del tempo, tali forme costituirono un patto implicito tra società e Stato. La prima avrebbe permesso un certo livello di intervento dello Stato, limitato dalla legge e dalla consuetudine; lo Stato, a sua volta, avrebbe concesso alla società ampi margini di autonomia, vincolata dal rispetto delle istituzioni dello Stato stesso». Nel Sessantotto quel patto implicito entrò in crisi, insieme e in conseguenza del crescente sentimento di insoddisfazione verso le istituzioni. Come ricorda Jan-Werner Muller, si diffuse la convinzione che bisognasse andare oltre «una democrazia molto prudente e limitata, a cui le élite europee avevano dato il loro appoggio dopo il 1945», per arrivare a una democrazia diretta che permettesse ai cittadini di partecipare e non solo di essere rappresentati. Non a caso, uno degli obiettivi principali erano i parlamenti, considerati – per dirla ancora con le parole di Jan-Werner Muller – «semplici palcoscenici di facciata, dietro ai quali il vero potere veniva negoziato in corridoi dove regnava il più puro spirito corporativo, e sempre con lo stesso cast di attori».

Vi sembrano considerazioni estremamente attuali? In effetti, la crisi della rappresentanza, lo scetticismo verso le istituzioni, le richieste di superamento degli attuali modelli di democrazia e di maggiore partecipazione sono elementi che caratterizzano anche la fase storica che stiamo vivendo. E non è un caso, se è vero – come sostiene Andrew Keen nel suo libro “Vertigine digitale” appena pubblicato da Egea – che la generazione sessantottina si è trasferita online. «Molti tra i maggiori sostenitori e architetti dell’interconnessione e del comunitarismo digitali sono i prodotti bohémien di quella controcultura che prese piede negli Stati Uniti sul finire degli anni Sessanta, compresi gli eccentrici visionari della rete J.C.R. Linklider e Douglas Englebart, l’animatore del Whole Earth Catalog e di The WELL, Stewart Brand, il co-fondatore della rivista Wired, Kevin Kelly, i fondatori della Apple, Steve Jobs e Steve Wozniak, il paroliere dei Greteful Dead e co-fondatore della Electronic Frontier Foundation, John Perry Barlow». «Questi pionieri – aggiunge Keen – importarono il libertarismo dirompente degli anni Sessanta, il suo rifiuto per ogni gerarchia e autorità, l’infatuazione con la condivisione e la trasparenza e l’autenticità individuale, e il comunitarismo globale, nella cultura di quel che si sarebbe affermato come cyberspazio». Si sta diffondendo, insomma, «l’ideale del fuori-casta, del ribelle che sfida l’autorità costituita», tanto che esso è diventato «uno dei beni di consumo più preziosi di questo inizio del XXI secolo».

I nuovi cyber-utopisti, tra i quali vale la pena ricordare anche Manuel Castells, vedono nel web uno spazio dove è possibile riunire l’intera umanità in un unico villaggio globale, dove la cultura è creata da tutti e non solo da un’élite, dove si può realizzare l’ideale di una cittadinanza partecipe e trasparente a se stessa. Purtroppo, però, si va definendo una realtà profondamente diversa, e più preoccupante, di quella delineata da questi nuovi «comunardi digitali», profeti di un’ortodossia dell’anticonformismo ed eredi di quell’ideologia sessantottina che provocò, tra l’altro, l’abbattimento delle barriere ideologiche tra il pubblico e il privato, favorendo un’esperienza quotidiana esplicitamente politica. Un aspetto, questo, che oggi si ripropone nel segno di una «cultura partecipativa» che riflette una trasparenza indesiderata su tutta la nostra vita, minando alla radice il nostro diritto alla privacy. Come sottolinea ancora Andrew Keen, viviamo in «un mondo interconnesso definito da milioni di dispositivi “intelligenti”, da linciaggi online in diretta, da decine di migliaia di persone che rilanciano i dettagli della vita sessuale di un estraneo, dalla burocratizzazione dell’amicizia, dal pensiero di gruppo dei Piccoli Fratelli, dall’eliminazione della solitudine, dalla trasformazione della nostra stessa vita in un volontario Truman Show». Il rischio è «un’amnesia collettiva di ciò che significa essere umani», una rinuncia volontaria alla privacy e allo sviluppo e alla libertà individuali, nel nome di un’ideologia che, in quanto tale, rappresenta sempre una minaccia per la convivenza civile e la democrazia.

