I (NON) RASSEGNATI: ANATOMIA DI UNA GENERAZIONE

Ridateci un po’ di futuro. O, almeno, uno spizzico di presente. I sogni? No, quelli no. Non esageriamo. Per quelli non c’è più tempo, né spazio. Noi per noi, figli degli anni Settanta. Cresciuti con “Bim Bum Bam”, il Bondì” Motta o i “Tegolini” Mulino Bianco. Noi che il Muro di Berlino lo abbiamo visto cadere quando eravamo alle porte dell’adolescenza e quelle immagini di gioia le ricordiamo appena. Noi che le grandi ideologie le abbiamo conosciute e indossate come una maglietta del “Che” perché faceva figo, anche se la storia, pur non essendo finita, era quantomeno sospesa, tra un passato di grandi sconvolgimenti, tragedie e rinascite e un futuro avvolto nelle nebbie dell’incosapevolezza. Noi che, proprio per questo, non abbiamo “un momento fondativo, un comodino solido su cui poggiare due ideali, una visione del mondo, qualche mezza certezza, qualche santo, qualche eroe”. Ce lo ricorda Tommaso Labate, nel suo ultimo libro (Rizzoli). Il cui titolo è la sintesi non tanto delle sue duecento pagine quanto piuttosto di una generazione (o non generazione), quella dei nati, appunto, negli anni Settanta: i Rassegnati. La “lost generation”, per dirla con le parole di Mario Monti. I quarantenni di oggi, nati da genitori dell’Italia del boom economico, delle certezze e dell’ottimismo anche nei momenti più difficili. Gli sfigati, insomma. Perché i primi a lasciarsi la speranza alle spalle, sbriciolato sotto il peso delle trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche. I primi a percepire che il proprio futuro potrebbe essere peggiore di quello dei genitori. Poche garanzie, nessuna sicurezza, un po’ di smarrimento che, a volte, si trasforma in frustrazione, se non in rabbia e paura. I primi a non essere parte di una narrazione del mondo, giusta o sbagliata che fosse. E dunque i primi a scendere in piazza, da studenti, per sostenere “finte battaglie”, peraltro sbagliate e controproducenti. Dalla Pantera alla Luna: scuole e università “okkupate” più per cazzeggio che per coerenza a un credo politico o ideologico. Senza un collante emotivo, l’unica cosa che univa i quarantenni di oggi nelle proteste di ieri era il nemico di turno. Bersagli facili. Battaglie innocue come un temporale d’agosto. “I Novanta – scrive Labate – allevano una generazione che dalla dimensione privata avrebbe fatto un passo ancora più indietro, a quella intima. Un mondo in cui le battaglie per le sorti del pianeta avrebbero ceduto sempre più il passo alle guerre di vicinato”.
Che cosa siamo, allora, noi quarantenni? Siamo davvero degli sfigati senza sogni, senza prospettive, che galleggiano nel mare dell’incertezza e della frustrazione? Siamo davvero dei rammolliti che, cresciuti con le cabine telefoniche, ci perdiamo nell’illusione di un’eterna giovinezza alimentata da social network e telefonini? Siamo davvero condannati a non assumerci mai una responsabilità, schiacciati dai vecchi che non se ne vogliono andare e dai giovani che già ci vorrebbero scalzare? Siamo una “non generazione di mezzo”, messa in soffitta senza alcuna possibilità di riscatto? Siamo davvero scivolati nella nostra dimensione privata senza mai aver trovato spazio in quella pubblica? Insomma, siamo quei rassegnati di cui parla Labate? Abbiamo ancora una possibilità di riscatto, un altro giro di giostra per dirla con le parole di Luciano Ligabue, cantante simbolo di questa generazione?
No, verrebbe da dire leggendo questo libro, nonostante le sue pagine finali. Forse, si potrebbe aggiungere. Ma se e solo se riusciremo a sbarazzarci del futuro dei nostri padri. Sappiamo (semplificando) che il rancore che sta alla base dei populismi di oggi è alimentato dalla povertà percepita più che da quella reale. Allo stesso modo, il malessere (la sfiducia?) dei quarantenni nasce non dall’effettiva qualità della vita, ma dal continuo confronto con le certezze delle generazioni precedenti, viste con gli occhi della nostalgia come le nostre giovinezze. Ecco allora spopolare un po’ ovunque i ricordi degli anni Ottanta e Novanta, gli oggetti cult di allora. Come se una musicassetta fosse migliore di un Ipod. Nessuno vorrebbe tornare in una cabina telefonica, rinunciando al suo smartphone. Eppure si sprecano i “like” su ogni immagine che ci ricorda un’epoca che non esiste più. Guardare al passato è doveroso, ma questo non può e non deve tradursi in un paragone tra il nostro futuro e quello dei nostri genitori. Il mondo è cambiato. Non abbiamo le stesse certezze, le stesse garanzie. Ma abbiamo strumenti migliori per costruire un avvenire che valga la pena di essere vissuto. Senza rimpianti. E soprattutto senza rassegnazione.

