DIAMO I NUMERI SUL WEB

Dunque, diamo un po’ i numeri.Sul web naviga il 62,1 per cento della popolazione italiana (+ 9 per cento dell’utenza rispetto al 2011) e gli iscritti a Facebook nel Belpaese sono passati dal 49 per cento dello scorso anno all’attuale 66,6 per cento degli internauti, ovvero il 41,3 per cento della popolazione e il 79,7 per cento dei giovani. E’ quanto si legge nel decimo rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione, promosso da 3 Italia, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecom Italia e presentato oggi a Roma presso la Sala Capitolare del Senato. Il rapporto aggiunge che YouTube, che nel 2011 raggiungeva il 54,5 per cento di utenti tra le persone con accesso a internet, arriva ora al 61,7 per cento, pari al 38,3 della popolazione complessiva e al 79,9 per cento dei giovani.

Il titolo dato al rapporto (“I media siamo noi. L’inizio dell’era biomediatica”) intende attirare l’attenzione su un elemento emerso dalla ricerca, ovvero che il notevole sviluppo di internet (sia del numero degli utenti, sia delle sue applicazioni), il web 2.0, i social network, la miniaturizzazione dei dispositivi hardware e la proliferazione delle connessioni mobili hanno esaltato il primato del soggetto. L’individuo si specchia nei media (ne e’ il contenuto) creati dall’individuo stesso (che ne e’ anche il produttore). Gli utenti stessi si costruiscono i palinsesti multimediali personali, tagliati su misura in base alle esigenze e preferenze. E gli utenti realizzano di continuo contenuti digitali che, grazie a internet, vengono resi disponibili in molti modi. “L’autoproduzione di contenuti nell’ambiente web privilegia dunque in massima parte l’esibizione del se'”, si legge nel rapporto. Infine, la ricerca sottolinea come il 54,3 per cento della popolazione sia favorevole ad una maggiore tutela della privacy per mezzo di una normativa piu’ severa che preveda sanzioni e la rimozione dei contenuti sgraditi.

SE ANCHE AGLI ARTIGIANI SERVE UNA BUONA COMUNICAZIONE

“Possibile che i nostri amici americani indichino come via d’uscita alla crisi di questi anni quella piccola impresa che per trent’anni ha segnato il nostro modello industriale e che oggi tanti autorevoli osservatori considerano poco più che un imbarazzante retaggio del passato?”. Rispondendo (anche) a questo interrogativo, Stefano Micelli, docente di Economia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, propone un viaggio nel mondo artigiano che merita attenzione, anche da parte di coloro che si occupano di comunicazione. E, soprattutto, indica una via che potrebbe permettere al mondo produttivo di superare il mare tempestoso della crisi, senza incagliarsi su qualche scoglio pericoloso, come la nostalgia per il tempo che fu o la paura di affrontare un mondo globalizzato. Nel suo “Futuro Artigiano” (Marsilio Editore), Micelli riporta l’opinione espressa dal direttore di Wired Chris Anderson, secondo il quale “la prossima rivoluzione industriale sarà guidata da una nuova generazione di piccole imprese a cavallo tra l’alta tecnologia e l’artigianato, capaci di fornire prodotti innovativi, altamente personalizzati, su scala limitata”. La capacità nel saper fare, dunque, ritrova uno spazio rilevante, come dimostrano alcuni casi di successo. Non solo negli Stati Uniti. L’importante è intendersi sul significato delle parole. Tanto per iniziare, rimarca l’autore, l’artigianato non può e non deve essere identificato solo con la piccola impresa. Non è una questione di dimensioni, ma di competenze. “Se artigiani sono per noi solo i piccoli imprenditori – scrive Micelli – non riusciamo a cogliere il valore che il lavoro artigiano ha nelle imprese di maggiori dimensioni”. E a supporto di questa tesi si trovano anche alcune esperienze emblematiche che aiutano a capire come i nuovi artigiani, pur essendo gli eredi di una lunga tradizione, possono rivendicare una nuova identità al passo con i tempi. Dalle officine Camoga ai jeans fatti a mano da aziende venete, dai modellisti della Geox ai luna park di Zamperla: in ognuna di queste storie emerge quanto sia essenziale la componente artigiana. Il problema è che la percezione nell’opinione pubblica dell’artigianato resta più vicina alla sua caricatura che alla realtà. Per uscire dalla contrapposizione tra la grande fabbrica fordista e il piccolo artigiano nemico della modernità è dunque necessario iniziare a raccontare e a formare diversamente l’uomo artigiano del XXI secolo. Quelle che sta nella globalizzazione, che padroneggia le nuove tecnologie, che sa essere creativo anche grazie all’intelligenza delle mani, che sa parlare le lingue straniere, che riesce a comunicare (o meglio: a raccontare) il valore dei proprio prodotto. Non è una sfida da poco, ma – suggerisce Micelli – vale la pena giocarla. Perché “un artigiano che decide di confrontarsi con una comunità internazionale per proporre la sua eccellenza all’interno di filiere globali è un artigiano che costringe l’intero paese a ripensare se stesso, la sua storia e il suo futuro”. Dunque, per tornare all’interrogativo iniziale: sì, c’è spazio per un nuovo futuro artigiano, a patto che si attribuisca a questa espressione il giusto significato. E, in questa partita, un ruolo decisivo lo possono giocare anche i professionisti della comunicazione. Che farebbero bene a leggere questo libro, per questi a altri motivi. Ne cito soltanto un altro: il rapporto tra l’intelligenza verticale (“A” come artigianale) e l’intelligenza orizzontale (“T” come testi di intelligenza) che si presta a interessanti riflessioni sull’impatto delle nuove tecnologie sulle capacità intellettive degli individui. Tema cruciale  che richiede un ulteriore approfondimento.

