COMUNICAZIONE E RELAZIONI ISTITUZIONALI NELLA REPUBBLICA DEL SELFIE

Viviamo nella repubblica dell’auto-rappresentazione, sostiene Marco Damilano nel suo ultimo libro (La Repubblica del Selfie, Rizzoli). Dopo la (prima) repubblica della rappresentanza e la (seconda) repubblica della rappresentazione. Gli attori politici sono cambiati. E così anche il loro modo di agire e di comunicare. La stella berlusconiana è tramontata, e con essa anche un sistema basato sulla narrazione attraverso i media. Adesso c’è Matteo Renzi, il rottamatore. Il politico che parla direttamente ai cittadini, utilizzando i social media. Le foto su Instagram con le sue letture. I tweet. Facebook. Una comunicazione non mediata che è anche lo specchio di una concezione della politica. Una concezione che coglie e amplifica le difficoltà che attraversano i corpi intermedi. I partiti travolti dalla crisi, dagli scandali, dall’incapacità di elaborare progetti e proposte e – soprattutto – dalla difficoltà di selezionare rappresentanti all’altezza della complessità che contraddistingue la realtà in cui viviamo. I sindacati, arroccati a difesa di un mondo che non esiste più. E le associazioni di categoria, che non possono più essere lobby che tutelano gli interessi delle imprese, artigiane o industriali che siano. Come osserva correttamente Marco Damilano, il premier, tra un selfie e l’altro, approfitta della debolezza generalizzata di questi soggetti che sino a poco tempo fa erano parte integrante dei processi politici e decisionali. Frammenta quel che resta dei partiti. Snobba scioperi, proteste e proposte dei sindacati. Diserta le assemblee di Confindustria, ma va nelle fabbriche. La mediazione degli interessi, insomma, è stata sacrificata sull’altare della velocità (fretta?) di cambiare il Paese, sull’onda di un’insofferenza generalizzata verso istituzioni gattopardesche incapaci di fornire risposte alle esigenze di cittadini.

Chi si occupa di comunicazione e di relazioni istituzionali per le associazioni imprenditoriali non può non tenere conto di questa profonda trasformazione. Deve agire di conseguenza, per costruire una reputazione (e un’autorevolezza) fondata su basi diverse. Per incidere sulle scelte è indispensabile essere non solo credibili e rappresentativi, ma anche attori protagonisti dello sviluppo economico, soprattutto a livello locale. Deve cioè cambiare la mission delle associazioni di categoria. Da lobby che difendono gli interessi a soggetti che contribuiscono attivamente alla crescita economica. Individuando modelli di sviluppo incentrati sulla valorizzazione delle specificità territoriali e sull’evoluzione degli scenari globali. Attivando sinergie con la pubblica amministrazione. Promuovendo l’innovazione. Avviando azioni a favore della crescita del capitale umano. Insomma: mettendo in campo competenze, idee e progettualità che sopperiscano alle carenze del pubblico, pur riconoscendone il ruolo.

E’ una mutazione quasi genetica, questa. Si può restare sempre uguali a se stessi, mentre intorno tutto cambia e si evolve velocemente, se – e solo se – si accetta la condizione di marginalità che si sta profilando. Ma con quali prospettive di sopravvivenza? Se invece l’obiettivo è recuperare centralità e peso politico e se davvero si crede nell’importanza dei corpi intermedi, alle associazioni di categoria non resta che ripensare se stesse. Da questo punto di vista chi si occupa di comunicazione e relazioni istituzionali può dare un contributo significativo, perché è soprattutto in questo ambito che si avvertono le difficoltà nell’agire seguendo i vecchi schemi. E’ una strada in salita, a tratti ignota. Ma è forse l’unica possibile.

Pubblicato su ferpi.it

IL NORD EST COME NUOVO LABORATORIO DI INNOVAZIONE PER LA CRESCITA

E’ ormai assodato che la crisi iniziata nel 2008 non sia un passaggio congiunturale (al termine del quale è legittimo attendersi che tutto tornerà come prima), ma l’inizio di una transizione verso un nuovo scenario economico. Nel quale le opportunità non mancano. Anzi. L’importante è prendere atto che anche il vecchio modo di fare impresa è tramontato. Questo vale in generale, e ovviamente anche per il Nordest. L’area che è (stata) la locomotiva economica del Paese. E che adesso, però, deve fare i conti con il proprio passato, per ripensare il proprio futuro. Prendendo atto che i fattori che ne hanno favorito una crescita rapida (e spesso frenetica, se non schizofrenica) sono venuti meno: la possibilità di contare su una valuta debole, così come un costo del lavoro contenuto rispetto alla concorrenza internazionale sono tutti elementi su cui non è più possibile fare affidamento.

Nel suo ultimo rapporto, la Fondazione Nord Est, sotto la direzione scientifica di Stefano Micelli, ha elaborato una “road map” per dare nuovo slancio all’economia triveneta. Ripartendo dal territorio e diventando protagonista della terza rivoluzione industriale. Si tratta, in sostanza, di ritrovare le ragioni che ne hanno sancito il successo, ricominciando dalla manifattura e da punti di forza come il capitale umano e la forte vocazione all’export, rinnovando le premesse di tanti risultati positivi e accettando il confronto con uno scenario economico profondamente rinnovato. In che modo? Seguendo l’esempio di molte imprese che già sono riuscite a cogliere i contorni delle evoluzioni in atto. Ad iniziare da quella del consumo, con una quota crescente di domanda che si rivolge verso beni capaci di racchiudere valori immateriali, incardinati sulla “produzione culturale” di un territorio, nonché sulla sostenibilità ambientale e sociale.

In questa sfida c’è l’aspetto tecnologico, certo. La nuova manifattura sarà, infatti, sempre più digitale: con la diffusione degli strumenti come le stampanti 3D, i laser cutter e le tante frese, oggi sono sempre più economici e accessibili, i mezzi di produzione saranno sempre più digitali e sempre più “personali”. Nel Nord Est la nuova manifattura prende la forma di una bottega artigiana in versione 2.0 più che di una fabbrica automatica. E il rapporto virtuoso fra il saper fare accumulato in questo territorio e le opportunità offerte dalle nuove tecnologie si manifesta appieno nei settori tipici del cosiddetto “medium tech”, del design e del lusso.