LA VERA MONTAGNA. RIFLESSIONI SULL’ULTIMO LIBRO DI MARCO BALZANO

“Nel giro di pochi anni il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo poco distratti. Si scattano le foto con il campanile della chiesa alle spalle e fanno tutti lo stesso sorriso deficiente. Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita”. E’ uno dei paragrafi finali dell’ultimo, bellissimo, romanzo di Marco Balzano (Resto qui, Einaudi) che racconta la storia di Curon, piccolo paese della Valvenosta, in Alto Adige.
Un paese che non esiste più: sommerso da un lago artificiale, creatosi dopo la costruzione di una diga per la produzione di energia elettrica. Da quel lago, come si vede anche dalla copertina del libro, sbuca ancora e solo il campanile della vecchia chiesa, come l’ultimo dito di un corpo sprofondato per sempre negli abissi della memoria collettiva. I turisti vedono solo quel dito, affascinati da quel che ci sta intorno. Il lago. Le montagne. L’ambiente. Non si interrogano sul corpo che non si vede. Non si preoccupano delle sue ferite mortali, della sua sofferenza, della violenza subita. Temi che, invece, rappresentano il cuore e l’anima delle pagine scritte da Marco Balzano, in un romanzo che ricorda Mario Rigoni Stern proprio per la capacità di mettersi dalla parte degli abitanti di montagna, di una piccola comunità maltrattata. Dal fascismo prima. E poi dalla sbornia di una crescita economica senza regole nell’immediato dopoguerra. E così ecco le violenze dei fascisti che volevano italianizzare gli abitanti di quei luoghi, ignorandone il passato, le tradizioni, la cultura. Ed ecco i soprusi di uno Stato democratico, l’Italia del dopoguerra, che con altrettanta arroganza favorì la costruzione di una diga contro la volontà di quella comunità, fregandosene delle proteste, della rabbia e delle sofferenze inflitte. Da questo punto di vista, non è cambiato nulla con il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Balzano lo racconta con grande efficacia, proponendo una storia particolare dal valore universale.
La forza del suo romanzo sta proprio qui. Spiega, attraverso la vicenda di Curon, cosa significa vivere in luoghi che troppo spesso vengono usati, dimenticando che anche qui vivono comunità, con una propria storia che si è stratificata nei secoli. La montagna, perché di questo parliamo, non è solo roccia, boschi, torrenti, animali da preservare per i turisti. E’ anche abitanti che scelgono di vivere qui e che, proprio per questo, hanno il diritto di lavorare, muoversi, essere collegati al mondo. Ieri come oggi. E non c’è differenza, in questo, tra chi ha permesso e agevolato la costruzione di una diga, anche se questo ha provocato la cancellazione di un intero paese, e i turisti che adesso qui vengono numerosi per vedere l’esito di quella devastazione. Quel campanile che sbuca dall’acqua. Li accomuna una visione distorta delle terre alte, una visione che non considera la voce di chi in questi luoghi abita.
Il disprezzo di una comunità non si manifesta soltanto cancellando un paese per interessi economici di soggetti che con quei luoghi non hanno alcun legame. Ma anche pretendendo che le montagne restino un presepe a uso e consumo di chi viene da fuori. Terre selvagge e incontaminate, con le mucche al pascolo e fuori dalla storia e dallo sviluppo. A differenza di altri scrittori che negli ultimi tempi hanno raccontato la montagna, Balzano mette al centro i suoi abitanti. Non solo le sue vette o i suoi boschi. Ed è per questo che il suo romanzo ricorda così tanto Mario Rigoni Stern.
Le montagne sono un ecosistema. Non un museo. Chiedono di vivere. In un equilibrio tanto delicato quanto difficile da mantenere, tra sviluppo economico e tutela dei patrimoni ambientali e culturali dei luoghi.

IL PENSIERO SLOW PER USCIRE DAL VUOTO DELLA POLITICA

Il vuoto. L’assenza di contenuti. Le polemiche costruite sul nulla. Nostalgie. Scontri dal sapore antico che rimandano ad epoche passate. Sguardi rivolti all’indietro. E, soprattutto, nessuna idea di futuro. Si sta per chiudere una campagna elettorale surreale, giocata a chi la spara più grossa nella vana speranza di convincere gli elettori incerti e soprattutto disillusi.
Le manifestazioni antifasciste accompagnate da un diluvio di editoriali, post e tweet confermano l’essenza di un Paese disorientato, diviso sulle ferite di un passato che non riesce a storicizzare, forse anche perché privo di una visione del proprio futuro. Non c’è un leader o un partito che in queste settimane si sia preoccupato di proporre una narrazione che prospettasse un’idea dell’Italia. Del suo sviluppo sociale ed economico. Non servono grandi analisi per capire che in questo terreno arido l’unica pianta che può germogliare è quella del populismo, della demagogia e dell’antipolitica. La causa della rassegnazione di molti elettori sta proprio nell’assenza di una prospettiva chiara e credibile.
Di una narrazione, appunto. Che magari parta dalla valorizzazione dei fattori che permettono al sistema-paese di competere nel mondo, nonostante tutto. Alle sue imprese di conquistare fette significative di mercato. Alla manifattura di affrontare le sfide della globalizzazione e dell’innovazione per crescere. E ai territori di attrarre turisti, soprattutto dall’estero. Quei fattori rimandano, tutti, alla coscienza dei luoghi, per dirla con le parole dei Giacomo Becattini. E, in effetti, è proprio da qui che è necessario partire per delineare un’idea di futuro per l’Italia. Dai rapporti della Fondazione Symbola sulla sostenibilità e la cultura agli studi dell’economista Marco Magnani, dagli scritti di Aldo Bonomi alle lezioni di Enrico Moretti, sino al pensiero sempre attuale di Adriano Olivetti.
La forza del sistema paese sta nelle sue articolazioni locali. Nei territori. Dove c’è un ancoraggio profondo dei sistemi produttivi ai saperi, agli ambienti e agli stili di vita radicati nelle comunità che li abitano. Ed è del tutto evidente che l’attenzione per i territori non può prescindere da uno sviluppo equilibrato, quindi sostenibile e inclusivo.
E’ in questo senso che il pensiero “slow” rappresenta (o può rappresentare) la base di un nuovo paradigma postindustriale, come sostenuto dal sociologo Domenico De Masi, alternativo sia al modello consumista imposto dal neoliberismo (unanimemente considerato responsabile della più grave crisi economica dopo il ’29, nonché della crisi ecologica i cui effetti non sono ancora percepiti), sia alla decrescita felice sostenuta da Serge Latouche e dai suoi sodali. L’attenzione alla qualità, al piacere, al gusto, alla bellezza rappresenta, non a caso, la forza delle produzioni del Made in Italy, così apprezzate nel mondo. Una forza che trova origine nei territori, dove c’è un felice connubio tra il “saper fare” e il patrimonio storico, culturale e ambientale. Un connubio, questo, che riempie i prodotti di significati: ecco perché slow è donazione di senso.
Intorno a questo pensiero è dunque possibile costruire un paradigma che aiuti a gestire la dialettica conflittuale tra flussi e luoghi, per dirla con Aldo Bonomi. Mettendo al centro le specificità e le eccellenze locali. Ripensando il rapporto tra fabbrica e territori, in un’integrazione sinergica e di reciproca utilità.
Infondo, anche questo è un modo di pensare allo sviluppo industriale del Paese. Al suo futuro. Andando oltre le retoriche del passato e le nostalgie demagogiche e populiste. Una nuova narrazione è possibile. Basterebbe uno sforzo e un po’ di coraggio per uscire dal vuoto della politica. Peccato che, a due giorni dal voto, sia tardi.

