UN SONDAGGIO… MONDIALE

Il tema è cruciale, anche se – con questa crisi – rischia di passare in secondo piano. Ma il sondaggio online lanciato dall’Onu in vista del prossimo summit sullo sviluppo sostenibile di Rio+20. Le Nazioni Unite sono interessate a sentire la voce dei cittadini sulle soluzioni proposte per risolvere le sfide sociali, economiche e ambientali considerate più importanti a livello globale. “Andate su http://vote.riodialogues.org/. Diteci cosa pensate. Questi voti possono fare la differenza nel costruire un mondo prospero, equo, stabile e sostenibile per tutti”, ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, lanciando la piattaforma online. I risultati delsondaggio saranno presentati agli oltre 100 leader mondiali che parteciperanno al summit che si terrà dal 20 al 22 giugno a Rio de Janeiro. “I dialoghi – ha aggiunto Ban – sono un tentativo di creare un ponte fra la società civile e l’iter ufficiale della prossima

conferenza Onu sullo sviluppo sostenibile”. Il sondaggio globale fa parte di un’iniziativa del governo brasiliano, sostenuta dalle Nazioni Unite. All’inizio dell’anno, cittadini da più di 150 paesi hanno partecipato ad un forum sui principali social network dedicato a dieci temi legati allo sviluppo sostenibile: acqua e gestione delle città, oceani, cibo e sicurezza alimentare, energia, foreste, occupazione, povertà, crisi economiche, produzione e consumo sostenibile. Sono stati coinvolti attivisti, leader, rappresentanti della societa’ civile, economisti e urbanisti, che alla fine hanno formulato circa 100 proposte politiche, quelle all’esame del nuovo sondaggio online. C’è chi raccomanda di mettere un prezzo sulle emissioni di carbonio e altri che invece vogliono una rete di aree marine protette. Il voto sul sito di http://vote.riodialogues.org/ e’ disponibile in inglese, francese, portoghese, spagnolo, russo, cinese e arabo, fino al 15 giugno. L’iniziativa è interessante, ma il rischio è che ad aderire sia solo una minoranza interessata. L’incognita è proprio questa: il messaggio arriverà al grande pubblico?

RESISTERE ALLA CRISI (DI SOVRANITA’)

La scissione tra potere e politica e i suoi effetti su tutti noi. Di fronte al venir meno della tradizionale sovranità statuale e al progressivo scivolamento verso l’eterodirezione, con la cessione di porzioni di sovranità agli organismi sovrannazionali e ai mercati finanziari internazionali, entra in gioco lo spirito di adattamento degli italiani.

Al Censis è di scena il secondo dei quattro incontri del tradizionale appuntamento di riflessione di giugno “Un mese di sociale”, dedicato quest’anno a “La crisi della sovranità”, lo spirito adattativo degli italiani ai tempi dell’eterodirezione. In un ciclo declinante della spesa pubblica e di recessione economica, gli italiani provano a difendersi mettendo a punto meccanismi di gestione dei propri bisogni che vadano oltre il “fai da te” individuale. La dimensione più diffusa di esercizio di micro-sovranità è quella familiare, con una rinegoziazione di modelli e ruoli che ha la sua prima manifestazione nell’aumento delle nuove forme di famiglia. Quelle fatte di single, monogenitori, nuclei ricostituiti, unioni libere sono 6 milioni 866mila (il 28% del totale) e coinvolgono 12 milioni di persone (il 20% della popolazione).

Il modello standard della famiglia tradizionale, le coppie coniugate con figli, rappresenta ormai solo il 35,8% delle famiglie (erano il 43,8% nel 2000). Parallelamente si assiste a una specializzazione della capacità delle famiglie di farsi strumento di sostegno. Gestiscono quasi integralmente il peso della non autosufficienza dei membri più fragili.

E altrettanto rilevanti sono le forme di solidarietà intergenerazionale che consentono ai figli, mediante forme diversificate di sostegno economico o anche attraverso il semplice prolungamento della convivenza, di mitigare gli effetti della progressiva riduzione delle opportunità per i giovani di trovare lavoro.

