ELEZIONI 2013, ULTIMA CHIAMATA ANCHE PER I COMUNICATORI?

Sostiene Angelo Panebianco che “cambiare radicalmente stile comunicativo potrebbe essere l’unica via d’uscita” alla crisi di legittimità di cui soffrono tutti i maggiori partiti politici italiani, con le inevitabili conseguenze negative sulle stesse istituzioni democratiche. Nel suo editoriale pubblicato sul “Corriere della Sera” di domenica 15 luglio, il politologo evidenzia come vi sia una paradossale paura della democrazia: più si avvicina la fine dell’attuale legislatura e, quindi, dell’esperienza del governo tecnico più cresce un senso di ansia e frustrazione per l’attuale vuoto nell’offerta politica. Spiega Panebianco: “E’ diffusa la convinzione che le forze politiche fra le quali si distribuiranno i voti degli italiani siano tutte inadeguate, costitutivamente incapaci di perseverare nelle politiche di risanamento che la crisi ha reso necessarie”. La soluzione indicata è “estranea alle nostre tradizioni”, ma è anche l’unica possibile: evitare di condurre la solita campagna elettorale a suon di slogan, di promesse generiche e di prese di posizione ideologiche contro il nemico per puntare invece su progetti specifici.
Non posso che essere d’accordo con queste considerazioni. Già in un mio precedente articolo sulle sfide della comunicazione che si sono aperte con il vuoto colmato temporaneamente dal governo tecnico, osservavo che ad essere mancato negli ultimi vent’anni, anche sotto il profilo della comunicazione politica, è l’orientamento alle policies più che alla politics, all’efficacia dell’azione governativa più che allo scontro ideologico tra schieramenti diversi. E aggiungevo: “La sfida che si apre per i politici e anche per i consulenti di comunicazione è cruciale: ricostruire la credibilità dei partiti agli occhi dell’opinione pubblica. Per vincerla sarebbe opportuno iniziare a costruire una vera democrazia dell’output, con gli schieramenti che si confrontano, e a volte magari si scontrano, sulle scelte di policies, misurandosi così soprattutto sull’efficacia (o la non efficacia) dell’azione governativa. Ciò contribuirebbe a produrre una classe dirigente preparata e, di conseguenza, a ridare dignità ai partiti, elemento cardine della rappresentanza democratica”.
Panebianco sostiene grossomodo la stessa tesi: passare dal metodo “ideologia+promesse generiche” al metodo “progetti specifici” per attuare radicali cambiamenti di stile politico e comunicativo. Una scelta quasi obbligata, perché – si legge ancora nell’editoriale – condurre la solita campagna elettorale all’italiana sarebbe un errore fatale, visto che il discredito della politica, documentato dai sondaggi, ha superato il livello di guardia. Forse, dunque, non è azzardato affermare che la campagna per le prossime elezioni politiche metterà alla prova, come mai prima d’ora, anche i professionisti della comunicazione politica, ai quali si chiede un salto di qualità nella definizione delle strategie. Sbaglia chi pensa di utilizzare la solita cifra comunicativa, magari nell’illusione di combattere i “grillismi” sul terreno scivoloso dell’antipolitica.
E’ necessario rendersi conto che dalla riconquista della credibilità da parte dei partiti passa non solo il successo o l’insuccesso della campagna elettorale, ma anche la sopravvivenza stessa della nostra democrazia. A questo proposito, valgano, per tutti, le parole del filosofo
Eric Weil: “La democrazia non resiste, per una sorta di grazia di stato, a ogni prova, a ogni tensione, a ogni ingiustizia. Essa è dappertutto una marcia verso la ragione, un’educazione perpetua dell’uomo dall’uomo stesso, affinché quest’uomo sia veramente e pienamente tale (…) la democrazia non è mai: è sempre da realizzare”.