Ma c’è di più. Se il Nord Est vuole essere il centro di un modo nuovo di pensare le grandi trasformazioni produttive, è necessario anche qui si investa sullo sviluppo del capitale umano (con particolare attenzione alla cultura tecnica) e sulla costruzione di nuovi rapporti fra manifattura, istituzioni culturali e turismo. Un aspetto, quest’ultimo, che rimanda alla necessità di valorizzare le specificità territoriali, tratto caratteristico del nostro Paese.

Se così è, viene da chiedersi quale sia il modello di governance che meglio si concilia con questo nuovo modello produttivo. Per dirla in modo più esplicito: il progressivo depotenziamento delle autonomie locali non è forse in contraddizione con l’esigenza dei territori di sfruttare queste nuove opportunità? La questione federalista, strumentalizzata prima e delegittimata poi dagli scandali giudiziari in diverse amministrazioni regionali, non merita di essere riconsiderata, nell’ottica di un nuovo sviluppo economico e sociale? Perché non c’è una forza politica capace di rielaborare un serio progetto federalista, anche in chiave europea, che scommetta sulla forza e la specificità dei territori per vincere la sfida dei mercati globali?

Anche da questo punto di vista, in fondo, il Nord Est è sempre stato un laboratorio.

(articolo tratto da www.competere.eu)

COSA SIGNIFICA VIVERE NEL PRESENTE CONTINUO

Cosa significa vivere in un presente continuo, quando tutto accade in tempo reale, senza un momento di tregua? Quali sono le conseguenze sul modo in cui produciamo e sperimentiamo cultura, conduciamo affari, investiamo denaro, gestiamo le nostre politiche, comprendiamo la scienza e, in generale, ciò che avviene intorno a noi? A questi interrogativi ambiziosi tenta di rispondereDouglas Rushkoff, uno dei maggiori esperti al mondo sul rapporto tra tecnologia, società e cultura, in un bellissimo libro appena pubblicato da Codice Edizioni (Presente continuo. Quando tutto accade ora, pagg. 288, 22 euro), libro che merita di essere letto, soprattutto da chi si occupa di comunicazione. Il saggio è suddiviso in cinque capitoli, ognuno dei quali analizza un aspetto specifico dello «shock da presente» (dal titolo originario), chiaro riferimento al saggio scritto da Alvin Toffler nel 1970 (Future Shock).

Il primo riguarda il collasso narrativo. Per Rushkoff «ogni grande narrazione del ventesimo secolo dipendeva dalla fede che la teneva in piedi». Erano tutte ideologie che promettevano qualcosa di meglio per il futuro, anche in cambio di un presente difficile. Con il nuovo millennio tutto è cambiato: sono crollate le Borse e le Torri Gemelle e, insieme ad esse, anche le narrazioni, così come le avevamo conosciute. È nella sfera dei processi democratici che si registrano gli effetti più preoccupanti. «Se da una parte – scrive Rushkoff – il presentismo, nei media, impedisce la costruzione di narrative false o ingannevoli da parte delle élite, dall’altra ci lascia liberi di cercare indicazioni e reagire, anche esageratamente, al benché minimo sobbalzo». Nel mare dell’informazione, insomma, abbiamo abbandonato la nave guidata da professionisti che seguivano rotte precise e sicure e siamo saliti su canoe che ci permettono di scegliere individualmente la direzione, ma ci lasciano anche in balia delle onde e degli eventi, ai quali reagiamo emotivamente e istantaneamente. Altro aspetto rilevante segnalato dall’autore riguarda il nuovo modo di prendere le decisioni, provocato da un’autentica ossessione per l’informazione real time: i decision-maker agiscono valutando le reazioni istantanee dell’opinione pubblica. Attendere e riflettere non è ammesso: sarebbe un segno di debolezza. «Quella che una volta veniva chiamata arte di governare si è trasformata in un costante tentativo di gestire le più diverse crisi», sostiene Rushkoff.

Il secondo fenomeno analizzato si chiama «digifrenia», dove «digi» sta per digitale e «frenia» per disordine dell’attività mentale: è la tensione (inconciliabile?) tra il falso “adesso” digitale e l’autentico “adesso” umano. Il punto è questo: le nuove tecnologie provocano la sensazione di dover tenere il passo con il loro insostenibile ritmo. Scrive Rushkoff: «Gli oggetti che utilizziamo ci trasformano: per capire e combattere il presente continuo dovremmo preoccuparci meno delle conseguenze dell’attività digitale rispetto alle più importanti implicazioni del vivere in un ambiente digitale. Non si tratta di come la tecnologia digitale ci cambi, ma di come trasformiamo noi stessi e gli altri vivendo digitalmente. Il nostro mondo è plasmato da dispositivi e modi di pensare digitali, e una delle principali conseguenze di questa situazione è che proiettiamo l’inflessibilità del tempo digitale su di noi». Tanto che, se davvero vogliamo prenderci del tempo per noi stessi, dobbiamo disconnetterci da tutto e vivere fuori dalla rete, come se fossimo membri di un’altra era, pre-digitale. L’essere “always on”, sempre connessi, ci permette di lavorare sempre o di gestire di continuo le nostre reti sociali, ma fissando uno schermo accettiamo la falsa premessa digitale che tutto il tempo è equivalente e intercambiabile, perché non esistono i ritmi naturali. Ma questo non è un esito inevitabile, afferma Rushkoff. Abbiamo l’opportunità di programmare la tecnologia affinché segua i nostri ritmi o i cicli naturali della nostra attività. Basta volerlo.

La terza forma di shock del presente è il «sovraccarico», vale a dire «lo sforzo di schiacciare scale temporali molto ampie in altre molto più piccole o inconsistenti». In altri termini, è lo sforzo di attribuire all’adesso responsabilità di effetti a lungo termine. Come si manifesta? Rushkoff utilizza una metafora illuminante. In natura esistono lo stagno e il torrente. Il primo ha in sé il proprio contenuto, come nel caso di un’enciclopedia: la sua è una struttura statica, accumulatasi nel tempo. Il suo valore si basa sulla durevolezza e sull’autorevolezza delle sue affermazioni. Il torrente, invece, scorre come l’informazione che passa attraverso i canali di informazione h24. Il problema, suggerisce l’autore, c’è quando trattiamo i flussi di dati allo stesso modo degli archivi, quando dedichiamo ai libri la stessa fugace attenzione che riserviamo a una conversazione su Twitter. «La fretta – spiega – ci costringe a relegare i pensieri profondi alle porzioni più caduche ed effimere della nostra memoria, perdendo la capacità di riflettere». Sovraccarichiamo, tentando di comprimere un processo lungo e lineare in un unico momento di flusso».