CAMBIA L’APPROCCIO AI CONSUMI – È in atto una revisione dell’approccio al consumo: strategie di razionalizzazione delle spese, ricerca di sconti e offerte speciali, persino riduzione degli spostamenti in auto o moto. Per far fronte alla minore capacità di spesa, il 97,1% delle famiglie sta riducendo gli sprechi, il 95,3% rifiuta l’idea consumista dell’acquisto continuo di cose nuove, il 68,8% riferisce una maggiore morigeratezza, con una riduzione del desiderio di beni materiali che è indipendente dalla disponibilità economica ed è forse l’esito non previsto della crisi.

LA RIAPPROPRIAZIONE DEI CONSUMI ENERGETICI I- l consumo energetico è un’altra forma in cui si esprime la voglia delle famiglie di raggiungere una maggiore autonomia e di essere meno dipendenti da decisioni esterne su cui non possono intervenire. È fortemente aumentato il volume degli impianti fotovoltaici. Quelli più piccoli (da 3 kw o meno) sono passati da 32.670 nel 2009 a 112.186 nel 2011 (+243,4%), e quelli fino a 20 kw (installati da famiglie e piccole imprese) sono passati da 33.350 a 182.071 (+445,9%), per un totale di poco meno di 300.000 impianti sotto i 20 kw.

LA PRIVATIZZAZIONE DELLE TUTELE SANITARIE – A fronte del rallentamento della crescita della spesa sanitaria pubblica, frutto delle politiche di contenimento di questi ultimi anni, la spesa privata dei cittadini ha continuato ad aumentare, fino a raggiungere la cifra di 30,6 miliardi di euro nel 2010: +25,5% nell’ultimo decennio. Nel periodo di crisi 2007-2010 l’incremento della spesa privata per la sanità è stato pari all’8,1%, mentre la spesa totale per consumi degli italiani cresceva solo del 2,6%. Sono aumentate tutte le componenti della spesa sanitaria privata: prodotti medicinali, articoli sanitari e materiale terapeutico (+5,8%), servizi ambulatoriali (+11,1%), servizi ospedalieri (+8,1%).

Nel 2011 il valore medio della spesa di tasca propria è stato pari a 957,9 euro per famiglia, ma il dato sale fino a 1.418,5 euro per le famiglie che hanno ricevuto anche prestazioni odontoiatriche. Di fronte all’arretramento della copertura pubblica, i ceti con maggiore disponibilità economica manifestano la propensione a dotarsi di strumenti protettivi autorganizzati. Sono circa 300 i Fondi sanitari integrativi iscritti all’anagrafe istituita nel 2009 presso il Ministero della Salute, e una recente indagine del Censis stima in 6 milioni gli iscritti e in oltre 11 milioni gli assistiti della sanità integrativa.

INTERNET LUOGO D’ESERCIZIO DI MICRO-SOVRANITA’ – Gli utenti di Facebook sono 21,7 milioni, con un uso complessivo pari a 686 milioni di ore all’anno. E proprio sulla rete si sviluppa una molteplicità di occasioni di ricondensazione sociale. Il 50% degli utenti dei social network (circa 11 milioni di italiani) dichiara di attivare e/o partecipare per mezzo di essi a iniziative nel territorio in cui vive.

LA RIPRESA DI SOVRANITA’ SUL TERRITORIO – La lontananza dalla politica nazionale è un segnale della sudditanza in cui si sentono precipitati gli italiani, non solo a causa del peso crescente dei circuiti di potere internazionali, ma anche per gli errori attribuiti alla nostra classe politica. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un forte aumento del numero delle liste civiche. Alle ultime elezioni amministrative erano quasi la metà (il 47,3%) delle liste in competizione, mentre nelle elezioni precedenti era poco meno di un terzo. Sono passate da 170 a 279 (+64,1%).