ELEZIONI 2013, ULTIMA CHIAMATA ANCHE PER I COMUNICATORI?

Sostiene Angelo Panebianco che “cambiare radicalmente stile comunicativo potrebbe essere l’unica via d’uscita” alla crisi di legittimità di cui soffrono tutti i maggiori partiti politici italiani, con le inevitabili conseguenze negative sulle stesse istituzioni democratiche. Nel suo editoriale pubblicato sul “Corriere della Sera” di domenica 15 luglio, il politologo evidenzia come vi sia una paradossale paura della democrazia: più si avvicina la fine dell’attuale legislatura e, quindi, dell’esperienza del governo tecnico più cresce un senso di ansia e frustrazione per l’attuale vuoto nell’offerta politica. Spiega Panebianco: “E’ diffusa la convinzione che le forze politiche fra le quali si distribuiranno i voti degli italiani siano tutte inadeguate, costitutivamente incapaci di perseverare nelle politiche di risanamento che la crisi ha reso necessarie”. La soluzione indicata è “estranea alle nostre tradizioni”, ma è anche l’unica possibile: evitare di condurre la solita campagna elettorale a suon di slogan, di promesse generiche e di prese di posizione ideologiche contro il nemico per puntare invece su progetti specifici.
Non posso che essere d’accordo con queste considerazioni. Già in un mio precedente articolo sulle sfide della comunicazione che si sono aperte con il vuoto colmato temporaneamente dal governo tecnico, osservavo che ad essere mancato negli ultimi vent’anni, anche sotto il profilo della comunicazione politica, è l’orientamento alle policies più che alla politics, all’efficacia dell’azione governativa più che allo scontro ideologico tra schieramenti diversi. E aggiungevo: “La sfida che si apre per i politici e anche per i consulenti di comunicazione è cruciale: ricostruire la credibilità dei partiti agli occhi dell’opinione pubblica. Per vincerla sarebbe opportuno iniziare a costruire una vera democrazia dell’output, con gli schieramenti che si confrontano, e a volte magari si scontrano, sulle scelte di policies, misurandosi così soprattutto sull’efficacia (o la non efficacia) dell’azione governativa. Ciò contribuirebbe a produrre una classe dirigente preparata e, di conseguenza, a ridare dignità ai partiti, elemento cardine della rappresentanza democratica”.
Panebianco sostiene grossomodo la stessa tesi: passare dal metodo “ideologia+promesse generiche” al metodo “progetti specifici” per attuare radicali cambiamenti di stile politico e comunicativo. Una scelta quasi obbligata, perché – si legge ancora nell’editoriale – condurre la solita campagna elettorale all’italiana sarebbe un errore fatale, visto che il discredito della politica, documentato dai sondaggi, ha superato il livello di guardia. Forse, dunque, non è azzardato affermare che la campagna per le prossime elezioni politiche metterà alla prova, come mai prima d’ora, anche i professionisti della comunicazione politica, ai quali si chiede un salto di qualità nella definizione delle strategie. Sbaglia chi pensa di utilizzare la solita cifra comunicativa, magari nell’illusione di combattere i “grillismi” sul terreno scivoloso dell’antipolitica.
E’ necessario rendersi conto che dalla riconquista della credibilità da parte dei partiti passa non solo il successo o l’insuccesso della campagna elettorale, ma anche la sopravvivenza stessa della nostra democrazia. A questo proposito, valgano, per tutti, le parole del filosofo
Eric Weil: “La democrazia non resiste, per una sorta di grazia di stato, a ogni prova, a ogni tensione, a ogni ingiustizia. Essa è dappertutto una marcia verso la ragione, un’educazione perpetua dell’uomo dall’uomo stesso, affinché quest’uomo sia veramente e pienamente tale (…) la democrazia non è mai: è sempre da realizzare”.