Ps. Personalmente, ritengo che queste riflessioni aiutino a comprendere  e a spiegare l’annunciato successo elettorale di forze come il Movimento 5 Stelle che, da lunedì, sarà probabilmente il tema più dibattuto…

 

ARTICOLO scritto per la rubrica “COMMA 22” su www.spinningpolitics.it

COMUNICAZIONE&POLITICA, LA LEZIONE DELLA VALLE D’AOSTA

«Questa è una vittoria della democrazia», afferma il consigliere regionale della Valle d’Aosta Alberto Bertin, commentando l’esito del referendum propositivo contro il trattamento a caldo dei rifiuti: oltre il 94 per cento dei votanti ha detto no alla costruzione del pirogassificatore (una variante dei termovalorizzatori o, per dirla in altro modo, degli inceneritori) voluta dalla maggioranza di governo locale. E’ stato superato lo scoglio del quorum (45 per cento), con circa 51 mila valdostani al voto: quasi la metà degli aventi diritto. Un trionfo per l’opposizione, le associazioni ambientaliste e il Movimento Cinque Stelle che, proprio l’ultimo giorno di campagna elettorale, ha calato l’asso: un comizio di Beppe Grillo in piazza ad Aosta davanti a quattromila persone. Secondo i promotori dell’iniziativa, è stato una prova di forza della democrazia: i cittadini si sono espressi su un’opera fondamentale per il territorio, contro la volontà politica dello schieramento che governa la Regione Valle d’Aosta. Ha dunque ragione il consigliere di opposizione nel sostenere che è stato un successo della democrazia? O si tratta, piuttosto, di un’altra pietra tombale su un sistema politico già in crisi o, per dirla con Carlo Galli, ingrigito?

Sulla realizzazione del pirogassificatore i cittadini si sono espressi attraverso un referendum istituzionalmente previsto, con regole chiare e precise. Quindi in modo assolutamente democratico. C’è stata una partecipazione significativa, segno che la popolazione risponde quando è chiamata ad esprimersi su questioni rilevanti per il territorio. Ma l’analisi del caso non si può esaurire con queste considerazioni superficiali, perché c’è un tema che merita qualche ulteriore riflessione e che ruota intorno a un fondamentale interrogativo: i votanti erano correttamente informati sul tema o si sono lasciati condizionare da paure e preoccupazioni? La campagna elettorale è stata combattuta (è il caso di dirlo) senza esclusione di colpi, e con tutti i mezzi a disposizione. Internet e social media in particolare. I promotori del referendum si sono concentrati sulle conseguenze per la salute dei cittadini, anche con messaggi a forte impatto emotivo. Sui manifesti non sono comparse solo maschere a gas con messaggi che definivano il pirogassificatore «letale», ma anche bambini (!) malati di tumore. In rete la fantasia si è scatenata: teschi che parlavano, animali con la maschera a gas, la valle invasa dal fumo. Come potevano le forze favorevoli all’opera contrastare, dal punto di vista comunicativo, una campagna condotta sulle paure e sulle emozioni dei cittadini? Hanno giocato la carta della responsabilità (non a caso il comitato si chiamava Valle Responsabile), pensando che favorire la riflessione fosse la scelta giusta. Hanno proposto anche qualche immagine forte (un prato invaso dalla spazzatura), ma senza grandi risultati. E non poteva essere altrimenti. Come insegna Drew Westen, buona parte del nostro comportamento riflette l’attivazione di reti di associazioni emotivamente cariche e questa attivazione avviene quasi sempre al di fuori della nostra coscienza. Insomma: le emozioni vincono sulla ragione. Anche in politica. Se a questo sommiamo il ruolo del web nella circolazione dei sentimenti («internet crea un flusso infinito di reazioni nervose», sostiene il massmediologo olandese Geert Lovink), è evidente che l’impresa era pressoché improba e il risultato del referendum prevedibile.