INFORMAZIONE E SUICIDI DA CRISI, UNA RIFLESSIONE

L’Ordine dei Giornalisti del Veneto prende posizione sulla questione dei suicidi da crisi con un comunicato ufficiale, evidenziando il pericolo di emulazione ma trascurando completamente e colpevolmente un altro aspetto: i numeri. Numeri che dicono che il “boom” di suicidi non c’è stato, nessun aumento rispetto allo scorso anno. Ad essere lievitata è l’attenzione dei media, che raccontano storie di suicidi aggrappandosi alla crisi. Mentre, e chi fa questo mestiere lo sa benissimo, solitamente chi si toglie la vita non costituisce una notizia. A meno che non sia un personaggio pubblico o che non scelga modalità sconvolgenti. Adesso, però, questa regola viene regolarmente elusa: i media raccontano i suicidi perché – a torto o a ragione – credono di raccontare, attraverso le singole storie, gli effetti della crisi economica piombata sulle nostre vite. Il tema è delicato e merita più di una riflessione. Personalmente, credo che raccontare le storie dei suicidi da crisi abbia un senso, perché aiuta a risvegliare le coscienze. Allo stesso modo, però, sarebbe fondamentale un’informazione completa. Che dicesse che non c’è stato alcun aumento. E che spesso (sempre?) i suicidi, anche quelli di imprenditori, non si spiegano solo con la crisi. Ecco perché ritengo che il comunicato dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto sia incompleto. Parlare di una “sconvolgente serie di suicidi di imprenditori e persone travolte dalla crisi di cui hanno riferito le cronache giornalistiche di questi ultimi mesi” è quantomeno eccessivo. Soprattutto se poi si aggiunge che questa serie “impone ai giornalisti una riflessione basata su un dato di fatto: più si danno notizie di casi di suicidio con enfasi e titoli in evidenza, più aumenta il rischio che altre persone decidano di togliersi la vita”. Senza precisare che non c’è stato alcun incremento, almeno secondo le statistiche. Che meriterebbero di essere citate al pari degli studi internazionali che “dimostrano che l’eccessiva attenzione dedicata dai mezzi d’informazione ai casi di suicidio induce pericolosi effetti di emulazione”.
“È un dato impressionante – si legge nel comunicato – che obbliga tutti i giornalisti, in primis i direttori responsabili, ad interrogarsi e a riflettere con attenzione ogni qualvolta si decide di dare notizia di un suicidio, valutando quali possono essere gli effetti di questa notizia e dunque adottando le necessarie cautele.

L’Ordine dei giornalisti del Veneto ha affrontato il tema nel maggio del 2011, nel corso di un convegno al quale è intervenuto tra gli altri il professor Michele Tansella, ordinario di psichiatria dell’Università di Verona, membro dell’WHO Collaborating centre for research and training in mental health and service evaluation: «I fattori che influenzano il suicidio e la prevenzione del suicidio sono complessi e non del tutto conosciuti – ha precisato il professore – Ci sono però evidenze scientifiche che dicono che i media hanno un ruolo significativo. Già nel 2008 l’Organizzazione mondiale della sanità affermava che i risultati di più di 50 studi permettono di concludere che la pubblicazione di storie di suicidio può indurre comportamenti di imitazione».

L’evidenza scientifica di cui ha parlato Tansella è tanto cruda quanto motivata. Uno studio del Centro di salute mentale di Mannheim pubblicato su Psychological medicine nel 1988 riportava gli effetti della messa in onda tra 1981 e 1982 sulla tedesca Zdf di una serie tivù intitolata “La morte di uno studente”. La storia era quella di un ragazzo di 19 anni che si buttava sotto il treno. Analizzando i dati sui suicidi avvenuti in Germania tra il 1976 e il 1984 risultava un aumento significativo, fino al 175 per cento, di comportamenti suicidari tra giovani di 15-19 anni nel periodo successivo alla messa in onda del programma. È quello che gli specialisti chiamano “effetto Werther”, ispirandosi all’eroe romantico del celeberrimo romanzo di Goethe.

I giornalisti però possono avere anche un ruolo positivo svolgendo il loro lavoro. Psicologi e psicanalisti lo definiscono “effetto Papageno”, dal nome del personaggio del Flauto magico di Mozart (1791) che grazie all’intervento di tre fanciulli desiste dal togliersi la vita. Uno studio dell’università di Vienna pubblicato su Social science and medicine nel 1994 ha messo in luce che dopo lo sviluppo di linee guida per i giornalisti nel 1987 i suicidi nella metropolitana di Vienna diminuirono del 75 per cento. Tali linee prevedevano di non dar risalto a eventi suicidari, diversamente da quanto successo nel triennio precedente, che aveva registrato un drammatico aumento di questi fenomeni.

Il professor Tansella ha fatto riferimento anche al documento emanato da Oms (Organizzazione mondiale della sanità) e Iasp (International association for suicide prevention) nel 2008: le linee guida per i giornalisti per la prevenzione dei suicidi e il loro trattamento in cronaca, disponibili sul sito dell’Ordine del giornalisti del Veneto (www.ordinegiornalisti.veneto.it ): si tratta di una serie di utili consigli su come trattare i temi relativi ai suicidi cercando di evitare di alimentare effetti emulativi”. Bene. Vorremmo però anche qualche altro numero.