I MURI DI IERI E DI OGGI, RIFLESSIONI SPARSE

Come spesso accade, per la mia corsa domenicale ho deciso di andare nei luoghi della mia infanzia. Dove, passando, riemergono ricordi annaffiati da un po’ di comprensibile nostalgia. Tra questi luoghi c’è anche un colle di poche decine di metri: quando nevicava (e in quegli anni nevicava, eccome) noi bambini andavamo lì con sci, slitte e bob. In estate di corsa o con la bicicletta, rischiando cadute memorabili. In quel colle, come in tutti i prati e boschi intorno, per centinaia di metri quadrati, non c’erano staccionate, muretti, confini. Se non una pietra a segnalare le diverse proprietà, spesso rese evidenti dalla diversa altezza dell’erba. Oggi, invece, a metà di quel colle c’è una divisione, composta da rete metallica e legno. Brutta da vedere. E, soprattutto, difficile da capire a cosa serva, se non a marcare un confine. Che utilità abbia lo saprà chi l’ha voluta e costruita. Di sicuro avrà una o mille ragioni per stare lì, nel bel mezzo di un pendio erboso che termina su una stradina sterrata. In una piccola frazione di un piccolo comune di provincia. Dove la sicurezza non è un problema.
Quella divisione in rete metallica e legno mi ha fatto pensare ai fatti di Macerata e a tutti i “muri” che stiamo erigendo tra noi e gli altri. Chiunque siano gli altri. Quando giocavo su quei prati senza steccati, verso la metà degli anni Ottanta, c’erano i “grandi muri” della storia. Quello di Berlino, ovviamente. La cortina di ferro. Le grandi fratture ideologiche. O di classe. Ma non c’erano i piccoli muri tra le persone. O, almeno, non così numerosi. E’ come se quella divisione in legno e metallo sia la rappresentazione fisica di una tendenza preoccupante. Quella di dover necessariamente marcare un confine tra noi e gli altri. Anzi: tra me e gli altri. Il mio spazio. Il mio pezzo di terra. La mia proprietà. Il mio mondo. Reale o virtuale. Caduti i grandi muri della storia, dopo l’illusione che la storia fosse finita, ecco sorgere i piccoli muri della quotidianità, con i mattoni dell’individualismo (l’individualismo del selfie, per dirla con le parole di Pankaj Mishra) e il cemento della rabbia, del disincanto e della perdita di speranza. Un cemento che non è usato solo per segnare confini, ma anche per tenere insieme frustrazione, razzismo, qualunquismo. In una caccia alle streghe che rimanda a periodi bui della nostra storia. Che non sono quelli della Guerra Fredda. Ai quali possiamo invece guardare con un pizzico di nostalgia. E non solo perché eravamo bambini, con le ginocchia sbucciate che puzzavano da mercurio cromo.