La «frattalnoia» si rifà, invece, ai frattali che – dice Rushkoff – ci permettono di accedere alle strutture fondamentali dei sistemi complessi e, allo stesso tempo, ci spingono a cercare schemi dove non esistono. Cosa accade quando tentiamo di comprendere la realtà affidandoci unicamente al tempo presente? Se manca una sequenza temporale, attraverso la quale studiare e definire cause ed effetti, si ipotizzano connessioni, anche quando esse sono forzate o addirittura immaginarie. Per l’autore, «imparare a riconoscere e a sfruttare gli schemi senza cadere nella vera frattalnoia sarà per individui, aziende e persino nazioni una capacità necessaria alla sopravvivenza». In un mondo presentista e iperconnesso, dove anche un tweet può essere un’arma di distruzione spietata e i feedback arrivano a una tale velocità che spesso risulta difficile anche solo capire cosa stia accadendo, la comunicazione tradizionale non funziona. Le aziende se ne sono rese conto, tanto da aver rivisto le proprie strategie, impostandole in termini di conversazione. Ma hanno commesso anche un errore frequente: in uno spazio mediatico peer-to-peer i consumatori non vogliono parlare attraverso i social media con le aziende, ma tra loro. Per questo sarebbe importante pensare a clienti, dipendenti, shareholder e concorrenti in modo più olistico, generando pattern che poi si evolvono.

L’ultima tappa di questo percorso negli effetti del presente continuo riguarda ildesiderio di una fine, di una conclusione, qualunque essa sia. In questo ultimo capitolo, Rushkoff mette in guardia contro i sognatori di apocalisse che vogliono aiutarci ad accettare l’imminente obsolescenza umana, a favore di una tecnologia che, presto, saprà evolversi autonomamente. Cosa accadrà? Dobbiamo sperare nella misericordia delle nostre creazioni o negoziare per ottenere qualcosa che vogliamo noi, oltre a quello che vuole lei? Il destino, suggerisce Rushkoff, è nelle nostre mani: «Ciò che la tecnologia può fare agli esseri umani mi preoccupa molto meno di quel che ggli esseri umani stanno scegliendo di fare a loro stessi per mezzo della tecnologia».

Il libro di Douglas Rushkoff, insomma, è un viaggio ricco di spunti interessanti che ci permette di inquadrare l’impatto della tecnologia sul nostro modo di vivere e di convivere. Solleva questioni complesse che non possiamo ignorare, né considerare con la stessa fugace superficialità di un News Feed di Facebook.

 

Fonte: www.ferpi.it

ELEZIONI EUROPEE, I GRAVI ERRORI DI COMUNICAZIONE POLITICA

Sostiene l’economista Nouriel Roubini:«La tenuta degli spread, quindi in ultima analisi dell’intera architettura dell’euro, è subordinata all’impegno della Bce di comprare i bond dei Paesi in difficoltà se scatta l’emergenza. Ma potrà mai la Banca centrale comprare, direttamente o indirettamente, i titoli emessi da un Paese guidato da un movimento che vuole il referendum sull’euro e considera il Fiscal compact un foglio da stracciare?». E aggiunge: «Se il M5s risulterà il primo partito il governo Renzi sarà a fortissimo rischio. Altrettanto se Grillo arriverà secondo a breve distanza, il che mi pare probabile vista la trasmigrazione di voti da Forza Italia». Non solo il governo italiano sarà a rischio, a suo avviso, ma anche l’intervento della Bce: «Perché Francoforte dovrebbe gettare una ciambella di salvataggio a un governo che considera le procedure per deficit eccessivo come una barzelletta? È probabile che se Grillo vincerà, lo spread salirà ancora. Il balzo in sei giorni da 150 a 180 con l’aumento dei tassi dei Btp dal 2,9 al 3,2%, non è accaduto a caso: c’è stata è vero la sorpresa negativa del calo del Pil, ci sono stati i peggioramenti di opinione di alcune istituzioni finanziarie sui fattori di rischio italiani e spagnoli, ma c’è soprattutto la crescita di Grillo. Una vittoria del M5S metterebbe in grave difficoltà la tenuta del governo. Non escluderei che Renzi, in situazioni estreme, potrebbe arrivare a dimettersi».

In attesa di scoprire se le previsioni di Nouriel Roubini si riveleranno corrette, credo che, al termine di questa disgustosa campagna elettorale, i consulenti di comunicazione politica dei principali leader e partiti politici che non si riconoscono nel populismo dovrebbero avere l’umiltà di ammettere: abbiamo sbagliato tutto. E l’errore è stato grave. Certo: è difficile dire dove finiscono le responsabilità dei politici e dove iniziano quelle dei consulenti, ma è evidente che la strategia di inseguire i movimenti populisti sul loro terreno si rivelerà probabilmente un autogol clamoroso. So che la tentazione è forte: a tutti i livelli, piace l’idea di assumere una nuova verginità, un’immagine di purezza non contaminata dalla politica politicante, nel goffo tentativo di apparire l’anticasta pur essendo parte della casta a tutti gli effetti. Ma i consulenti dovrebbero servire anche a questo, a dire: no, attenzione, questa strada è scivolosa e sbagliata.

Più degli insulti e della rincorsa a chi la spara più grossa, è stato questo, a mio avviso, l’errore più grave. Siccome l’Europa non piace molto ai cittadini, tutti che sbraitano «contro» e nessuno che si smarca per dire che il progetto comunitario è stato e resta una delle più grandi conquiste politiche della storia recente e che perciò va difeso e valorizzato, senza se e senza ma. E’ la twitter-politica: tutti che inseguono e nessuno che guida. L’esito è sotto gli occhi di tutti. Ciò che emerge da questa campagna elettorale si può sintetizzare in due punti: 1) alla carenza di proposte politiche coraggiose si è tentato di sopperire con la bagarre mediatica, con l’insulto e la denigrazione dell’avversario; 2) le uniche proposte politiche emerse con chiarezza sono quelle demagogiche e semplicistiche di chi dice che la soluzione alla crisi economica è l’uscita dalla moneta unica. Risultato: a trarre vantaggio da questa situazione saranno le forze populiste, che vinceranno non per meriti propri, ma per demeriti dei propri avversari. Ma a pagare il prezzo saremo noi, tutti noi.