IN MEMORIA DI GIORGIO LAGO

Oggi ricorre il settimo anniversario dalla scomparsa di Giorgio Lago: morto a 68 anni il 13 marzo del 2005. Lago era nato a Vazzola (Treviso) il 1 settembre 1937. La sua carriera giornalistica iniziò nel 1963 nella redazione milanese di “Tuttosport”, dove rimase fino al 1968, quando fu assunto al “Gazzettino”. Come inviato speciale, Lago raccontò ai lettori ben cinque campionati del Mondo di calcio e quattro edizioni dei giochi olimpici. Il giornalismo sportivo, nel quale brillava per originalità di scrittura e capacità di raccontare le storie dei campioni, dal calcio al ciclismo, rimase poi sempre una sua passione. Il 20 giugno 1984 subentrò a Gustavo Selva alla direzione del giornale veneto, posto che conservò per 12 anni, cioè fino all’8 giugno del 1996, quando la direzione fu affidata all’ allora vicedirettore del Corriere della Sera Giulio Giustiniani. Dopo l’esperienza del Gazzettino, Lago continuò a fare il giornalista, ma in veste di editorialista del gruppo Espresso per “La Repubblica” (in particolare sui fenomeni del Nordest e sulla Lega di Bossi) e per i quotidiani veneti del Gruppo Finegil (“Il Mattino di Padova”, “La Nuova Venezia” e “La Tribuna di Treviso”). Per ricordare il “facchino del nordest” voglio riproporre uno dei suoi ultimi articoli, pubblicato su “La Tribuna di Treviso” il 10 agosto del 2003 e intitolato “IL SISTEMA NORDEST PRONTO ALLA RISCOSSA”.

A causa di qualche guaio fisico, negli ultimi due mesi mi ero perso per strada un po’ di notizie, una in particolare: il Nordest non esisterebbe più. Ma proprio più, finito, esaurito, fallito, sbagliato, pre-fallimentare, inerte e sbullonato, tutto da rifare o da ripensare da cima a fondo come sostengono all’unisono plotoni di osservatori. Un’area in crisi nera, povero Nordest, un catorcio economico, una fabbrica di schèi in disuso, uno schifo industriale, una landa sterminata di capannoni che incarnerebbero da soli tutto il male di un’intera generazione di imprenditori. Se così fosse, sarebbe roba da suicidio collettivo, ma per fortuna così non è. Siamo abituati da anni ai de profundis delle tante congiunture, eppure lo zoccolo duro tiene, e di solito tende a smentire proprio chi non ha mai amato questo capitalismo.

per tutti, ricchissimo di rivincite sociali, povero di credenziali e debole di capitali.

Molti analisti sbagliano da anni sul Nordest; continuano a equivocare, amen. Alcuni poi lo hanno studiato con la puzza sotto il naso o con l’occhio obliquo della politica, dunque mai con equilibrio. Perciò si assiste da tempo a un andamento a volte comico. Può accadere che, nello stesso giorno, un titolo dica «Continua il miracolo Nordest» e un altro avverta «Ora per il Nordest è crisi». Fa lo stesso.

Una volta nelle campagne padovane la religiosità popolare pregava San Bovo perché nelle stalle proteggesse gli animali dalle malattie e Santa Eurosia perché tenesse alla larga la grandine dai raccolti. Noi, di fede assai meno rurale, non sapremmo a che santo votarci per sventare oggi il flagello degli esperti di Nordest, intellettuali e religiosi, catastrofisti e pianificatori, manager e modellatori, quelli che ora decretano in coro la fine del «modello» di sviluppo nato dal basso (senza di loro) e che predicano dall’alto un «modello» nuovo di zecca (tutto loro).

E noi dovremmo mandare in depressione il Nordest che c’è sognando un Nordest che nessuno sa spiegare come dovrebbe essere da subito, pronti e via, senza aspettare i soliti trent’anni necessari a covare qualche tonnellata di studi, progetti, idee qua e idee là, consulenze, annunci, conferenze stampa, convegni, patti di scena, consorzi sulla carta, poteri teorici, finzioni territoriali degne di Emilio Salgari?