IL TRAMONTO DEL LIBERALISMO OCCIDENTALE SECONDO E. LUCE

Le crescenti interconnessioni dell’economia globale e l’irrompere (ma sarebbe meglio dire: il ritorno) della Cina nello scacchiere internazionale con lo spostamento verso l’Asia degli equilibri di potere. Le diseguaglianze sempre più accentuate all’interno dei paesi occidentali, con il peggioramento (inarrestabile?) delle condizioni di vita della classe media, con “decine di milioni” di persone che nei prossimi decenni lotteranno per non annegare. La rivoluzione tecnologica con le ricadute (negative) sul mondo del lavoro.
E’ il convergere di questi tre elementi (manca un quarto, il cambiamento climatico) che sta provocando l’incendio che potrebbe bruciare le fondamenta delle democrazie liberali, almeno secondo l’analisi dell’opinionista ed editorialista americano Edward Luce. Il suo ultimo libro (Il tramonto del liberalismo occidentale, Einaudi 2017) è, infatti, una riflessione sullo stato di salute e sulle prospettive dei sistemi democratici, resa urgente e necessaria soprattutto dopo l’esito di alcune consultazioni elettorali: la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti e della Brexit in Gran Bretagna. Ma anche l’esplosione di alcune forze nazionaliste e populiste in Europa: dalla Francia all’Austria, passando per la Germania.
Ci eravamo illusi che, con la caduta del muro di Berlino, democrazia e capitalismo – , indissolubilmente insieme – avrebbero conquistato i cuori dei cittadini di tutto il mondo, travolgendo ciò che restava degli altri regimi politici. La tanto citata “fine della storia” di Fukuyama, una profezia che non si è (auto)avverata. Purtroppo. La storia, oltre a non finire, riserva svolte e tendenze inattese. Come ci insegna, tra gli altri, lo storico olandese Johan Huizinga la strada del progresso non è lineare e a senso unico. Anzi: può succedere che si rovini un ponte o si scavi un abisso.
Democrazia e capitalismo, dunque, non solo non sono risultati i vincitori designati della storia. Al contrario, la Cina sta dimostrando al mondo che il capitalismo può esistere e prosperare anche senza democrazia: secondo Luce, entro il 2050 – un secolo dopo la rivoluzione comunista – l’economia cinese sarà il doppio di quella americana, e maggiore di tutte le economie occidentali messe insieme. E, per allora, anche l’economia indiana avrà eguagliato quella a stelle e strisce. Si chiede Luce: il modo di vivere occidentale, e i nostri sistemi democratici, riusciranno a sopravvivere a questo drammatico spostamento del potere globale? La risposta non è affatto scontata, come dimostrano le recenti prove di incapacità emerse in particolare con la vittoria di Trump.
Per di più, questa non è l’unica prova che le democrazie occidentali sono chiamate ad affrontare. C’è la crescente disillusione di milioni di persone che vedono peggiorare, in senso relativo, le loro condizioni di vita e che perciò sono esposte al virus della rabbia che sta indebolendo (uccidendo?) la fiducia nelle istituzioni. E’ un’amarezza che ha più a che fare con la “psicologia delle aspettative deluse” che con l’effettivo declino dei comfort reali, soprattutto se confrontati con quelli dei paesi emergenti. Ma il problema del reddito medio in Occidente c’è e si sta aggravando. Luce ci ricorda che “il più forte collante della democrazia liberale è la crescita economica” perché è più facile mantenere le regole del gioco (e il rispetto delle stesse) quando c’è un’equilibrata contesa dei frutti della crescita da parte di gruppi diversi. Ma se questi frutti non ci sono o finiscono nelle mani di minoranze privilegiate la situazione rischia di precipitare. La crescente disuguaglianza di redditi è, in effetti, un’altra situazione di crisi. Alla quale si aggiungono gli effetti, per ora solo paventati, della rivoluzione tecnologica: la visione di Luce è pessimista, di sicuro critica verso le convinzioni dei tecno-utopisti. “La storia umana – scrive l’opinionista americano – si scrive con le lacrime, dicono (e anche con la gioia, si dovrebbe aggiungere): è vero, e si misura con la tecnologia”. Per Luce non è affatto scontato che la quarta rivoluzione industriale abbia le medesime conseguenze occupazionali della prima: la scomparsa del lavoro è una minaccia reale. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere nel cuore delle nostre democrazie.
Che fare? Qui le indicazioni di Luce sono un po’ meno incisive rispetto all’analisi. L’obiettivo è di salvaguardare il modello di società che permette alle libertà individuali di fiorire. Ma come? Innanzitutto è fondamentale riconquistare quell’ottimismo e quella fiducia che, al momento, stanno cedendo il passo al disincanto e alla rabbia. Perché “la democrazia non può sopravvivere a lungo a una palude di odio reciproco”, come scrive Luce. Il pallino del gioco per vincere questa sfida è in mano alle “élite liberali” che però dovranno prendere consapevolezza delle minacce e agire con coerenza e lungimiranza, resistendo “alla tentazione di continuare le loro vite confortevoli” e smettendo di illudersi che “basti firmare qualche petizione su Facebook per fare la propria parte”. Servirebbero statisti, insomma. Non politicanti. E questo è probabilmente il problema dei problemi.

NELL’OCCHIO DEL CICLONE CON THOMAS L. FRIEDMAN. E OLIVETTI…

E’ un viaggio in questi indecifrabili anni del nuovo millennio, quello di Thomas L. Friedman, nel suo “Grazie per essere arrivato tardi. Un ottimista nell’Epoca delle Accelerazioni” (Mondadori, 2017). Con vista sul nostro prossimo futuro, sospeso tra minacce e opportunità. E come ogni viaggio che si rispetti, anche questo ha la sua colonna sonora: la scopriamo a pagina 448, quando l’autore racconta di aver sentito alla radio, in un caldo pomeriggio d’autunno del 2015, una canzone dal titolo “The Eye”, scritta e cantata da Brandi Carlile. Incuriosito, ho digitato titolo e autrice su Google, ascoltata su YouTube e subito scaricata da iTunes: in pochi minuti quella canzone, e altre della stessa autrice, erano anche nella mia playlist. Merito di quella rivoluzione tecnologica raccontata dall’editorialista del “New York Times”, in un lungo reportage dal nostro mondo. “Puoi danzare dentro un uragano / ma soltanto se sei nel suo occhio”, recita il ritornello di quella canzone. E, in effetti, tutto intorno a noi si muove a gran velocità. Globalizzazione, tecnologia e cambiamenti climatici sono un uragano che può lasciare macerie nella vita delle persone, soprattutto le più deboli e le meno attrezzate ad affrontare le trasformazioni in atto. Ecco perché la versa sfida è trovare il nostro occhio personale, che ci permette di danzare, ovvero di vivere, anche dentro un uragano.
Quell’occhio, suggerisce Thomas L. Friedman, è una comunità sana, dove ognuno di noi può sentirsi protetto, rispettato e collegato agli altri. “Quella sensazione – scrive il giornalista americano – è più importante che mai, perché sentirsi protetti, rispettati e collegati in una comunità sana genera un’enorme fiducia (…) Quando le persone si fidano le une delle altre possono pensare a lungo termine. Dove c’è un’atmosfera di fiducia, si è più inclini a collaborare e a sperimentare – ad aprirsi agli altri, a nuove idee e approcci innovativi – e non si spreca energia a fare il processo a ogni errore; ci si sente liberi di fallire e ritentare, ancora e ancora”. Solo costruendo “comunità sane” possiamo dunque gettare le basi per cogliere le opportunità che l’Epoca delle Accelerazioni offre a chi affronta il presente con la mente e il cuore aperto, con speranza e non con paure, insofferenza, rabbia, ignoranza.
Non è facile, perché le crescenti diseguaglianze, l’insicurezza, il terrorismo, l’impatto con le migrazioni di massa generano timori che i demagoghi del nuovo millennio alimentano per gonfiare il proprio consenso, grazie a un dibattito pubblico trascinato alla deriva (morale) dalle correnti del web. Ma è un obiettivo che va perseguito, a ogni livello e in ogni angolo del Pianeta. “Costruire ponti e non alzare muri”, sentiamo ripetere da qualche voce coraggiosa anche in questi giorni segnati dalle cronache degli sbarchi di massa dei migranti. E non solo per solidarietà.
Ma anche per un altruismo interessato, perché – come ci ricorda ancora Friedman – è dall’incontro tra le diversità che si generano quelle innovazioni che favoriscono il nostro progresso: “In concreto, le società più aperte al flusso di scambi, informazioni, finanza, cultura e istruzione, più propense a imparare dai flussi e a contribuirvi, sono quelle che più probabilmente prospereranno nell’Epoca delle Accelerazioni. Quelle che non ce la faranno, faticheranno a restare a galla”.
Per contribuire alla costruzione di “comunità sane” è fondamentale investire sulla cultura, lievito per la crescita morale, sociale ed economica. Solo così si potrà creare un senso di appartenenza sano (non bieco localismo egoista) e seme della fiducia reciproca, nonché dell’apertura effettiva agli altri e di rapporti veri e non virtuali. Solo così gli individui potranno uscire dalle “camere dell’eco” del web con la curiosità di conoscere prospettive e sensibilità diverse. Solo così si potrà creare un contesto che incentivi le persone a scoprire e ad apprendere sempre, perché nell’Epoca delle Accelerazioni la formazione continua è la chiave per accedere al mercato del lavoro.
“In un mondo di individui super-potenziati – scrive ancora Friedman – dobbiamo raddoppiare gli sforzi per essere sicuri di star creando, in tutti i modi possibili, contesti morali e interdipendenze sane che includano l’immigrato, lo straniero e il solitario e infondano a più persone in più luoghi il desiderio di costruire anziché di distruggere”. Scommettere sulla cultura, insomma, per far crescere comunità sane, con valori sostenibili: onestà, umiltà, integrità, rispetto reciproco e speranza.
E se sentite in queste parole un’eco olivettiana, beh mi sa che avete ragione. Il suo pensiero è più attuale che mai. E ci aiuta – insieme a chi oggi più o meno intenzionalmente lo riprende – a trovare l’occhio nel ciclone… “You can dance in a hurricane / But only if you’re standing in the eye”.