Fonte: www.ferpi.it

L’ITALIA CHE CE LA FA, NONOSTANTE TUTTO

L’Italia non è un vecchio stivale, ma un corpo pieno di fascino. E soprattutto vivo. Nonostante tutto. L’Italia con il suo patrimonio culturale e ambientale, con le sue città da’rte e i suoi mille borghi storici. Ma anche l’Italia con i suoi prodotti leader nell’export: il Bel Paese dei distretti industriali, delle piccole e medie imprese che “corrono” libere nel mondo e rappresentano il Made in Italy fuori dai confini nazionali. E’ questa l’Italia raccontata nel libro “Italia caput mundi. I segreti delle imprese che per «fare» usano la testa”, edito da Rizzoli e scritto da Giampiero Cito e Antonio Paolo, pubblicitari dell’agenzia Milc di Siena. I due autori hanno percorso la Penisola da Nord a Sud, quasi centomila chilometri alla scoperta delle aziende che realizzano i mille prodotti leader nell’export mondiale, rilevati dall’Indice Fortis – Corradini elaborato dalla Fondazione Edison. «È molto interessante – scrive nella prefazione del volume Marco Fortis, vice presidente della Fondazione Edison – che le dinamiche del commercio estero italiano siano analizzate con occhi diversi da quelli degli economisti, ad esempio come da quelli di chi si occupa di pubblicità e comunicazione».

Il vostro è un viaggio nell’Italia che corre nonostante la zavorra del sistema-paese, è così?

«Sì – affermano Giampiero Cito e Antonio Paolo – protagoniste sono le imprese italiane che, nonostante le difficoltà strutturali del Paese, nonostante la burocrazia, la corruzione e la recessione, hanno cercato e raggiunto nuovi mercati globali, con la forza della creatività, dell’innovazione, della ricerca e della qualità. E’ l’Italia che ce l’ha fatta e che, ogni giorno, esporta nel mondo le sue mille eccellenze, raggruppate in quattro macrosettori: le cosiddette “4A” (Agroalimentare – vini; Abbigliamento – moda; Arredo – casa; Automazione – meccanica – gomma – plastica). E’ il Paese dei cento distretti produttivi che vanno dalle calzature al tessile; dalle macchine per imballaggio alle piastrelle; dagli occhiali alla pasta; dai rubinetti ai gioielli, passando per le giostre fino alla meccanica di precisione.

Avete scelto una metafora un po’ particolare, quella del corpo umano. Perché?

«Ogni parte del corpo diventa una chiave di lettura per comprendere i punti di forza delle nostre produzioni, ma anche per suggerire “la cura” necessaria a rendere il nostro Paese più competitivo. Dalla testa alle mani, dai muscoli alle ossa, dalla pelle al cuore per arrivare al sedere ciascun prodotto è associato a una parte del corpo umano. A guidare il corpo produttivo dell’Italia, è il “Caput” (la testa), fatto da idee, ingegno, spirito imprenditoriale, capacità di fare squadra, creatività e innovazione. Alla fine di ogni capitolo diamo “voce” agli imprenditori e ai rappresentanti dei distretti e consorzi italiani. E’ dalle loro testimonianze che prendono forma, infatti, le storie dei distretti “simbolo” del Made in Italy vincente nel mondo: da quello bellunese dell’occhialeria a quello orafo – argentiero di Arezzo, dalla “Packaging Valley” della provincia di Bologna al distretto della “pasta” di Gragnano fino al distretto piemontese della rubinetteria e all’ “Italian Chair District” nel cuore del Friuli Venezia Giulia»

Insomma, l’Italia ha un corpo bellissimo, ma ha bisogno della testa per essere competitiva…

«Questo libro è dedicato al “corpo bellissimo” dell’Italia, fatto di eccellenze produttive, di imprenditori coraggiosi, di territori in grado di esprimere un’artigianalità industriale che fa del tailor made il suo punto di forza. Un corpo produttivo che, come tale, deve essere messo nelle condizioni di sopravvivere ed essere sano in ogni sua singola parte per affermare sempre di più la sua unicità nel mondo. Per fare questo è necessaria la testa e “avere testa” significa capire che se l’Italia riuscisse a soddisfare tutta la voglia di Made in Italy che c’è e ci sarà sempre di più nel mondo, allora la nostra economia potrebbe davvero ripartire. E’ quindi fondamentale eliminare i troppi ostacoli interni, dall’iper burocrazia all’illegalità, che ancora non le permettono di correre. Se riuscissimo a fare questo allora “Italia Caput Mundi” non sarebbe solo un titolo provocatorio o un sogno da pubblicitari ma diventerebbe una tangibile realtà».

 

FONTE: L’IMPRESA (Il Sole 24 Ore)

MEMORIE DI UNA PUTTANA (NON) TRISTE

Un po’ intellettuali, un po’ puttane. Ecco cosa siamo, noi consulenti di comunicazione, giornalisti a servizio di aziende, associazioni, enti pubblici, ghostwriter o, peggio ancora, lobbisti. Su, non vi arrabbiate. E’ così. Lo dice il professor Gustavo Zagrebelsky, mica uno qualsiasi. Non ci credete? Prendete il suo ultimo libro «Fondata sulla cultura» (Einaudi) e andate a pagina 28, se non avete la curiosità di leggere anche le precedenti (ne vale comunque la pena). Parlando delle «insidie» alla libertà della cultura, sancita anche dalla nostra Costituzione, il professore affonda il coltello su consiglieri e consulenti, «versione odierna dell’intellettuale organico gramsciano, figura tragica e, a suo modo, grandiosa che si collega alle grandi forze storiche della società per la conquista della “egemonia” per modellare il mondo: un compito certo ambiguo, ma indubbiamente non privo di grandezza». Accidenti. Il professor Zagrebelsky ne ha davvero per tutti.