STALIN COME FACEBOOK, PERCHE’ NO?

Perché no? Un’organizzazione russa che difende le vittime della repressione politica staliniana – Organizzazione Vittime delle Repressioni Illegali – ha lanciato per il 75esimo anniversario dell’inizio del Grande terrore una campagna pubblicitaria che paragona Josif Stalin ai social network e a varie risorse Internet. L’intento è far capire ai giovani gli orrori del periodo più oscuro nella storia dell’Unione sovietica.

Il risultato è opinabile, con slogan del tipo: “Stalin era come Twitter, ha affascinato milioni di persone”, “Stalin era come Facebook, apprezzava chi diffondeva informazioni”, ossia la delazione, o ancora “Stalin era come YouTube, permetteva di caricare e postare”, con chiaro riferimento alle vittime del terrore messe sui carri e portate nei gulag.

La comunicazione sociale è stata pubblicata da varie riviste – e con particolare rilievo su Bolshoi Gorod, mensile di orientamento anti-governativo – ha scatenato polemiche sul web. L’idea del progetto appartiene allo studente dell’Accademia delle comunicazioni Wordshop, Ilya Tehlikidi, il cui bisnonno venne perseguitato e ucciso negli anni 30 e la cui bisnonna, nonostante i 3 figli, finì in un Gulag siberiano.

Provocazione interessante.

DIFESA CRITICA DELLA COMUNICAZIONE POLITICA

E’ passato (forse) inosservato l’articolo di Edoardo Boria, pubblicato sull’ultimo numero di “Limes”, la rivista italiana di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Eppure si tratta di un pesantissimo “j’accuse” nei confronti della comunicazione politica, la cui regressione sarebbe tra le cause dell’attuale stato di malessere della democrazia. Boria segnala una degenerazione della ricerca del consenso, non soltanto in occasione delle campagne elettorali. Dal momento che “le regole di funzionamento della democrazia inducono i corpi politici a impegnarsi per vendere al meglio se stessi e il proprio prodotto politico”, si può sostenere che “un ideale equivale a uno yogurt, a un dentifricio o a un suv”.  Il “cittadino-consumatore” viene prima ipnotizzato per poi essere sedotto attraverso le tecniche “immorali” del marketing politico. “Siamo in presenza di una patologia della democrazia contemporanea”, scrive Edoardo Boria. E i rischi, avvisa, sono seri e da non sottovalutare. “L’indebolimento delle capacità critiche dei riceventi l’informazione – precisa – è ovviamente pericolosissima, e dimostra fino a che punto le tecniche di persuasione siano un pericolo per la democrazia”.

