LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE E IL SENSO DI COMUNITA’

Quali sono le “colpe” della democrazia liberale? Mentre le elezioni europee si avvicinano e i leader politici liberali e democratici (i non populisti, gli anti-sovranisti, chiamateli come vi pare…) si muovono come “sonnambuli” smarriti, mentre la Francia è ostaggio della protesta anti-élite dei “gilet gialli” e tutto il Vecchio Continente sembra essere travolto da questo uragano politico, mentre gli Stati Uniti sono alle prese con Trump, il Brasile con Bolsonaro e la Gran Bretagna con la Brexit, il vuoto di idee, di visione e di strategie dei partiti tradizionali si fa sempre più preoccupante. Ed è in questo vuoto che sta precipitando la democrazia liberale. 

Assistiamo, in quel che resta di un dibattito pubblico agonizzante, allo snobismo, irritante e autolesionista, di chi si crede moralmente superiore alla “gente normale”, quella che frequenta i peggiori locali di periferia e di provincia. Una minoranza istruita, che legge libri, che studia, che difende la solidarietà verso gli immigrati ma che non riesce ad avere l’umiltà di provare a capire cosa alimenta quel rancore che è ormai un virus contagioso e pericolosissimo. Una minoranza che si fa forte della propria superiorità culturale (morale non si sa…) per distinguersi – spesso solo attraverso i social media, in un desolante gioco di specchi – che si isola in un inutile autocompiacimento, che disprezza chi si fa affascinare dalle campane del populismo sovranista: se queste sono le barriere al dilagare dell’onda anti-liberale, c’è di che essere terrorizzati. E’ come schierare una difesa di vecchie glorie del calcio, contro una giovane promessa nel pieno della sua freschezza tecnica e atletica.

Su questo tema, una delle riflessioni più lucide e pragmatiche è quella di Jan Zielonka, docente alla University of Oxford, nel suo “CONTRO-RIVOLUZIONE. La disfatta dell’Europa liberale”. Immaginando di scrivere al “suo” maestro Ralf Dahrendorf, che dopo l’89 parlava della rivoluzione liberale in atto, Zielonka parte da un indispensabile bagno di umiltà (forse per questo non piace ad esempio alla pseudo-intellighenzia di casa nostra). “Da democratici – scrive – non dobbiamo fare ironia sulle scelte elettorali”. Il che significa smetterla di guardare tutti dall’alto in basso, puntando il dito contro “i nostri oppositori antiliberali”. Che non sono illogici, né pazzi, né ubriachi. Non hanno subito un lavaggio del cervello. E’ necessario invece pensare, con umiltà, che questi elettori abbiano (avuto) “ragioni legittime per abbandonare i politici liberali e i loro partiti”, riconoscendo insufficienze ed errori. Non solo. E’ necessario capire anche se il liberalismo è attrezzato per l’era digitale, l’economia globale, il cambiamento climatico. Potrà sopravvivere, e come, alle grandi trasformazioni in atto? Saprà resistere alla post-verità, allo scivolamento verso qualche forma di oligarchia (“una élite abbastanza circoscritta che cerca di governare secondo la propria visione del mondo senza preoccuparsi molto fi ascoltare l’elettorato”), alle ondate migratorie, ai sentimenti di paura e di insicurezza? L’Unione europea, e con essa una visione del mondo ancorata agli ideali di una società aperta e liberale, saprà superare la conclamata crisi di legittimità e respingere l’assalto dei movimenti e partiti sovranisti?

La partita è aperta, dice Zielonka. Ma i “contro-rivoluzionari” giocano in casa, e partono con un evidente vantaggio dovuto, essenzialmente, allo smarrimento dei liberali di fronte alla reazione popolare provocata dalle trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali. Per ribaltare i pronostici non basterà la persuasione razionale, né tantomeno continuare a mantenere un atteggiamento spocchioso e auto-assolutorio. Per riconquistare il cuore degli elettori, i liberali dovranno “proporre nuove visioni della democrazia, del capitalismo e dell’integrazione”. Facile a dirsi, si potrà pensare. Ma da dove ripartire?

Zielonka osserva, giustamente, che ai liberali viene addossata la colpa di aver abbracciato l’europeizzazione e la globalizzazione, ignorando – se non addirittura stigmatizzando – i sentimenti patriottici e di appartenenza a una nazione. Ma anche a una comunità. Uno dei tre termini, comunità, che i liberali – sostiene sempre Zielonka – farebbero bene a ricondurre al loro progetto politico, insieme a uguaglianza e verità. “Dovrebbero (i liberali) cominciare a pensare e parlare seriamente di legami comunitari, di responsabilità sociale, e del loro potenziale per assicurare le liberà liberali”. 

C’è bisogno di un’idea più forte di comunità, suggerisce Zielonka. Di più: c’è bisogno di un’idea di comunità, sintonizzata sulle frequenze tecnologiche, economiche e sociali del XXI secolo. Ripartire dalle comunità, mutuando e aggiornando il pensiero olivettiano? Perché no? Da un “locale” che non sia sterile e cieco “localismo” egoista ed escludente. Ma aperto al futuro, al nuovo, al diverso, all’innovazione tecnologica e sociale. In effetti, avverte Zielonka, la democrazia locale “è ancora sottovalutata e sottosviluppata”, nonostante essa possa assicurare forme apprezzabili di partecipazione e di coinvolgimento. Certo: è necessario individuare, per così dire, degli ambiti territoriali ottimali e omogenei. Ma questo elemento di geografia politica è comunque subordinato a un’idea forte, che vede appunto nelle comunità (e nei territori) il punto dal quale ripartire per elaborare quella visione della democrazia e del capitalismo che manca ai liberali. E a tutti noi che guardiamo al futuro con fiducia e non al passato con nostalgia.