SE PERDIAMO LA CURIOSITA’

Stiamo perdendo la curiosità. La voglia di scoprire cosa c’è sotto la superficie del fiume dell’informazione. Ne abbiamo avuto conferma anche in questi giorni. Il caso di cronaca riguarda la foto della donna con l’hijab che cammina di fianco ai feriti sul ponte di londra-donna-musulmana-hijab_980x571. Ha in mano uno smartphone, lo guarda mentre intorno a lei i soccorritori cercano di rianimare una donna. Sono passati pochi minuti da quando Khalid Masood ha investito i passanti con il Suv. Quel frammento viene immortalato dal fotografo britannico Jamie Lorriman, presente sulla scena dell’attacco. L’immagine viene rilanciata in rete, scatenando una bufera di commenti. Ad accendere la miccia del dibattito, a quanto pare, è un texano (con 44 mila follower, noto per i contenuti anti musulmani) che subito dopo l’attacco scrive: «Questa donna non presta attenzione alle vittime e mentre un uomo muore lei guarda il suo telefono». Il post viene condiviso su Twitter con l’hashtag #BanIslam e ha chiaramente l’intento di fomentare l’odio contro la comunità islamica. In pochi minuti totalizza 1900 retweet. L’onda emotiva alimentata dal vento dell’odio e della rabbia è partita. Nessuno la può fermare.
Anzi: l’immagine della donna viene photoshoppata e inserita in altre immagini di attacchi terroristici come il Bataclan o Berlino. «La donna con l’hijab marrone», come la chiamano tutti ormai, viene accostata anche alle immagini dei prigionieri di Isis decapitati. Sui forum e sulle chat di destra la ragazza diventa un bersaglio. Lo stesso fotografo autore dello scatto, Jamie Lorriman, interviene nella discussione per spiegare quanto la donna fosse «sconvolta e terrorizzata». Ma ciò che rimane di questo ennesimo episodio è la velocità con la quale la rete amplifica l’odio, diffonde la rabbia, stravolge la realtà e provoca un imbarbarimento del dibattito pubblico.
L’emotività annulla la razionalità.
Come scrive William Davies – in un articolo pubblicato da “The Guardian” e in Italia da “Internazionale” e dedicato alla scomparsa dei fatti, è infatti appurato che le persone rispondano positivamente ai dati qualitativi, come le storie dei singoli e le fotografie (emotività), mentre gli indicatori quantitativi, soprattutto se contrastano con le convinzioni personali, vengono ignorati, quando non generano addirittura sentimenti opposti perché “manipolati” dalle (presunte) élite.
A ben guardare, questo smarrimento della razionalità è strettamente intrecciato anche alla perdita della curiosità, cioè di quella voglia di guardare cosa c’è sotto la superficie. La voglia di capire. Di conoscere. Di sapere. Di scoprire. Prima di giudicare. Purtroppo, non c’è più tempo, nel mondo dell’informazione a flusso continuo. Bisogna maturare un’opinione nella frazione di secondo che serve per un retweet. La curiosità è costa. Richiede tempo. Impegno. Fatica. Umiltà. E’ qualcosa che nasce da dentro, che apprezziamo nella spontaneità e nell’ingenuità dei bambini. Di più: è l’elemento imprescindibile del progresso. Dell’innovazione. Di ogni scoperta, piccola o grande. Ed è anche il lievito del giornalismo di qualità.
Pensiamo al film tratto dalla storia di Mary Mapes (“Truth – Il prezzo della verità”), ambientato nel 2004 negli Stati Uniti: racconta quello che successe prima e dopo che il famoso programma televisivo di giornalismo 60 Minutes – condotto dal giornalista Dan Rather e trasmesso dal canale tv CBS – mandò in onda un’inchiesta che metteva in discussione il passato militare dell’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush, dicendo che era stato raccomandato e che non aveva prestato servizio come avrebbe dovuto. Dopo che quella puntata di 60 Minutes venne trasmessa si scoprì che molte delle prove citate da Rather erano in verità poco attendibili. Ne seguì una vicenda complicata, che costò il posto agli autori di quel servizio.
Al di là della trama e del caso specifico, però, c’è una battuta fulminante. Ad un certo punto, il giovane giornalista impegnato nel team dell’inchiesta chiede al suo maestro: “Cos’è che ti ha fatto scegliere il giornalismo?”. La risposta è questa: “La curiosità… la curiosità è tutto”.
Ovviamente questo vale (o dovrebbe valere) per i giornalisti, per gli operatori dell’informazione. Ma vale (o dovrebbe valere) anche per ciascuno di noi. La curiosità è davvero tutto. Per non spegnere l’interruttore della razionalità e della conoscenza. L’alternativa è il buio.