Anche se le argomentazioni di Edoardo Boria non sono sempre convincenti, il suo articolo solleva una questione rilevante: i comunicatori politici sono in qualche modo corresponsabili della conclamata crisi della democrazia, non solo italiana? A mio avviso, no. Qualche piccola colpa la possono anche avere. Ma sono altre le ragioni per le quali la democrazia, per dirla con Carlo Galli, si è ingrigita, tanto che la sua sopravvivenza è divenuta larvale. Non a caso, su questo tema c’è un ampio dibattito nella letteratura politologica. Scagliarsi contro la comunicazione politica, come fa l’autore, significa dunque sbagliare bersaglio. E, soprattutto, prospettiva. In particolare in riferimento alla “propaganda 2.0”. A questo proposito, Boria ritiene che, grazie a internet, i cittadini sono più informati e possono beneficiare di nuove forme di partecipazione alla vita pubblica. Ma è proprio per questa maggiore consapevolezza razionale delle questioni politiche, resa possibile dal web, che cresce nella popolazione il disincanto democratico. “Un cittadino più attento è anche più critico”, dice, e questo alimenta un pericoloso circolo vizioso: tanto più cala la fiducia nella politica-spettacolo, tanto più essa reagisce accentuando la tendenza alla spettacolarizzazione per tentare di destare interesse. Cittadini meglio informati e più critici, dunque. A scapito della democrazia.

E’ proprio così?

A mio parere, la riflessione di Boria parte da un presupposto errato. E’ vero che la rete offre maggiori possibilità di informazione e di comunicazione, ma è altrettanto vero che essa si è rivelata, come osserva Lovink, “un terreno fertile per le opinioni polarizzate”, “un campo di battaglia”, con “un’attitudine a distruggere il dialogo”. Non solo. Il web sta provocando effetti profondi anche sulle capacità critiche degli utenti-cittadini. “Internet ci rende stupidi”, secondo la famosa formula di Nicholas Carr. Nel senso che, per dirla ancora con Lovink, “se il web privilegia il tempo reale, c’è meno spazio per la riflessione e più tecnologia tesa a facilitare chiacchiere impulsive”. In questo senso, si può dunque dire che la “twitterizzazione” del dibattito politico incide negativamente sull’opinione pubblica e, di conseguenza, anche sull’efficienza dei nostri sistemi di governo democratici. E’ questo il vero circolo vizioso che contribuisce alla crisi della democrazia e contro il quale è giunto il momento di agire.

POLITICA, SCADALI GIUDIZIARI E LA BUCCIA DI BANANA DEI “NON”

Mentre gli scandali giudiziari stanno contribuendo a portare ai minimi storici la fiducia degli italiani nella politica e nei partiti, si registrano grossolani errori di comunicazione. Senza entrare nel merito delle singole vicende, c’è un interrogativo che, forse, merita un po’ di attenzione: com’è possibile che figure di primissimo piano della politica nazionale scivolino sulla buccia di banana dei “non”? Detto in altri termini: come possono commettere errori così gravi, per di più in situazioni che invece andrebbero gestite con il massimo dell’attenzione?

Sembra quasi che la storia non insegni nulla, se è vero, com’è vero, che assistiamo quasi quotidianamente a politici che si difendono dalle accuse affermando: “Io non…”. Dimenticando, evidentemente, episodi che sono entrati nei manuali di comunicazione. Come quello relativo a Richard Nixon. Durante lo scandalo del Watergate, per rispondere alle reiterate richieste di dimissioni, l’allora presidente degli Stati Uniti d’America parlò al paese in televisione. E disse: “Non sono un imbroglione”. Come ricorda George Lakoff, tutti pensarono che invece fosse realmente un imbroglione, questo perché “ogni parola si definisce in relazione a un frame” e “anche quando neghiamo un concetto non possiamo evitare di evocarlo”.