LE RAGIONI DELL’ANTIPOLITICA

L’antipolitica nasce dal disagio della democrazia. Pericolosa e subdola. A volte, purtroppo, anche utilizzata come arma di disinformazione di massa. Come nel caso dell’articolo di Alfio Mastropaolo, pubblicato oggi dal Manifesto e così sintetizzabile: il rifiuto dei cittadini per la politica va ricondotto alle malefatte del centrodestra (Pdl e Lega), meno, molto meno, ai piccoli peccatucci veniali del centrosinistra. Spiace che un intellettuale della sua caratura scivoli sul piano inclinato dell’interesse di parte, offrendo un’analisi così superficiale e qualunquista. Si può sostenere che il problema di credibilità che affligge tutti i partiti va ricondotto “al disastroso operato del governo Berlusconi” e alle indagini giudiziarie che interessano i partiti di centrodestra e solo marginalmente ai casi di malaffare della sinistra? Sì, se l’obiettivo è portare acqua al mulino di una parte. No, se si vuole offrire un’analisi più seria, come fa Angelo Panebianco, nell’editoriale uscito martedì sul Corriere della Sera. A suo avviso, l’antipolitica rischia di minare le basi della nostra democrazia per la contestuale presenza di tre elementi. “In primo luogo – scrive – una crisi economica destinata a durare a lungo, per anni probabilmente, con tanti giovani disoccupati e l’impoverimento di molte famiglie. In secondo luogo, una condizione di generale discredito dei partiti e della classe politica professionale. Infine, l’incapacità di quella medesima classe politica di trovare rimedi adeguati per la crisi di legittimità che l’ha investita”. La conclusione è secca: “Le democrazie muoiono di solito per eccesso di frammentazione, instabilità, incapacità decisionale, e per il discredito che, in certe fasi, colpisce i loro partiti. Oggi i partiti italiani vengono percepiti da tanti come un problema anziché una soluzione (ciò spiega la popolarità di Monti). Ai loro dirigenti converrebbe uscire dall’angolo mediante qualche risposta adeguata. Altrimenti, la democrazia potrebbe in breve tempo vacillare sotto l’urto di ondate di protesta sempre più impetuose e pericolose”. E’ questo il disagio della democrazia, e certe analisi non aiutano certo a comprenderlo.

IN MEMORIA DI GIORGIO LAGO

Oggi ricorre il settimo anniversario dalla scomparsa di Giorgio Lago: morto a 68 anni il 13 marzo del 2005. Lago era nato a Vazzola (Treviso) il 1 settembre 1937. La sua carriera giornalistica iniziò nel 1963 nella redazione milanese di “Tuttosport”, dove rimase fino al 1968, quando fu assunto al “Gazzettino”. Come inviato speciale, Lago raccontò ai lettori ben cinque campionati del Mondo di calcio e quattro edizioni dei giochi olimpici. Il giornalismo sportivo, nel quale brillava per originalità di scrittura e capacità di raccontare le storie dei campioni, dal calcio al ciclismo, rimase poi sempre una sua passione. Il 20 giugno 1984 subentrò a Gustavo Selva alla direzione del giornale veneto, posto che conservò per 12 anni, cioè fino all’8 giugno del 1996, quando la direzione fu affidata all’ allora vicedirettore del Corriere della Sera Giulio Giustiniani. Dopo l’esperienza del Gazzettino, Lago continuò a fare il giornalista, ma in veste di editorialista del gruppo Espresso per “La Repubblica” (in particolare sui fenomeni del Nordest e sulla Lega di Bossi) e per i quotidiani veneti del Gruppo Finegil (“Il Mattino di Padova”, “La Nuova Venezia” e “La Tribuna di Treviso”). Per ricordare il “facchino del nordest” voglio riproporre uno dei suoi ultimi articoli, pubblicato su “La Tribuna di Treviso” il 10 agosto del 2003 e intitolato “IL SISTEMA NORDEST PRONTO ALLA RISCOSSA”.

A causa di qualche guaio fisico, negli ultimi due mesi mi ero perso per strada un po’ di notizie, una in particolare: il Nordest non esisterebbe più. Ma proprio più, finito, esaurito, fallito, sbagliato, pre-fallimentare, inerte e sbullonato, tutto da rifare o da ripensare da cima a fondo come sostengono all’unisono plotoni di osservatori. Un’area in crisi nera, povero Nordest, un catorcio economico, una fabbrica di schèi in disuso, uno schifo industriale, una landa sterminata di capannoni che incarnerebbero da soli tutto il male di un’intera generazione di imprenditori. Se così fosse, sarebbe roba da suicidio collettivo, ma per fortuna così non è. Siamo abituati da anni ai de profundis delle tante congiunture, eppure lo zoccolo duro tiene, e di solito tende a smentire proprio chi non ha mai amato questo capitalismo.

per tutti, ricchissimo di rivincite sociali, povero di credenziali e debole di capitali.

Molti analisti sbagliano da anni sul Nordest; continuano a equivocare, amen. Alcuni poi lo hanno studiato con la puzza sotto il naso o con l’occhio obliquo della politica, dunque mai con equilibrio. Perciò si assiste da tempo a un andamento a volte comico. Può accadere che, nello stesso giorno, un titolo dica «Continua il miracolo Nordest» e un altro avverta «Ora per il Nordest è crisi». Fa lo stesso.

Una volta nelle campagne padovane la religiosità popolare pregava San Bovo perché nelle stalle proteggesse gli animali dalle malattie e Santa Eurosia perché tenesse alla larga la grandine dai raccolti. Noi, di fede assai meno rurale, non sapremmo a che santo votarci per sventare oggi il flagello degli esperti di Nordest, intellettuali e religiosi, catastrofisti e pianificatori, manager e modellatori, quelli che ora decretano in coro la fine del «modello» di sviluppo nato dal basso (senza di loro) e che predicano dall’alto un «modello» nuovo di zecca (tutto loro).