Per i «giovani arrembanti dall’ingegno brillante» che «riescono a rendersi importanti, o addirittura indispensabili, presso attempati uomini di potere facili alla circonvenzione, offrendo servigi intellettuali e ricevendo in cambio protezione, favori, emolumenti». Che schifo! Che Vergogna! Ma non basta. Attenzione anche a quei consulenti «che vendono le proprie conoscenze alle imprese, per testarne, certificarne, magnificarne, pubblicizzarne i prodotti; per testimoniarne la qualità del ciclo produttivo, la sua non-nocività, la sostenibilità dell’impatto ambientale, e altre prestazioni di questo genere». Vi sentite chiamati in causa e la cosa vi provoca un certo fastidio? State sereni, perché il professore ammette che «consiglieri e consulenti non sono affatto una cosa cattiva in sé», basta essere come quel gruppo di persone di cultura che hanno contribuito all’esperienza collettiva di «Comunità» promossa da Adriano Olivetti.

Ma se non siete a quel livello, peggio per voi. Allora siete (siamo) delle prostitute, perché vi offrite, esplicitamente o tacitamente, pur di entrare «nell’organico di questo o quel potentato per i vantaggi personali che ne derivano». Ne avete abbastanza? Beh, portate ancora un po’ di pazienza: l’illustre professore afferma anche che «il punto più basso l’intellettuale lo raggiunge quando egli si presta a dare il suo cervello, la sua intelligenza, la sua parola, all’uomo di potere che lo paga per scrivere i suoi discorsi, i suoi articoli di giornale, le sue interviste». Di più: «Addirittura, ne abbiamo fatto una delle possibili professioni intellettuali, quella del ghostwriter». Eh sì, è proprio uno schifo.

Ma come si fa a scendere così in basso, a prostituirsi offrendo il cervello anziché altre parti del corpo al potente di turno? Ma non si vergognano da soli quegli intellettuali «che si prestano a riempire la bocca dei politici di cose delle quali questi non hanno nessuna idea propria» e che, oltre a umiliare la propria funzione, «contribuiscono a svuotare di contenuto la democrazia e a ridurla a una rappresentazione»? Suvvia. Non vi arrabbiate. E’ giusto che chi vive da anni in un mondo di vergini come quello universitario italiano, dove si fa carriera solo per meriti e non per raccomandazioni e dove tutto succede in piena e totale trasparenza, denunci la deriva che certi mestieri provocano.

E noi faremmo bene a chiedere scusa agli italiani, senza tentare di appellarci al valore aggiunto che la nostra professionalità può portare a un’azienda, a un’organizzazione o a un’istituzione, senza ricordare che i consulenti esistono da secoli e anche nelle democrazie più mature, e che, a volte, sono (stati) pure delle menti eccellenti. Lasciamo stare. Se lo dice uno come il professor Gustavo Zagrebelsky, mica possiamo contraddirlo: sarebbe un attentato all’autorità culturale e morale di questo rozzo paese chiamato Italia.

 

FONTE: www.ferpi.it

IL FALSO MITO DELLA SCUOLA 2.0

Succede anche nella mia provincia, Belluno, che qualche istituto si innamori della scuola 2.0 e introduca, ovviamente con tanto di presentazioni celebrative, tablet e altri strumenti tecnologici. Succede all’istituto Pertini di Ponte nelle Alpi, Comune famoso per i suoi successi nella raccolta differenziata. Questo il mio commento inviato alla stampa locale, nella speranza di suscitare qualche dubbio a chi ha optato per questa soluzione. Probabilmente senza conoscere la materia. Ma questo è grave, perché di mezzo c’è l’istruzione dei nostri giovani. Ecco l’intervento.

 

E’ davvero sorprendente, e al tempo stesso preoccupante, la superficialità con la quale si è celebrato, alla Scuola Pertini di Ponte nelle Alpi, il progetto “Classi Tablet” avviato quest’anno. Alla presenza del sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi, è stato un coro unanime di commenti entusiastici. Forse perché, abituati a scuole fatiscenti e poco accoglienti, l’immagine di un istituto attrezzato con le nuove tecnologie non può che essere guardato con favore. Il pressapochismo regna sovrano. Ma rischia di produrre danni significativi sui giovani. Per quanto strano possa sembrare, non sempre la tecnologia funziona. Anzi. Se prima di avviare progetti che riguardano l’apprendimento degli studenti si avesse il buon senso di andare a fondo delle questioni, si scoprirebbe che, negli ultimi anni, il rapporto con le nuove tecnologie è stato oggetto di un riesame critico, supportato da ricerche (neuroscienze) e pubblicazioni scientifiche imprescindibili per chi si occupa di questi temi.

Qualcuno se n’è accorto. A Roma, ad esempio. Alla proposta di trasformarsi in «Cl@sse 2.0» – tutta tablet e tecnologia – la IB dell’elementare Iqbal Masih ha detto no. Troppa didattica digitale, secondo i genitori, può essere dannosa. E così hanno motivato i loro timori con citazioni di articoli, studi autorevoli e testimonianze di studenti e insegnanti che mettono in luce i rischi: dispersività, dilatazione dei tempi di lavoro, perdita di attenzione e di parte dei contenuti didattici. I casi citati sono noti tra chi si occupa di cultura digitale. In Corea del Sud hanno coniato la definizione “demenza digitale”, per mettere in guardia contro la piaga della dipendenza da Internet. E a Los Angeles, dopo aver speso miliardi di dollari per informatizzare le scuole, stanno ora facendo marcia indietro perché si sono accorti che tablet e internet sono “armi di distrazione di massa”. Intervistato dal Corriere della Sera, Roberto Casati, filosofo e direttore di Ricerca al Cnrs a Parigi, ha appoggiato le tesi dei genitori della classe romana, sul rapporto tra didattica e tecnologia, illustrando e motivando il proprio pensiero con la necessità di «esercitare un sano principio di precauzione». «Non è ancora chiaro – sostiene il ricercatore – il contributo pedagogico che le nuove tecnologie possono dare». Aggiungendo: «Una delle ragioni più probabili risiede nel fatto che le tecnologie di oggi sono molto distraenti e abbassano la soglia dell’attenzione».