Che dire, allora, della strategia comunicativa (ammesso e non concesso che sia davvero tale) del presidente della regione Lombardia, pronto a negare qualsiasi irregolarità in relazione al verbale del fiduciario svizzero di Pierangelo Daccò, secondo il quale Roberto Formigoni avrebbe beneficiato di viaggi pagati dallo stesso Daccò. La dichiarazione del numero uno del Pirellone è stata questa: “Non c’è nessuna irregolarità e soprattutto nessuna regalia. Non ho mai ricevuto alcuna regalia, non ho mai ricevuto un euro da nessuno”. Un’uscita, questa, che pare più emotiva che ragionata. A mio avviso non solo poco efficace, ma addirittura deleteria. Come per Nixon.

Che cosa avrebbe potuto rispondere Roberto Formigoni? Come avrebbe potuto respingere mediaticamente le accuse che gli sono piovute addosso? Una strategia (forse) migliore c’era. Ad esempio, avrebbe potuto far leva sui principi etici e religiosi che orgogliosamente rivendica, ricordando la sua storia personale e politica: “Da uomo cattolico che vive la politica con spirito di servizio, che si ispira alla Dottrina sociale della Chiesa, che ha scolpite nel cuore le parole di Papa Benedetto XVI contro la “sottomissione al dio denaro”, che crede nella giustizia divina prima ancora che nella giustizia dei tribunali, affronto con grande serenità le vicende che mi vedono coinvolto mio malgrado, nella certezza che tutte le accuse si riveleranno presto infondate. Nel frattempo continuo ad impegnarmi a favore dei lombardi, come ho sempre fatto negli ultimi diciassette anni”. Se avesse risposto così, forse Roberto Formigoni avrebbe offerto ai cittadini un’immagine migliore di quella che, negando, ha finito con l’evocare. Forse.

ECCO LE WEB RADIO

Come si addice ad ogni buona radio pioniera, lo studio di registrazione e’ in uno scantinato di periferia. A Baggio, sud ovest di Milano, sotto il centro di aggregazione giovanile di via dei Larici. Shareradio.it e’ una web radio di quartiere, in cui conduttori e tecnici sono una ventina tra adolescenti e giovani. E’ nata nel settembre del 2010 nell’ambito del progetto di coesione sociale Punto Linea, finanziato dalla Fondazione Cariplo, e gestito dalla cooperativa Azione solidale e dal Consorzio Sis. “Ci e’ sembrato che la radio potesse aiutare a sviluppare il senso di comunita’”, spiega Nicola Mogno, educatore del Consorzio Sis e coordinatore della radio.

Il fenomeno delle web radio di quartiere (o paese) e’ un fenomeno recente, in rapida evoluzione. A Milano e provincia ce ne sono gia’ sette: Radio dei Navigli, Pulsante Radio, Cross radio di Cinisello Balsamo, Rebelot a Locate Triulzi, Radiosvaldo di Novate e Radio Pieve Emanuele. Hanno creato un network, “I have a stream”, per condividere passione, idee, iniziative e le (poche) risorse. Si ritroveranno a Fa’ la cosa giusta!, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili.
“Sperimenteremo una redazione trasversale e trasmetteremo in diretta dalla fiera -annuncia Nicola Mogno-. Il nostro sogno e’ che ogni quartiere di Milano abbia la sua web radio. Al nostro stand spiegheremo come si fa”. Il web non ha comunque limiti territoriali, tanto che del network ora fanno parte anche Radio Oltre di Bologna, 92.10 FM di Genova e Radio Cento Passi di Palermo.

Per Fa’ la cosa giusta! le web radio hanno anche organizzato, per sabato 31 marzo alle ore 17, una tavola rotonda, dal titolo “Comunicazione e coesione sociale – strategie e strumenti per la creazione di attivita’ di broadcasting comunitario”.
Interverranno: Antonello Galimberti di Ricrea.tv, Annalisa Donadono, progetto memoria Giambellino, Nicola Mogno shareradio.it, Up-network, Dario Paladini, Terre di mezzo – street magazine, e Sara Zambotti, progetto europeo Sounds and Voices.

