IL PENSIERO SLOW PER USCIRE DAL VUOTO DELLA POLITICA

Il vuoto. L’assenza di contenuti. Le polemiche costruite sul nulla. Nostalgie. Scontri dal sapore antico che rimandano ad epoche passate. Sguardi rivolti all’indietro. E, soprattutto, nessuna idea di futuro. Si sta per chiudere una campagna elettorale surreale, giocata a chi la spara più grossa nella vana speranza di convincere gli elettori incerti e soprattutto disillusi.
Le manifestazioni antifasciste accompagnate da un diluvio di editoriali, post e tweet confermano l’essenza di un Paese disorientato, diviso sulle ferite di un passato che non riesce a storicizzare, forse anche perché privo di una visione del proprio futuro. Non c’è un leader o un partito che in queste settimane si sia preoccupato di proporre una narrazione che prospettasse un’idea dell’Italia. Del suo sviluppo sociale ed economico. Non servono grandi analisi per capire che in questo terreno arido l’unica pianta che può germogliare è quella del populismo, della demagogia e dell’antipolitica. La causa della rassegnazione di molti elettori sta proprio nell’assenza di una prospettiva chiara e credibile.
Di una narrazione, appunto. Che magari parta dalla valorizzazione dei fattori che permettono al sistema-paese di competere nel mondo, nonostante tutto. Alle sue imprese di conquistare fette significative di mercato. Alla manifattura di affrontare le sfide della globalizzazione e dell’innovazione per crescere. E ai territori di attrarre turisti, soprattutto dall’estero. Quei fattori rimandano, tutti, alla coscienza dei luoghi, per dirla con le parole dei Giacomo Becattini. E, in effetti, è proprio da qui che è necessario partire per delineare un’idea di futuro per l’Italia. Dai rapporti della Fondazione Symbola sulla sostenibilità e la cultura agli studi dell’economista Marco Magnani, dagli scritti di Aldo Bonomi alle lezioni di Enrico Moretti, sino al pensiero sempre attuale di Adriano Olivetti.
La forza del sistema paese sta nelle sue articolazioni locali. Nei territori. Dove c’è un ancoraggio profondo dei sistemi produttivi ai saperi, agli ambienti e agli stili di vita radicati nelle comunità che li abitano. Ed è del tutto evidente che l’attenzione per i territori non può prescindere da uno sviluppo equilibrato, quindi sostenibile e inclusivo.
E’ in questo senso che il pensiero “slow” rappresenta (o può rappresentare) la base di un nuovo paradigma postindustriale, come sostenuto dal sociologo Domenico De Masi, alternativo sia al modello consumista imposto dal neoliberismo (unanimemente considerato responsabile della più grave crisi economica dopo il ’29, nonché della crisi ecologica i cui effetti non sono ancora percepiti), sia alla decrescita felice sostenuta da Serge Latouche e dai suoi sodali. L’attenzione alla qualità, al piacere, al gusto, alla bellezza rappresenta, non a caso, la forza delle produzioni del Made in Italy, così apprezzate nel mondo. Una forza che trova origine nei territori, dove c’è un felice connubio tra il “saper fare” e il patrimonio storico, culturale e ambientale. Un connubio, questo, che riempie i prodotti di significati: ecco perché slow è donazione di senso.
Intorno a questo pensiero è dunque possibile costruire un paradigma che aiuti a gestire la dialettica conflittuale tra flussi e luoghi, per dirla con Aldo Bonomi. Mettendo al centro le specificità e le eccellenze locali. Ripensando il rapporto tra fabbrica e territori, in un’integrazione sinergica e di reciproca utilità.
Infondo, anche questo è un modo di pensare allo sviluppo industriale del Paese. Al suo futuro. Andando oltre le retoriche del passato e le nostalgie demagogiche e populiste. Una nuova narrazione è possibile. Basterebbe uno sforzo e un po’ di coraggio per uscire dal vuoto della politica. Peccato che, a due giorni dal voto, sia tardi.