Chi esulta di fronte alla grande conquista dell’istituto pontalpino dovrebbe dunque approfondire i rischi delle nuove tecnologie, ad esempio con Sherry Turkle o di Manfred Spitzer. La prima – una psicologa clinica, membro della Società Psicoanalitica di Boston e docente di Sociologia della Scienza nell’ambito del Programma in Scienza, Tecnologia e Società presso il Massachussetts Institute of Technology – spiega quali sono gli effetti nefasti del multitasking sugli studenti: chi studia – o crede di studiare – mentre aggiorna Facebook, fa acquisti su Amazon, risponde alle chiamate e ai messaggi testuali e alle chat è sistematicamente incapace di sviluppare un pensiero coerente. Il secondo – già visiting professor a Harvard e attualmente direttore della Clinica psichiatrica e del Centro per le neuroscienze e l’apprendimento dell’Università di Ulm – afferma che, limitandoci a chattare, twittare, postare e navigare su Google, finiamo per parcheggiare il nostro cervello, ormai incapace di riflettere e concentrarsi. E avverte: «Molte persone sono orgogliose nel vedere i loro bimbi maneggiare un iPad e li ammirano, mentre sfiorano lo schermo per girare le pagine. Pensano che questa sia una grande conquista intellettuale. In realtà non c’è niente di più stupido che far scorrere una mano su una superficie piatta: il tablet non può che danneggiare lo sviluppo mentale».

In conclusione: cari insegnanti, abbandonate il progetto, prima che sia troppo tardi. Fatelo per i vostri studenti. Se volete davvero essere innovativi, introducete a scuola l’educazione digitale. Per spiegare non come si usa la tecnologia, ma come la si integra alle nostre vite.

 

 

IL NORDEST, IL FEDERALISMO E L’ATTACCO ALLE AUTONOMIE LOCALI

Le montagne possono essere barriere o cerniere geografiche e culturali. Possono dividere o unire. Possono chiudere gli orizzonti o aprire spazi e prospettive inattese. Di certo, come scrive lo storico dell’ambiente Marco Armiero, non sono fatte per il conformismo. Proprio per questo, sono forse il luogo ideale per osservare il dibattito che si è aperto con le dichiarazioni programmatiche del nuovo governo sulle riforme istituzionali e, in particolare, sulla revisione del Titolo Quinto della Costituzione, alla quale si accompagna il ddl Delrio che contempla, tra l’altro, lo svuotamento delle Province, una premessa per la loro abolizione. Ciò rende felici i commentatori del movimento anticasta. Osservatori, spesso superficiali, che amano aizzare l’opinione pubblica contro qualsiasi cosa puzzi di politica, denunciando (a ragione) gli sprechi e l’utilizzo improprio dei soldi pubblici, senza però distinguere (a torto) tra il malfunzionamento delle autonomie locali e la loro ragione di esistere.
Purtroppo, la degenerazione etica di chi occupa cariche pubbliche trova riscontro in casi di cronaca (giudiziaria) che provocano la rabbia della cittadinanza. A scapito della credibilità delle istituzioni democratiche. Tutte. Da quelle centrali a quelle locali. Ma sono queste ultime ad essere ora nel mirino, soprattutto in seguito alle notizie sulle così dette spese pazze dei consiglieri regionali, ai costi spropositati di funzionamento di qualche amministrazione provinciale, ai buchi colossali di qualche Comune. Dall’iniziale battaglia contro le Comunità montane si è così consolidata, in una parte significativa dell’opinione pubblica, la convinzione che ogni livello di governo rappresenti un potenziale centro di spesa (e di spreco) che si può benissimo eliminare.
Cresce così il fronte anti-Province, salvo poi scoprire che questi enti assorbono appena l’1,6% della spesa pubblica totale, che la spesa per il personale corrisponde all’1,4% del costo complessivo del personale delle amministrazioni pubbliche, che nella migliore delle ipotesi i possibili risparmi derivanti dalla loro eliminazione ammonterebbero a 1,8 miliardi di euro, lo 0,3% della spesa pubblica nazionale. Per un abitante di Roma, di Napoli, di Milano o di Caserta queste considerazioni possono apparire inutili, se non fastidiose. Ma se si sale di quota e da una grande città ci si sposta, appunto, in provincia, ecco che l’attenzione per questi temi cresce sensibilmente. Perché ad essere in discussione non è solo il futuro di un ente, in alcune aree comunque strategico, ma anche e soprattutto il destino del sistema delle autonomie locali.
In un recente incontro promosso dalla Federazione delle Industrie di Trento e Bolzano a Rovereto, al quale hanno partecipato i rappresentanti delle associazioni industriali del Nordest, è emersa, netta, la preoccupazione per quest’ostilità crescente verso l’autogoverno dei territori. I più preoccupati sono i trentini e gli altoatesini, che vedono per la prima volta minacciati i loro privilegi. Ma sbaglia chi crede che questa sia una questione limitata alla «casta a statuto speciale», per dirla con le parole del titolo di un libro di Pierfrancesco De Robertis. Quel che si sta consolidando, purtroppo, è la volontà di seppellire il federalismo sotto la terra degli scandali. Il punto è che la questione settentrionale e la vocazione federalista di alcune aree del paese (il Nordest in primis) non possono sparire dall’agenda politica di questo Paese, perché è solo attraverso la valorizzazione e la responsabilizzazione delle autonomie locali che l’Italia può davvero cambiare verso.

(Il mio editoriale per www.competere.eu) 

COME CURARE L’IGNORANZA DIGITALE

La ragazzina 14enne che si è suicidata domenica pomeriggio lanciandosi dal tetto di un albergo abbandonato di Cittadella aveva più volte manifestato le sue intenzioni autolesionistiche sulle pagine virtuali del social Ask.fm, ricevendo da alcuni coetanei, in più occasioni, l’invito a mettere in pratica le sue intenzioni. Tra i messaggi al vaglio ora degli investigatori, come scrivono i giornali locali, quelli che riportano veri e propri insulti (da ”Sei una t…” a ”Ti odio” e ”Fai schifo come persona”), ma soprattutto quelli che paiono invitarla a farla finita. Uno di questi, lapidario, dice: ”ucciditi”, un secondo riporta il link del trailer cinematografico ‘Suicide room’. Ask.fm, che offre la possibilità di scrivere domande sul profilo degli altri membri in assoluto anonimato, seguendo gli amici senza che loro lo sappiano, era finito al centro delle polemiche l’estate scorsa dopo il suicidio di una giovane 14enne inglese che si sarebbe tolta la vita a causa di insulti e inviti all’autolesionismo scritto sul suo profilo del social. Ecco la mia riflessione.