BREVI RIFLESSIONI SUL GIORNALISMO

Occorre aprirsi al nuovo, cambiando modelli organizzativi e parametri di riferimento, ma non dimenticando che la qualità resta elemento centrale del lavoro giornalistico, a partire della scelta della notizia per arrivare al modo in cui si espone. E’ il quadro delineato dal presidente della Fieg e dell’Ansa, Giulio Anselmi, in occasione della presentazione del volume di Alessandro Barbano (in collaborazione con Vincenzo Sassu) “Manuale di giornalismo”, che vedeva tra i relatori Paolo Mieli, Lucia Annunziata e Mario Orfeo e nel pubblico l’editore Francesco Gaetano Caltagirone.

“Gli elementi della concorrenza e dell’integrazione tra cartaceo e nuovi media sono le linee che le aziende editoriali devono seguire se vogliono trasformare la crisi in qualcos’altro”, ha sostenuto Anselmi.

Illustrando il libro, il presidente Fieg ha aggiunto che “la multimedialità è più un obiettivo che una realtà”, soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro e che “da noi non si è trovato ancora il giusto equilibrio tra il lavoro di desk, che non è più quello dei poveracci rimasti nel retrobottega, ed i giornalisti mandati sul posto”. “Il buco – ha detto inoltre Anselmi – è all’origine dell’omologazione dei giornali, ma ha ancora senso nella stagione di Internet? Ne ha poco, eppure questo elemento continua ad essere seguito perché i giornali sono troppo autoreferenziali ed è anche comodo per i direttori utilizzarlo come parametro quantitativo, piuttosto che fare la fatica di scegliere la linea della qualità”.

“C’è qualcosa di cui avverto la perdita – ha aggiunto Mieli – ed è la sparizione della gerarchia della notizia a vantaggio della confusione dell’analisi, dell’avvento di una poltiglia gratuita che prende il posto del lavoro serio pagato, tipico del mondo liberale. Siamo in un momento di sospensione tra un mondo che conosciamo ed un mondo nuovo, nel quale non si capisce chi paga. Passare a questa anarchia creativa e non pagata è un rischio che ha riflessi sulla società. Se non troviamo forme di remunerazione, nel giro di pochi anni potrebbe venir meno il giornalismo che conosciamo”. “In Italia, a differenza degli Usa, non vanno bene tutti i media, dai giornali alla tv – ha sostenuto Annunziata – C’è una malattia del sistema che non ha a che fare con l’avvento delle nuove tecnologie. Da 4-5 mesi non si riesce più a raccontare il Paese perché i punti di riferimento non sono più gli stessi. E’ finita un’era per tutti, anche per i giornali. Qualcuno in Italia dovrebbe dire che è finita e gli editori sono i primi a doversi porre il problema della rottura con il passato”.

“Punto centrale – ha detto Orfeo – è il credito o discredito del giornalismo: mai come in questa fase sarebbe necessario che il giornalismo si accompagnasse alla democrazia. Sarebbe utile riflettere sul fatto che il processo della rivoluzione digitale è irreversibile. Il giornalismo si deve liberare da concezioni del passato ed aprirsi al futuro”.

“Il nostro obiettivo – ha detto in conclusione Barbano – era di costruire un mattoncino nel sapere di una professione. Un sapere che si è spesso basato sull’esperienza e forse troppo poco sulla teoria. Il sapere è una sfida e un dovere e questa modernità più complessa richiede strumenti di conoscenza nuovi”.

TU CHIAMALO, SE VUOI, GIORNALISMO DI PROVINCIA

“Le donne scopano meglio degli uomini, lo fanno con grande pignoleria e lasciano tutto perfettamente pulito, lustro come se ci avessero passato la cera sopra”. Letteratura pornografica? Chat erotica di terz’ordine? No: cronaca d’una gazzetta locale che racconta la prova pratica organizzata dal municipio per decidere l’assunzione di tre donne-netturbino.