Che lezione si può trarre da quanto successo in Valle d’Aosta? Si tratta, a mio avviso, di un caso emblematico della difficoltà – per usare un eufemismo – in cui si trovano le istituzioni, che nell’era biomediatica appaiono incapaci di trovare una legittimità popolare su scelte complesse che richiedono una conoscenza approfondita delle tematiche che investono. Chi ritiene, anche sulla scia delle recenti esperienza referendarie, che il web sia una medicina per le sofferenti democrazie, perché agevola la partecipazione e un’informazione più libera, assume una posizione ideologica, romantica e perciò suggestiva: com’è bello il mito della rete che si mobilita a favore di una causa giusta e riesce a vincere sia l’oscurantismo dei media tradizionali, sia il potere costituito! Ma si tratta, appunto, di un mito. In realtà, si può affermare che internet incide negativamente sul processo democratico, perché favorisce la scomparsa dei problemi di interesse pubblico dal dibattito politico, nonché la perdita della capacità di analisi critica e di lettura approfondita da parte degli individui, l’affermazione dell’informazione algoritmica e la conseguente cancellazione delle questioni complesse e il prevalere delle notizie che suscitano emozioni. Sottoposta a un continuo bombardamento di stimoli, la mente delle persone tende a valutare le informazioni non in base alla veridicità e alla rilevanza, bensì privilegiando le più attuali e, su suggerimento degli algoritmi, le più popolari le più affini ai gusti e alle sensibilità di ciascuno. La rottura del monopolio informativo del vecchio sistema comunicativo top-down non garantisce, di per sé, un’opinione pubblica più informata, proprio perché, nel diluvio di informazioni di internet, agli individui che stanno smarrendo le proprie capacità di analisi critica e approfondita risulta sempre più problematico distinguere, come rileva Lovink, tra «opinioni patrizie» e «dicerie plebee».

In questo quadro, a soffrire è soprattutto quella che, all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, il politologo americano Martin Lispet chiamò «effettività», cioè «la misura in cui il sistema riesce ad assolvere alle fondamentali funzioni di governo». Grazie alla rete, è più facile comunicare ai cittadini che un pirogassificatore fa aumentare i casi di tumore, più difficile – se non impossibile – è spiegare che si tratta di un’opera strategica per lo smaltimento dei rifiuti. Su questo, si dirà, i cittadini si sono democraticamente espressi. Bene: ma quali saranno le reazioni di fronte al (possibile) aumento delle tariffe o alla (possibile) apertura di una nuova discarica? Con chi se la prenderanno quegli stessi cittadini? Con i partiti, con la vecchia politica, con le istituzioni. E’ un circolo vizioso. Come scrive Furio Cerutti, «l’efficiente funzionamento della democrazia rappresentativa viene sfigurato da ricorrenti iniezioni di democrazia diretta».

Con quali conseguenze? Davanti allo schermo di un computer, di un tablet o di uno smartphone, la «miopia della democrazia» peggiora inesorabilmente, diottria dopo diottria. Non si può dimenticare che il «disagio della democrazia» di cui parla Carlo Galli nasce anche dalla crisi della sua effettività, e cioè dalla delusione dei cittadini verso le sue prestazioni. Ecco perché vale la pensa chiedersi se la democrazia può morire di troppa democrazia. E’ una questione antica, certo, che però va rivista anche alla luce delle trasformazioni nella comunicazione politica provocate da internet e dai social media. Sarebbe un errore liquidarla con un click.

 

ARTICOLO pubblicato su FERPI MAGAZINE, gennaio 2013

IL FALSO MITO DELLA DEMOCRAZIA 2.0

Cresce l’attenzione nei confronti della «democrazia 2.0», ovvero di un sistema che permetta ai cittadini di esprimersi – via Web – su molte se non tutte le questioni di interesse pubblico. Ad iniziare dalla scelta dei candidati. Beppe Grillo, il comico prestato alla politica, annuncia che i candidati del Movimento 5 Stelle saranno scelti on line. Dai cittadini-utenti-elettori. Dunque, solo per questo, avranno una maggiore legittimità rispetto a quelli dei partiti tradizionali, designati dalle segreterie senza passare al vaglio del voto. La democrazia diretta come mezzo per spazzare via il vecchiume della politica e, con esso, l’intera classe dirigente. Questo vuole il M5S, ma non solo. Che la Rete possa essere uno strumento utile a rinnovare dal basso la democrazia è un’idea sempre più diffusa. Internet come spazio aperto di partecipazione interessata, informata e consapevole. Di questo parla, ad esempio, anche Marco Magrini, su «nòva», l’inserto de «Il Sole 24 Ore» uscito domenica 16 settembre. Ma è davvero auspicabile, come lascia intendere l’autore, vivere in un Paese dove la democrazia diretta manda in soffitta la democrazia rappresentativa, dove i temi più significativi vengono decisi con un referendum on line? A mio avviso, no. E non tanto per il rischio, evidenziato nell’articolo, che qualche hacker violi la sicurezza del sistema e stravolga la volontà popolare. Il pericolo, vero, è un altro: un eccesso di democrazia diretta, soprattutto se costruita sulle fondamenta d’argilla del Web. Non accusatemi di blasfemia, né tanto meno di luddismo: contestare un cyber-utopismo tanto ingenuo quanto pericoloso non significa essere contro l’innovazione tecnologica. Si tratta, semplicemente, di mantenere un minimo di spirito critico, evitando di rimanere accecati dalla fede incondizionata sulle proprietà taumaturgiche della Rete.