 INTRODURRE L’EDUCAZIONE DIGITALE A SCUOLA

Come la montagna, il web non uccide e non si può definire assassino. Come la montagna, però, il web può essere un terreno pericoloso. Soprattutto se non lo si conosce. Prima di avventurarsi nella scalata di una parete o anche su un sentiero di media difficoltà, sarebbe opportuno acquisire alcune competenze di base sull’attrezzatura, l’abbigliamento, la preparazione fisica, i rischi ambientali. Si chiama sicurezza. Prevenzione. Che molti escursionisti snobbano, perché, tanto, che mai servirà per una semplice camminata in montagna? Poi le cronache raccontano di salvataggi di persone sorprese in mezzo alla neve o alle rocce con le scarpe da ginnastica o da passeggio, quando non con i mocassini. E di altre che si perdono nei boschi o che vengono investite da una slavina mentre sciavano fuoripista, nonostante i divieti. Mettendo a repentaglio la propria vita e quella degli altri. Con internet accade lo stesso: spesso i nostri figli iniziano a navigare nel mare tempestoso della rete da soli, imparano prestissimo a utilizzare le nuove tecnologie e, per questo, si illudono di sapere già tutto. Ma si sbagliano: la cultura digitale non coincide con le competenze pratiche. «Sappiamo usare la tecnologia, ma sappiamo come integrarla al meglio nella nostra vita?», si interroga giustamente Frances Booth, nel suo libro “Felicemente sconnessi”.

La questione è proprio questa. E’ ormai indispensabile acquisire quelle conoscenze che permettono di avere un rapporto equilibrato con le nuove tecnologie. A questo proposito, il critico dei new media Tom Chatfield parla di «umanesimo digitale» contro il «rischio di trattare gli altri al rango di oggetti, presenze che accendiamo o spegniamo a nostro piacimento, alle quali dobbiamo ben poco rispetto». E’ questo «umanesimo digitale» che si dovrebbe insegnare nelle scuole. Come fondatore del Movimento Slow Communication in Italia, nato proprio per promuovere una nuova cultura digitale, avevo scritto all’allora Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo per invitarlo a valutare l’opportunità di introdurre l’educazione digitale tra le materie scolastiche. Il dramma della ragazzina di Cittadella, che si è tolta la vita dopo che su un social network un branco l’aveva invitata a farla finita, conferma, purtroppo, che questa non è più un’opportunità: è una scelta obbligata.

Di recente anche il Garante per la Privacy è intervenuto per sottolineare la necessità di «aiutare i nostri ragazzi a frequentare le piazze mediatiche senza nuocere a se stessi e agli altri». Del resto, come afferma il Sean Parker di “The Social Network”, prima vivevamo nelle fattorie, poi nelle città e ora stiamo vivendo sempre più su internet. E questo, ovviamente, non è privo di conseguenze. Andrw Keen, uno dei più famosi guru della rete, sostiene che «nella nostra epoca dell’ipervisibilità basta una minicamera digitale e un account su Skype per distruggere, di fatto, la vita di qualcuno». E aggiunge: «Questi strumenti virali per l’esposizione di massa non soltanto sembrano rendere la società più pruriginosa e voyeuristica, ma alimentano altresì la cultura dell’intolleranza, della malignità e della vendetta». I nostri figli ne sono consapevoli? Dobbiamo sopportare altre tragedie, prima di avviare un percorso di educazione e di prevenzione?

PICCOLO MANUALE DI MARKETING POLITICO

Sei un elettore di centrodestra o, peggio, leghista? Capita di sentirti deriso, compatito, snobbato da parenti, amici o conoscenti che, votando altri partiti, ti guardano con un senso di superiorità che non capisci e non giustifichi? Ti chiedi perché succeda così spesso che quelle persone ti trattino come un essere inferiore, come una quasi-persona-che-non-capisce-niente, un essere che, poverino, proprio non realizza la gravità delle sue idee politiche? Ti interroghi se, davvero, è così moralmente sbagliato votare un partito nel quale ti identifichi, con un leader che ammisi nonostante tutto quello che si dice sul suo conto? Insomma: vorresti che qualcuno ti spiegasse, una volta per tutte, le ragioni che spingono una parte significativa dei tuoi conoscenti, e degli italiani, a considerarsi migliori di tutti quelli come te, di quelli che, con il loro voto, perseverano nel portare l’intero paese nell’abisso, nonostante l’evidenza lapalissiana dei fatti? Bene. Finalmente c’è lo strumento giusto per soddisfare questa tua curiosità. Non è un manuale di psicologia, né di scienze politiche. E’ il libro, bellissimo, di Francesco Piccolo («Il desiderio di essere come TUTTI», Einaudi) , un intellettuale di sinistra che, ripercorrendo gli anni della sua formazione politica, descrive in modo compiuto lo stato d’animo di chi si sente di essere nel giusto e che, forte di questa convinzione, si chiude su se stesso, in una specie di camera dell’eco senza confini.

«Siamo assolutamente sicuri – scrive – che il mondo è diviso in due, quelli che stanno sbagliando tutto e quelli che stanno facendo tutto bene, e per una coincidenza infelice la maggioranza continua a essere cieca e a guardare quelli che sbagliano». Il problema è, appunto, questa convinzione diffusa che non viene scalfita, che non è messa in discussione, che non subisce un’analisi critica. Ammette lo scrittore campano: «Questa idea del pensiero confermativo è (…) esplosa, perché ha formato una classe intellettuale ampia che legge giornali confermativi e scrive su quei giornali ragionamenti confermativi. Tutto ciò, anno dopo anno, rende impermeabili al confronto, alla curiosità per gli altri, per le vite diverse; e rende sempre più sicuri di ciò che sin pensa, di come si vive, delle regole che ci si è dati». E aggiunge: «Corrisponde con esattezza a ciò che sta accadendo con la navigazione in rete (…) più si naviga, più si restringe il campo delle diversità (…) E’ come se, vivendo, eliminassimo sempre di più la possibilità di incontrare qualcosa che non ci piace – che non ci soddisfa; ma allo stesso tempo eliminiamo tutto ciò che ci potrebbe sorprendere. La rete ripropone un sistema di vita che abbiamo adottato fin dal giorno in cui abbiamo scelto da che parte stare». Non a caso, sottolinea l’autore, all’entusiasmo che accompagna le elezioni primarie, dove votano solo i migliori, si contrappone la disillusione delle elezioni politiche reali, quando c’è «la dimostrazione pratica che la recinzione, l’orgoglio narcisistico, l’autoassoluzione potrebbero essere fallimentari».