Forse qualcuno ricorda Strangolata con un portacenere. Best seller degli anni Settanta, capostipite di un genere destinato a lunga vita. L’autrice, Teresa Cremisi, si era limitata a raccogliere alcuni titoli dai più noti quotidiani italiani e Bompiani si era limitata a riprodurli, così com’erano, nel loro formato originale. Improvvisamente, nell’eloquente laconicità di quella rassegna, ciò che era sempre stato sotto gli occhi di tutti – l’imponderabile ratio dei titoli di giornale – aveva rivelato il suo volto eccezionale, umano e incompreso: i titolisti, genio o follia? Quali menti e quali esigenze comunicative si nascondevano, ad esempio, nel titolo: “Sofferente di gastrite è scambiato per un bruto”?

Oggi Gianluigi Gasparri, ex caporedattore de Il Resto del Carlino – alle spalle una lunga, fatidica esperienza nelle redazioni locali – reinventa il genere scegliendo di introdurci in un mondo semisconosciuto, quello dei quotidiani di provincia. Ne è nato Strafalciopoli (La Lepre Edizioni), il libro che entra nelle redazioni, popolate da disillusi lupi di mare e giovani reclute utopiste, dove ogni giorno cronisti, titolisti e caporedattori lottano per il pane quotidiano, o per un sogno di carriera, tenendo fede all’affresco pasoliniano di una borghesia italiana ignorante, velleitaria, affaticata, talvolta goffamente letteraria e soprattutto refrattaria alle più semplici leggi logico-sintattiche.

Ma Gasparri non si limita, come fece la Cremisi, alla rassegna stampa; infatti Strafalciopoli è un’ indagine, ritagli alla mano, sul giornalismo e sulle cronache di periferia; un divertentissimo e brillante reportage su una realtà infernale, ancora non intaccata da stereotipi. Alle migliori prove di comicità, non manca mai una certa vena tragica. Qualche esempio: “Finalmente una tragedia che è finita nel migliore dei modi”, “Adesso lascio la parola al mio didietro”, “Il maniaco va in giro nudo, ma con il coltello in tasca”. E ancora: “Migliorano le condizioni del carabiniere rimasto ucciso”, “L’aumento salariale sarà del – 4%”, “Domani, in Comune, cerimonia commemorativa dell’assessore che ha compiuto tre anni dalla sua morte”, “Dopo la Messa i familiari daranno l’estremo saluto a tutti i presenti”. E infine: “Grave episodio di razzismo: un dobermann azzanna un extracomunitario ai testicoli”. Non male. Si preannuncia una lettura divertente e, immagino, per me sarà anche un tuffo nel passato. Sono stato un giovane cronista di un giornale di provincia. Una giovane recluta utopista che ricorda con un po’ nostalgia quei tempi, quando sognare una carriera nel giornalismo era ancora possibile. E non sono passati secoli.

SOSTENIBILITA’ E COMUNICAZIONE, SE NE PARLA A MILANO

Non c’è azienda oggi che non faccia in qualche misura ricorso al concetto di sostenibilità e responsabilità sociale nel descrivere il proprio approccio al mercato o nella comunicazione con l’esterno, ma i risultati in termini di impatto sul business e credibilità per il consumatore sono spesso discutibili. E’ possibile approcciare il tema dal punto di vista dei rischi e delle opportunità reputazionali e quindi realizzare una comunicazione realmente trasparente e rilevante per il sistema degli stakeholder? Come costruire un posizionamento di mercato corretto e “remunerativo” e con quali metodologie innovative è possibile misurare l’incrocio tra le performance sociali e ambientali e la qualità delle informazioni verso l’esterno? E’ necessario pensare a nuovi format di comunicazione – nella pubblicità, così come a livello corporate, nel caso dei bilanci di sostenibilità – ad altri stili di narrazione e aprire la strada anche a nuove professionalità e a nuove contaminazioni di competenze? Infine, cosa possiamo attenderci per il futuro, man mano che la responsabilità sociale d’impresa diventa sempre più chiave strategica, e quali regole possiamo seguire oggi affinché la sostenibilità abbia domani un impatto più tangibile in termini di profitto, creazione di valore, quote di mercato?