SOLITUDINE DIGITALE, L’ANALISI DI SPITZER

Dall’autore di «Demenza digitale», Manfred Spitzer, esce in questi giorni un altro attesissimo libro: «Solitudine digitale» (Corbaccio). Al centro dell’analisi dello psichiatra tedesco c’è la digitalizzazione della nostra vita quotidiana che progredisce a ritmi vertiginosi, e non sempre questo costituisce un vantaggio. Se per rispondere a qualunque domanda ormai attingiamo al nostro smartphone, indifferenti che le nostre tracce siano registrate, memorizzate e analizzate nelle banche dati per poi essere interpretate, vendute e usate indebitamente, vuol dire che non riusciamo più a fare a meno delle tecnologie digitali, che ne siamo dipendenti. Sono però note a tutti le patologie «cibernetiche» e le conseguenze sulla salute nostra e dei nostri figli dovute all’uso sempre più intensivo di computer, social e giochi elettronici. Non si tratta di ostilità nei confronti della tecnologia, ma di veri e propri effetti collaterali indesiderati come stress, perdita di empatia, depressione, disturbi del sonno e dell’attenzione, incapacità di concentrarsi e di riflettere, mancanza di autocontrollo e di forza di volontà. I bambini, in particolare quelli che non sanno ancora leggere e scrivere, sono danneggiati nelle loro capacità sensoriali, e bullismo e criminalità informatica completano il quadro di una situazione che ci sta sempre più sfuggendo di mano.
L’appello che Manfred Spitzer lancia in questo libro è di reagire per non lasciare che le nostre vite siano dominate dalle lobby del settore che ogni giorno ci bombardano con messaggi su quanto siano importanti e utili i media digitali, su come rendano intelligenti i giochi al computer, sul fatto che pc e connessioni Internet devono essere a disposizione di ogni studente, che le scuole devono essere dotate di wireless e che le tecnologie informatiche ci garantiranno un futuro perfetto. Spitzer invita a far in modo che non siano le leggi del mercato a dominare completamente le vite dei nostri figli: occupiamoci, suggerisce, della loro istruzione e della loro salute, sviluppando le loro capacità critiche, la loro autonomia di giudizio e l’amore per la libertà da cui nascono il rispetto di se stessi e degli altri, colonne portanti di una sana società civile.
E se pensate che queste siano le tesi di un luddista che odia le nuove tecnologie, vi sbagliate. Alec Ross (esperto di tecnologia, già consigliere del dipartimento di Stato per l’Innovazione con Hillary Clinton) nel suo ultimo libro (“Il nostro futuro. Come affrontare il mondo dei prossimi vent’anni”, Feltrinelli), parlando degli effetti collaterali e pericolosi dei Big Data, riporta le parole di Jared Cohen di Google: «Che ci si trovi in Arabia saudita o negli Stati uniti, i ragazzi approdano online sempre più giovani, e più rapidamente che in ogni altro momento della storia. Dicono e fanno cose online che sono ben al di là della loro maturità fisica. Se un bambino di nove anni comincia a dire un mucchio di stupidaggini in rete, queste rimangono in maniera permanente per il resto della sua vita». Cohen ritiene che il discorso sui dati, e quindi sull’utilizzo del web, sarà d’ora in avanti una parte inderogabile della crescita di un bambino. Di più: sarà la prima conversazione seria che dovremo affrontare con i nostri figli.
Insomma, il tema della consapevolezza digitale assume una rilevanza che cresce di pari passo con la presenza degli strumenti digitali nelle nostre vite. Purtroppo, c’è ancora chi non se ne rende conto e lascia che la tecnologia sia una presenza quasi naturale e scontata nella sua quotidianità. Ma prima o poi i nodi verranno al pettine. E non basterà un tweet o un post su Facebook a risolvere il problema.