Il rapporto tra Internet e democrazia presenta, infatti, alcune criticità. Penso, ad esempio, alla polarizzazione e alla frammentazione che contraddistinguono le discussioni online. Discussioni per modo di dire, visto che si svolgono prevalentemente in «camere di risonanza», dove accedono quasi esclusivamente individui con le stesse opinioni che, consapevolmente o meno, si sottraggono al confronto con chi la pensa in modo diverso. Una tendenza, questa, rafforzata anche da quella che Eli Pariser – pioniere dell’attivismo politico online e dirigente di MoveOn.org, l’organizzazione progressista che ha dato un contributo determinante nella campagna per l’elezione di Barack Obama – chiama la «bolla dei filtri», ovvero il personale bagaglio di informazioni all’interno del quale si vive quando si è online. Da questo punto di vista, l’adattamento del flusso di informazioni alla nostra identità porta alla graduale scomparsa dell’esperienza comune, con conseguenze negative sul discorso politico e, quindi, sul funzionamento delle istituzioni democratiche.

C’è poi un’altra questione di cruciale importanza: la Rete favorisce davvero la formazione di un’opinione pubblica più informata e, quindi, un’eventuale partecipazione consapevole dei cittadini alle decisioni di interesse pubblico? Temo che abbia ragione il massmediologo Geert Lovink, quando afferma che «la cosiddetta rivoluzione dell’informazione si è disintegrata in un’inondazione di disinformazione». Sottoposta a un continuo bombardamento di stimoli, la mente delle persone tende infatti a valutare le informazioni non in base alla veridicità e alla rilevanza, bensì privilegiando le più attuali e, su suggerimento degli algoritmi, le più popolari. Su questo, coloro che aspirano alla realizzazione di un sistema di democrazia diretta attraverso l’utilizzo del Web dovrebbero riflettere attentamente.

Allo stesso modo, dovrebbero riflettere attentamente anche su un altro aspetto: l’eccessiva partecipazione cibernetica rischia di condizionare negativamente l’azione di leader politici, resi schiavi delle infinite voci del Web. «Leggi i sondaggi, segui i blog, tieni conto dei messaggi che appaiono su Twitter e degli stati su Facebook e dirigiti esattamente là dove si trovano gli altri e non dove pensi che dovrebbero andare. Ma se tutti “seguono”, chi dirige?», si chiede l’editorialista del «New York Time» Thomas L. Friedman. Che aggiunge: «Quando si dispone di tecnologie che facilitano reazioni e giudizi rapidi e immediati, e quando si ha a che fare con una generazione abituata a ricevere gratificazioni istantanee – ma ci si trova a dover affrontare questioni complesse, come l’attuale crisi creditizia o la mancanza di posti di lavoro o l’esigenza di costruire da zero i Paesi arabi – si è alle prese con una notevole discrepanza – nonché una sfida per la leadership». E per la democrazia, il cui stato di salute, già precario, potrebbe aggravarsi se ricorressimo alla terapia sbagliata.

SE INTERNET DA’ I NUMERI

Statistiche curiose. E interessanti. Ad esempio: è “Imu” la parola più ricercata in Italia dagli utenti di internet nei primi mesi del 2012, con picchi di aumento del 5000%, seguita da Terremoto (+300%), Twitter (+100%), Amazon (+100%). Il dato è stato reso noto oggi da Vincenzo Cosenza, della società di analisi Blogmeter, nella relazione iniziale di ‘State of the Net’, incontro internazionale sullo ‘stato’ di Internet in Italia, a Trieste. Al livello nazionale sono 40 milioni i potenziali utenti della rete, 28 milioni quelli realmente attivi al mese, con un aumento del 7,6% rispetto al 2011, e 14 milioni nel giorno medio. Cresce il tempo speso online nel giorno medio (un’ora e 21 minuti) ma diminuiscono le pagine viste per persona (147) A usare la rete sono di più gli uomini (7.587.000) rispetto alle donne 6.211.000; l’età più rappresentata è quella tra 25 e 34 anni. I termini più digitati nei motori di ricerca sono Facebook, Youtube, la propria casella di mail, Google (curiosamente si usa Google per cercare Google), il meteo e i giochi. Facebook è il luogo privilegiato di incontro, seguito a grande distanza da Twitter e da Linkedin. Fin qui i numeri. Che vanno interpretati. Analizzati. Prima che l’uso intensivo di internet annulli le nostre capacità di riflessioni approfondite. Sappiamo, infatti, che l’utilizzo intensivo della rete provoca persino conseguenze neurologiche. Scrive, a questo proposito, Nicholas Carr: “Se il tempo trascorso sul Web rimpiazza completamente quello che passiamo a leggere libri, se ci dedichiamo molto di più a scambiarci bocconcini di messaggi invece di comporre frasi e paragrafi, e a saltare da un link all’altro anziché fermarci per una pausa di calma riflessione e contemplazione, i circuiti che presiedono a quelle vecchie funzioni e occupazioni intellettuali si indeboliscono e cominciano a cadere in pezzi”. I numeri vanno dunque inseriti in una cornice cognitiva per essere analizzati in modo corretto. Se passiamo sempre più tempo in rete, se internet è il canale di informazione privilegiato, se i social network rappresentano sempre di più il nostro “luogo” di incontro e di confronto, dobbiamo chiederci quali possono essere le conseguenze. Prima che sia troppo tardi.