Sono solo alcuni dei temi e degli interrogativi che saranno affrontati a Milano mercoledì 28 marzo alle ore 10.00 presso Altis (Via S. Vittore 18) nel corso dell’evento Quale futuro per la comunicazione della sostenibilità? ,promosso dal CSR Manager Network, l’Associazione che riunisce i responsabili delle politiche di sostenibilità o csr (corporate social responsibility) delle maggiori imprese italiane promossa da Altis (Alta Scuola Impresa e Società dell’Università Cattolica di Milano) e ISVI (Istituto per i valori d’impresa). Per la prima volta l’Associazione dei professionisti che all’interno delle aziende coordinano e gestiscono gli interventi di sostenibilità dedica un evento di approfondimento specifico al tema comunicazione nella sua accezione più strategica e dal punto di vista istituzionale, della comunicazione con il consumatore finale e della rendicontazione agli stakeholder. Grazie anche ad un excursus diricerche più recenti, alla presentazione di casi di successo e all’apporto di strumenti diagnostici innovativi in grado di misurare qualità, rischi e opportunità del posizionamento di mercato, verranno delineate le principali tendenze in atto e un possibile decalogo di buone regole nell’approccio e negli stili comunicativi.

L’incontro prenderà il via con un saluto di Caterina Torcia, Presidente CSR Manager Network a cui seguirà l’intervento introduttivo di Carlo Cici e Danilo Devigili, rispettivamente partner e manager di RGA, sul tema “sostenibilità e posizionamento di comunicazione: rischi e opportunità”. La seconda relazione approfondirà la comunicazione di tipo pubblicitario con l’intervento I don’t fake happiness di Geo Ceccarelli, Direttore Creativo Esecutivo e General Manager TBWA.

Seguiranno due Tavole Rotonde con alcune imprese leader, esperti e rappresentanti degli stakeholders. La prima, moderata dal giornalista e blogger www.SRIvoluzione.it, Andrea di Turi, sarà dedicata alla comunicazione istituzionale con gli interventi di: Filippo Bocchi, CSR Manager Gruppo Hera, Maria Cristina Ferradini, Head of sustainability and foundation Vodafone, Francesca Magliulo, CSR Manager Edison, Rossella Muroni, Direttore Generale Legambiente e Alessandra Piloni, Chief Communications Officer Consumers’ Forum.

La seconda Tavola Rotonda approfondirà il tema della sostenibilità nelle campagne pubblicitarie. Moderata da Enzo Argante, giornalista e fondatore Comitato Nuvola Verde, vedrà la partecipazione di: Giulio Marotta, Esperto Osservatorio sulla Pubblicità ingannevole di Assoutenti, Massimo Milita, Direttore Marketing Sorgenia, Carlo Orlandi, Presidente Comitato di Controllo Istituto Autodisciplina Pubblicitaria, Luciano Pirovano, International Business Development and Csr Manager Bolton Alimentari. (Fonte: www.ferpi.it)

AFRICA 2.0, IN SENEGAL UN BLOG PER LE ELEZIONI

Bella notizia dall’Africa: anche lì la comunicazione politica viaggia in rete, grazie a “Tongante 2012” (“la sfida” in lingua wolof), un blog curato da una giornalista italiana, Luciana De Michele, che vive a Dakar, assieme ad una squadra di otto giornalisti provenienti da un settimanale senegalese e dalla scuola di giornalismo di Dakar. Il blog è attivo dal 10 gennaio e segue giorno per giorno la campagna elettorale dei due candidati alla presidenza del Senegal, Macky Sall e Abdoulaye Wade, presidente uscente. Il primo turno si è svolto il 26 febbraio. Il ballottaggio è previsto il 25 marzo. Tongante 2012 è stato lanciato da Assaman, associazione finanziata dal Comune di Milano per raccontare ai milanesi, le tematiche di migrazione e sviluppo legate all’Africa.