E noi dovremmo mandare in depressione il Nordest che c’è sognando un Nordest che nessuno sa spiegare come dovrebbe essere da subito, pronti e via, senza aspettare i soliti trent’anni necessari a covare qualche tonnellata di studi, progetti, idee qua e idee là, consulenze, annunci, conferenze stampa, convegni, patti di scena, consorzi sulla carta, poteri teorici, finzioni territoriali degne di Emilio Salgari?

Di una sola cosa mi dichiaro sicuro: il vecchio modello Nordest fu inventato dagli imprenditori e dai lavoratori. Il «modello» nacque da solo; poi gli studiosi lo spiegarono per dritto e per rovescio a chi lo aveva costruito con le proprie mani!

Accadrà esattamente la stessa cosa oggi e domani: faccia a faccia con la rivoluzione globale del mercato, il Nordest farà la sua rivoluzione in azienda, sul campo, affrontando una grana competitiva dopo l’altra. Sarà meno solo che nel passato, ma lo sarà ancora, con le sue forze, quasi mai assistito.

Di fronte agli alti e bassi della vita, un personaggio letterario dello scrittore trevigiano Giovanni Comisso invita a non aver paura: «Con le braccia che abbiamo – dice – entro due anni saremo più ricchi di prima». Adesso, come noto, le braccia contano infinitamente meno ma la voglia di garantirsi il benessere è la stessa. Il Nordest non ha affatto mollato; sa che la partita si è fatta cattiva ovunque.

A costo di ripetermi fino alla noia, bisognerebbe sempre ricordare qualche lapide di questo territorio. Alla fine dell’Ottocento il primo pellagrosario d’Italia sorge in Veneto, a Mogliano, tanto per fissare lo «sviluppo» di partenza. E cinquant’anni fa lo scrittore vicentino Guido Piovene ha la sensazione, entrando in Friuli, di superare una invisibile muraglia e di visitare un territorio quasi arcaico.

Non siamo mai stati la California, da Trento a Venezia. Perfino il termine Nordest era assente dai dizionari come mix di una certa società post-contadina e di un’economia parcellizzata al massimo, al contrario di Lombardia, Piemonte e Liguria.

Quel Nord si godeva il suo possente «triangolo industriale». Noi, con rare eccezioni di grande manifatturiero, eravamo il culo di sacco dell’imprenditoria nascente, alla stato brado. Un moto economico popolare, si direbbe, più che un investimento diffuso.

Il Nordest viene costruito in 35 anni. 35 anni fa aveva un Pil da zona depressa. Questo Nordest è grosso modo figlio di una generazione. Una sola generazione, ci siamo capiti?

Questa generazione meriterebbe un monumento all’Imprenditore Ignoto, che li comprenda tutti. Si sono inventati l’export in dialetto; hanno delocalizzato assai prima che se ne accorgessero i docenti della globalizzazione. E la storia continua oggi con mille esempi: la de’ Stefani di Padova andrà a produrre i suoi ingranaggi in Cina, alla faccia del «pericolo giallo» profetizzato per primo da Benito Mussolini.

Certo, anche il Nordest ha problemi, fatiche, cambiali da pagare. Ci mancherebbe: ne ha avuti di grossi anche la mitica e super tecnologica Silicon Valley in California, che ha licenziato un dipendente su sei.

Azienda italiana a maggior potenziale di ricerca, abbiamo poi visto che cosa ha combinato la Fiat in questi anni nonostante fosse una mezza mantenuta dallo Stato. Hanno fatto più ricerca a Nordest l’incompresa Marghera e la straordinaria Electrolux Zanussi che la protezionistica Fiat.

Il Nordest ha fatto fin troppo. Con le infrastrutture fantasma, con la burocrazia improduttiva, con le università pachidermiche, con il fantomatico «sistema Italia» che è tale e quale al «sistema Nordest», cioè non è un sistema.

E’ una storia invecchiata con noi. Il Nordest privato si è fatto da solo; il Nordest pubblico è tuttora in lista d’attesa e, se tutto va bene, sarà a regime fra dieci anni. Altro che fallimento del «modello» economico.

Dopo decenni di anarchia, provate finalmente a fornire il vecchio Nordest degli strumenti pubblici di un territorio attrezzato alla competizione, e poi vediamo. Fate questo e basta; al resto provvederà il Nordest, come fece al tempo dei Pionieri.

E’ piuttosto il cambio generazionale, tra creatori d’azienda e figli/manager, la vera insidia del Nordest.

Mi racconta un lettore di Mestre di figli di padri fondatori che utilizzano la legge Tremonti bis per prendersi lussuose auto sportive intestandole alla ditta di famiglia.

Questo ictus culturale preoccupa. Più della Cina e più dei ciclici annunci sul Nordest in braghe di tela.