SE L’UTENTE SI FA LE DIAGNOSI IN RETE

Tra i diversi aspetti problematici del nostro rapporto con la rete c’è anche quello relativo alla salute. La memoria corre facilmente al caso “Stamina”, quando l’irrazionalità dilagata in particolare su Facebook è prevalsa sulla razionalità scientifica, con il legislatore pubblico più propenso ad ascoltare l’onda emotiva dei social media alle poche ma autorevoli voci più accreditate. E’ la logica, perversa, dell’eguaglianza a tutti i costi che pervade la rete e anima i suoi profeti. Ma la questione è più ampia, e per certi aspetti più preoccupante: nell’era digitale la salute 2.0 passa anche attraverso la rete. In particolare, un italiano su due ricerca attivamente le informazioni sul web, anche se resta per tutti il medico (e meno male!) il riferimento centrale (85% medico di base, 68% medico specialista), e poi come seconda scelta il web. E’ quanto emerge da un confronto tra esperti, studiosi dell’Università La Sapienza di Roma, l’Istituto Superiore di Sanità e Aifa dopo una ricerca su un campione di 2.066 individui. Diverse e articolate le informazioni cercate sul web: alla domanda “quali informazioni sulla salute ha cercato su internet?”, l’83% degli italiani indica informazioni riguardanti le patologie, il 66% sulle possibilità di cura e il 64% sui corretti stili di vita.
Le ricerche comprendono inoltre accentuazioni specifiche sui farmaci prescritti dal medico (44%) e sui farmaci da banco (35%). “La democratizzazione dei dati e delle informazioni nel campo della salute provocherà una rivoluzione paragonabile a quella seguita all’introduzione sul mercato degli smartphone, che hanno concentrato in un unico apparecchio una molteplicità di funzioni cambiando per sempre i concetti di connessione e comunicazione”, spiega Valentina Mantua, Psichiatra e Dirigente Medico dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).
Si cerca soprattutto sui siti mentre blog e forum vengono mediamente utilizzati da uno su quattro, in particolare dalle fasce più giovani rispetto a quelle più anziane. “Il web rappresenta un’enorme opportunità in termini di conoscenza, ma nell’esplorare la rete sono necessari gli strumenti per orientarsi sull’autorevolezza delle fonti che producono informazioni e in medicina la qualità delle informazioni è una questione centrale – commenta Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità – e diventa allora fondamentale favorire l’alleanza fra paziente e medico e fornire a quest’ultimo strumenti di presidio per guidare la popolazione nelle ricerche online. Internet necessita di essere incluso nella relazione potendo affermarsi quale collante e territorio di confronto all’interno della relazione”. Vero: il web è un’enorme opportunità. Ma anche una pericolosa minaccia. Come insegna il caso Stamina.

ABUSO DA SOCIAL, ECCO COSA SI RISCHIA

Aumentano gli inviti a un utilizzo responsabile dei social network, il cui abuso provoca alti livelli di stress fra gli adolescenti, causando in molti casi disturbi di depressione e di ansia. Lo rivela un nuovo rapporto australiano che ha esaminato l’impatto dei social media sul benessere. Fra gli effetti più diffusi anche una costante sensazione d’inferiorità rispetto a quello che gli amici virtuali condividono su Facebook e Twitter.
L’annuale National Stress and Wellbeing Survey, giunta al quinto anno e condotta dall’Australian Psychology Society, mostra che gli adolescenti sono particolarmente a rischio di stress, mentre controllano costantemente lo status di social media degli amici, perché pensano di non divertirsi abbastanza.
Quasi metà di loro ha la sensazione che i loro pari abbiano esperienze più gratificanti. E nell’insieme i livelli di stress, depressione e ansia sono significativamente più alti rispetto alla prima indagine di cinque anni fa. “FOMO è una realtà consolidata. Vi è una concordanza molto forte fra le ore trascorse su tecnologia digitale e più alti livelli di stress e di depressione”, dichiara il rapporto.
Questo indica inoltre che quasi il 60% degli adolescenti ha difficoltà a dormire o a rilassarsi dopo aver passato in rassegna i siti di social media, e che in una simile proporzione si sentono esausti dalla costante connettività. Eppure, una persona su due dichiara di ricorrere ai social media per calmare lo stress, contro una proporzione del 37% cinque anni fa.
Per più della metà i partecipanti hanno dichiarato di sentirsi preoccupati, gelosi o ansiosi dopo aver scoperto da foto o aggiornamenti di status di essere stati lasciati fuori da una qualche attività in comune. Inoltre il 72% degli intervistati sente che lo stress ha impatto sulla propria salute fisica, ma più di metà non cerca aiuto. Il livello di benessere aumenta tuttavia con il reddito, il livello di istruzione e l’impiego lavorativo. Chi accusa livelli estremamente severi di ansia, angoscia e depressione per alleviare lo stress ricorre a comportamenti di dipendenza come alcool, fumo, droghe e gioco d’azzardo, in proporzioni molto più alte dei coetanei.
“Ricorrere ai social media per alleviare lo stress è simile alla maniera in cui le persone scommettono con i videopoker, per il bisogno di ricorrere a qualcosa che causa dipendenza. I social media funzionano nella stessa maniera. Non sai mai quanti ‘mi piace’ riceverai per quell’immagine, o quando otterrai un forte rinforzo positivo per quello che tu sei. Vi è anche un forte rischio di delusione”, spiega il documento.

DA TORINO UN’ALTRA STORIA DI DISEDUCAZIONE (DIGITALE)