DIFESA CRITICA DELLA COMUNICAZIONE POLITICA

E’ passato (forse) inosservato l’articolo di Edoardo Boria, pubblicato sull’ultimo numero di “Limes”, la rivista italiana di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Eppure si tratta di un pesantissimo “j’accuse” nei confronti della comunicazione politica, la cui regressione sarebbe tra le cause dell’attuale stato di malessere della democrazia. Boria segnala una degenerazione della ricerca del consenso, non soltanto in occasione delle campagne elettorali. Dal momento che “le regole di funzionamento della democrazia inducono i corpi politici a impegnarsi per vendere al meglio se stessi e il proprio prodotto politico”, si può sostenere che “un ideale equivale a uno yogurt, a un dentifricio o a un suv”.  Il “cittadino-consumatore” viene prima ipnotizzato per poi essere sedotto attraverso le tecniche “immorali” del marketing politico. “Siamo in presenza di una patologia della democrazia contemporanea”, scrive Edoardo Boria. E i rischi, avvisa, sono seri e da non sottovalutare. “L’indebolimento delle capacità critiche dei riceventi l’informazione – precisa – è ovviamente pericolosissima, e dimostra fino a che punto le tecniche di persuasione siano un pericolo per la democrazia”.

Anche se le argomentazioni di Edoardo Boria non sono sempre convincenti, il suo articolo solleva una questione rilevante: i comunicatori politici sono in qualche modo corresponsabili della conclamata crisi della democrazia, non solo italiana? A mio avviso, no. Qualche piccola colpa la possono anche avere. Ma sono altre le ragioni per le quali la democrazia, per dirla con Carlo Galli, si è ingrigita, tanto che la sua sopravvivenza è divenuta larvale. Non a caso, su questo tema c’è un ampio dibattito nella letteratura politologica. Scagliarsi contro la comunicazione politica, come fa l’autore, significa dunque sbagliare bersaglio. E, soprattutto, prospettiva. In particolare in riferimento alla “propaganda 2.0”. A questo proposito, Boria ritiene che, grazie a internet, i cittadini sono più informati e possono beneficiare di nuove forme di partecipazione alla vita pubblica. Ma è proprio per questa maggiore consapevolezza razionale delle questioni politiche, resa possibile dal web, che cresce nella popolazione il disincanto democratico. “Un cittadino più attento è anche più critico”, dice, e questo alimenta un pericoloso circolo vizioso: tanto più cala la fiducia nella politica-spettacolo, tanto più essa reagisce accentuando la tendenza alla spettacolarizzazione per tentare di destare interesse. Cittadini meglio informati e più critici, dunque. A scapito della democrazia.

E’ proprio così?

A mio parere, la riflessione di Boria parte da un presupposto errato. E’ vero che la rete offre maggiori possibilità di informazione e di comunicazione, ma è altrettanto vero che essa si è rivelata, come osserva Lovink, “un terreno fertile per le opinioni polarizzate”, “un campo di battaglia”, con “un’attitudine a distruggere il dialogo”. Non solo. Il web sta provocando effetti profondi anche sulle capacità critiche degli utenti-cittadini. “Internet ci rende stupidi”, secondo la famosa formula di Nicholas Carr. Nel senso che, per dirla ancora con Lovink, “se il web privilegia il tempo reale, c’è meno spazio per la riflessione e più tecnologia tesa a facilitare chiacchiere impulsive”. In questo senso, si può dunque dire che la “twitterizzazione” del dibattito politico incide negativamente sull’opinione pubblica e, di conseguenza, anche sull’efficienza dei nostri sistemi di governo democratici. E’ questo il vero circolo vizioso che contribuisce alla crisi della democrazia e contro il quale è giunto il momento di agire.