Di una sola cosa mi dichiaro sicuro: il vecchio modello Nordest fu inventato dagli imprenditori e dai lavoratori. Il «modello» nacque da solo; poi gli studiosi lo spiegarono per dritto e per rovescio a chi lo aveva costruito con le proprie mani!

Accadrà esattamente la stessa cosa oggi e domani: faccia a faccia con la rivoluzione globale del mercato, il Nordest farà la sua rivoluzione in azienda, sul campo, affrontando una grana competitiva dopo l’altra. Sarà meno solo che nel passato, ma lo sarà ancora, con le sue forze, quasi mai assistito.

Di fronte agli alti e bassi della vita, un personaggio letterario dello scrittore trevigiano Giovanni Comisso invita a non aver paura: «Con le braccia che abbiamo – dice – entro due anni saremo più ricchi di prima». Adesso, come noto, le braccia contano infinitamente meno ma la voglia di garantirsi il benessere è la stessa. Il Nordest non ha affatto mollato; sa che la partita si è fatta cattiva ovunque.

A costo di ripetermi fino alla noia, bisognerebbe sempre ricordare qualche lapide di questo territorio. Alla fine dell’Ottocento il primo pellagrosario d’Italia sorge in Veneto, a Mogliano, tanto per fissare lo «sviluppo» di partenza. E cinquant’anni fa lo scrittore vicentino Guido Piovene ha la sensazione, entrando in Friuli, di superare una invisibile muraglia e di visitare un territorio quasi arcaico.

Non siamo mai stati la California, da Trento a Venezia. Perfino il termine Nordest era assente dai dizionari come mix di una certa società post-contadina e di un’economia parcellizzata al massimo, al contrario di Lombardia, Piemonte e Liguria.

Quel Nord si godeva il suo possente «triangolo industriale». Noi, con rare eccezioni di grande manifatturiero, eravamo il culo di sacco dell’imprenditoria nascente, alla stato brado. Un moto economico popolare, si direbbe, più che un investimento diffuso.

Il Nordest viene costruito in 35 anni. 35 anni fa aveva un Pil da zona depressa. Questo Nordest è grosso modo figlio di una generazione. Una sola generazione, ci siamo capiti?

Questa generazione meriterebbe un monumento all’Imprenditore Ignoto, che li comprenda tutti. Si sono inventati l’export in dialetto; hanno delocalizzato assai prima che se ne accorgessero i docenti della globalizzazione. E la storia continua oggi con mille esempi: la de’ Stefani di Padova andrà a produrre i suoi ingranaggi in Cina, alla faccia del «pericolo giallo» profetizzato per primo da Benito Mussolini.

Certo, anche il Nordest ha problemi, fatiche, cambiali da pagare. Ci mancherebbe: ne ha avuti di grossi anche la mitica e super tecnologica Silicon Valley in California, che ha licenziato un dipendente su sei.

Azienda italiana a maggior potenziale di ricerca, abbiamo poi visto che cosa ha combinato la Fiat in questi anni nonostante fosse una mezza mantenuta dallo Stato. Hanno fatto più ricerca a Nordest l’incompresa Marghera e la straordinaria Electrolux Zanussi che la protezionistica Fiat.

Il Nordest ha fatto fin troppo. Con le infrastrutture fantasma, con la burocrazia improduttiva, con le università pachidermiche, con il fantomatico «sistema Italia» che è tale e quale al «sistema Nordest», cioè non è un sistema.

E’ una storia invecchiata con noi. Il Nordest privato si è fatto da solo; il Nordest pubblico è tuttora in lista d’attesa e, se tutto va bene, sarà a regime fra dieci anni. Altro che fallimento del «modello» economico.

Dopo decenni di anarchia, provate finalmente a fornire il vecchio Nordest degli strumenti pubblici di un territorio attrezzato alla competizione, e poi vediamo. Fate questo e basta; al resto provvederà il Nordest, come fece al tempo dei Pionieri.

E’ piuttosto il cambio generazionale, tra creatori d’azienda e figli/manager, la vera insidia del Nordest.

Mi racconta un lettore di Mestre di figli di padri fondatori che utilizzano la legge Tremonti bis per prendersi lussuose auto sportive intestandole alla ditta di famiglia.

Questo ictus culturale preoccupa. Più della Cina e più dei ciclici annunci sul Nordest in braghe di tela.