Un’altra storiaccia, un’altra notizia di cronaca che conferma l’esigenza non più rinviabile di introdurre nelle scuole, per studenti e genitori, una nuova materia: l’educazione digitale. Intesa non come insegnamento delle tecniche per utilizzare le nuove tecnologie, né (soltanto) come lezioni delle forze dell’ordine sui pericoli e le insidie che si nascondono nei meandri della rete. Quel che serve è, soprattutto, spiegare a bambini, ragazzi, mamme e papà ad avere un rapporto equilibrato e consapevole con questi strumenti di comunicazione. La storia alle quale mi riferisco arriva, stavolta, da Torino, dove ventidue giovanissimi studenti di seconda e terza media (ragazzi di 12-13 anni) della scuola Mario Costa di San Francesco al Campo, a pochi chilometri da Torino, sono stati sospesi (sei per un giorno, gli altri per tre ore) con un provvedimento firmato dalla dirigente Adriana Veiluva. Il motivo? Riprendevano i loro professori con i cellulari durante le lezioni, poi facevano circolare i filmati anche su WhatsApp, accompagnati da frasi di scherno, assieme a immagini di alcune studentesse che si sarebbero fotografate tra loro nello spogliatoio, durante l’ora di educazione fisica. «Il caso – racconta Repubblica – è infatti venuto a galla perché un insegnante, avendo notato gli studenti ridere verso di lui con gli smartphone in mano, ha “sequestrato” i cellulari e ha controllato il loro contenuto, scoprendo le conversazioni in corso su un gruppo WhatsApp e le immagini – filmati e fotografie – che vi erano state inserite. Alcuni dei prof coinvolti avrebbero già manifestato l’intenzione di sporgere denuncia, ma molti genitori sono intervenuti in difesa dei loro figli sospesi sostenendo l’arbitrarietà della requisizione dei telefonini e oggi pomeriggio si svolgerà un’assemblea per affrontare la questione. «Si è trattato di una violazione del regolamento di istituto che vieta di utilizzare gli smartphone e simili durante l’orario scolastico – ha spiegato la dirigente scolastica – e quindi era giusto applicare una sanzione. I genitori sono stati informati dell’accaduto e del fatto che avremmo preso provvedimenti disciplinari». Alcuni genitori non l’hanno presa bene, dimostrando un atteggiamento forse peggiore dei figli, come giustamente sottolinea Michele Serra nel suo editoriale.
Intanto nell’istituto comprensivo Montessori, di cui fa parte la scuola media Costa, si pensa ad alcune iniziative come lezioni su come usare correttamente i cellulari. Bene. C’è da sperare che questa iniziativa sia opportunamente pensata, con lezioni di cultura digitale, mirate a favorire una consapevolezza adeguata del nostro rapporto con strumenti che utilizziamo quotidianamente con una naturalezza che, da sola, dovrebbe preoccupare. Il non dare per scontata la presenza della tecnologia nelle nostre vite, ricoprire momenti di disconnessione totale, ridare importanza al dialogo e ai rapporti umani sono aspetti che meritano di essere riconsiderati. Chissà queste notizie di cronaca inducano anche chi sta al governo a pensare a provvedimenti che vanno in questa direzione, per non abbandonare le scuole a se stesse, obbligandole a iniziative estemporanee e isolate.

LA SOSTENIBILITA’ COME FATTORE DI COMPETITIVITA’ DELLE IMPRESE E DEL TERRITORIO

E’ stato presentato GreenItaly 2015, il sesto rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere, promosso in collaborazione con il Conai, che misura e pesa la forza della green economy nazionale. Interessanti, come sempre, i dati che emergono. Ad esempio, un’impresa su quattro dall’inizio della crisi ha scommesso su innovazione, ricerca, design, qualità e bellezza, sulla green economy. Sono infatti 372.000 le aziende italiane (ossia il 24,5% del totale) dell’industria e dei servizi che dal 2008 hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2.
L’orientamento green si conferma un fattore strategico per il made in Italy: alla nostra green economy si devono 102,497 miliardi di valore aggiunto – pari al 10,3% dell’economia nazionale – e 2milioni 942mila green jobs, ossia occupati che applicano competenze ‘verdi’. Una cifra che corrisponde al 13,2% dell’occupazione complessiva nazionale ed è destinata a salire ancora entro dicembre. Dalla green Italy infatti arriveranno quest’anno 294.200 assunzioni legate a competenze green: ben il 59% della domanda di lavoro.
Presentato oggi a Roma, GreenItaly 2015 ci dice che la green economy è un paradigma produttivo sempre più forte e diffuso nel Paese. In termini di imprese, che in numero crescente fanno scelte green. Solo quest’anno, incoraggiate dai primi segnali della ripresa, 120mila imprese hanno investito green, o intendono farlo entro dicembre, il 36% in più rispetto al 2014. E in termini di risultati, nei bilanci, nell’occupazione e nelle performance ambientali del Paese, che rendono l’Italia, nonostante i tanti problemi aperti, il leader europeo in alcuni campi dello sviluppo sostenibile.
Uno ‘spread verde’ che indica la direzione da seguire, un dato importante in vista dell’importante vertice Onu sul clima che a dicembre riunirà il mondo a Parigi spiega il presidente di Fondazione Symbola Ermete Realacci: “La vocazione italiana alla qualità si esprime in una tensione al futuro che ha avuto proprio nella green economy uno strumento formidabile per migliorare i processi produttivi, realizzare prodotti migliori, più belli, apprezzati e responsabili. Puntando sul green non solo il made in Italy ha coniugato qualità, tradizioni, innovazione e competitività, ma ha aperto la via dell’economia circolare. Un nuovo modello di sviluppo che somiglia molto a quell’economia a misura d’uomo, che rifiuta lo scarto, attenta alla custodia della casa comune di cui parla Papa Francesco. Un’economia in cui un’Italia che fa l’Italia è già in campo, che è strategica anche per il Pianeta e può rappresentare il nostro contributo alla Cop21 di Parigi”.
“L’evoluzione ecosostenibile di una buona parte del nostro sistema produttivo è stata funzionale alla crescita della qualità delle nostre produzioni e della loro capacità competitiva”, evidenzia il presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello. “E’ importante fare emergere con queste analisi l’Italia dell’innovazione che scommette sul futuro. Continuare a far crescere questo volto ‘verde’ della nostra economia vuol dire anche adoperarsi per creare un contesto più innovativo e competitivo. Le Camere di commercio sono già coinvolte su questo fronte e intendono moltiplicare il proprio impegno. Nella convinzione che, oggi, la scelta della sostenibilità non sia rinviabile”.
Nel nostro Paese, come ci dicono i numeri di Symbola e Unioncamere, la green economy ha contribuito e sta contribuendo in modo determinante a rilanciare la competitività del made in Italy. Per questo, nonostante le difficoltà, dall’inizio della crisi più di un’azienda su quattro ha scommesso sul green. Una propensione che abbraccia tutti i settori della nostra economia – da quelli più tradizionali a quelli high tech, dall’agroalimentare all’edilizia, dalla manifattura alla chimica, dall’energia ai rifiuti – e che sale al 32% nel manifatturiero. Una scelta che paga.