Ma questo libro non è solo un’analisi sul senso di superiorità di una parte del paese sull’altra. E’ anche, e forse soprattutto, uno strumento di marketing politico, utile in particolare a una sinistra che, spesso, sembra avere un’innata predisposizione alla sconfitta. Prima di impostare una qualsiasi campagna elettorale, è infatti fondamentale avere le idee chiare su se stessi e sugli avversari. Serve, perciò, un bagno di umiltà, una presa di coscienza su quanto sia sbagliato ritenere che, nel paese, ci sia una sola parte sana (la propria). Inutile ingegnarsi tanto su slogan e strategie di comunicazione, se non si supera prima questo scoglio culturale. Francesco Piccolo lo scrive chiaramente: «Se riesco a percepire il buio che c’è dentro di me, le somiglianze con ciò che non mi piace; se riesco a concepire un’affinità con chi è lontano; se riesco a comprendere quando sono coinvolto in ciò che non amo, che non mi piace, che di solito accuso come se non mi appartenesse – quella è la strada concreta, reale, per combattere con limpidezza ed efficacia. L’abitudine è quella di sentirsi estranei agli errori, estranei alle brutture del paese. L’estraneità rende impermeabile la conoscenza, e senza conoscere le ragioni degli altri, non si può combatterle». E nemmeno, aggiungo io, illudersi di essere una democrazia matura.

BAUMAN E LA RIVOLUZIONE DIGITALE

Nel loro ultimo libro (“La nuova era digitale”), Eric Schmidt e Jared Cohen raccontano come saranno le nostre giornate in un prossimo futuro. Inizieranno senza il suono fastidioso della sveglia, con l’aroma del caffè e dalla luce che entra dalle finestre non appena le tende si aprono automaticamente. Il nostro appartamento sarà «un’orchestra elettronica» e noi «il direttore». Passeremo in rassegna le notizie del giorno su su schermi traslucidi, mentre dall’armadio automatizzato premderemo un vestito fresco di bucato perché il calendario ci dice che quel giorno abbiamo un appuntamento importante. Il display delle notizie ci segue anche in cucina, dove facciamo colazione. Controlleremo le e-mail su un tablet olografico, mentre i robot domestici ci suggeriscono alcune cose che essi stessi dovrebbero sbrigare in giornata e ci ricordano di acquistare un regalo per la nipote che proprio oggi compie gli anni… Un sogno o un incubo che rimanda alle atmosfere dickiane? Per orientarci in questa selva digitale, è bene utilizzare una bussola culturale affidabile come Zygmunt Bauman, che mercoledì 9 ottobre sarà ospite di Meet the Media Guru, il ciclo di incontri sulla cultura digitale e sull’innovazione realizzato dalla Camera di Commercio di Milano in collaborazione con Regione Lombardia, Fondazione Fiera Milano e Provincia di Milano.

Con Bauman prosegue la riflessione sugli impatti che social media e nuove tecnologie hanno sulla società e sull’individuo, con un’attenzione mirata a capire i cambiamenti della nostra epoca, dalla sociologia alla politica, dalla filosofia alla comunicazione, dall’etica all’economia. A lui si deve la folgorante definizione di “modernità liquida”, la cui concettualizzazione ha influenzato gli studi in tutti i campi delle scienza umane. Nella sua lecture milanese, Bauman propone una riflessione sulla vita moderna, sempre più spesso divisa tra online e offline”, evidenziando le implicazioni più critiche della rivoluzione digitale. Non sempre – sostiene Bauman – la migrazione della nostra vita online si traduce in un effettivo potenziamento. Anzi, spesso ci troviamo nella paradossale situazione di non sapere utilizzare al meglio la nuova libertà conquistata.

Nell’ambito dei suoi più recenti scritti e discorsi, tra cui la raccolta Danni Collaterali (Laterza 2013), Bauman tratta i concetti  di “superficializzazione” delle informazioni e della comunicazione e di “fragilizzazione” dei rapporti umani. Rispetto ad altri critici e scettici della rete, Bauman articola però un messaggio che sottolinea come i pericoli legati alla crescente rilevanza di quello che avviene in tempo reale e nella dimensione online della vita non siano il portato delle tecnologie digitali in sé, bensì le conseguenze dello “stile di vita moderno”: il vivere attuale tende ad eliminare dalle nostre vite ogni esperienza spiacevole, faticosa o sconveniente.

Bauman sostiene come l’adattamento alle condizioni create da internet e dall’era digitale renda l’attenzione fragile e soprattutto incostante, incapace di concentrasi a lungo, allenata sì a “navigare” senza spingersi mai in profondità. Ecco perché i messaggi elettronici devono, per loro natura, essere brevi e semplici, così da comunicare tutto il loro contenuto prima che l’attenzione si esaurisca. Da lunghe, elaborate e premurose lettere si è passati a brevi email fino a messaggi ancora più stringati dell’iphone e al “cinguettio” di twitter (che non consente di impiegare più di 140 caratteri).

Altro fenomeno forte e di grande impatto studiato da Bauman riguarda l’avvento della “società confessionale”, ovvero la perdita nella difesa dei diritti costitutivi dell’autonomia individuale: la privacy. Nella società moderna e liquida – sostiene Bauman – non proviamo più gioia ad avere segreti. Alla base del social networking vi è, infatti, lo scambio di informazioni personali e chi tiene a cuore la propria privacy è, addirittura, visto con sospetto.

Al centro del pensiero del sociologo vi è da sempre la dimensione etica e la dignità della persona umana: l’era digitale ha portato la creazione di “reti” ma non di “comunità”. Per Bauman la comunità è qualcosa che ci osserva e ci lascia poco spazio di manovra ma, al contempo, rafforza l’individuo, la sua autostima e la fiducia in sé stessi. Dall’altra parte la rete ci mette in contatto più velocemente ma ci rende più deboli, aumentando il senso di solitudine portando insicurezza e, a lungo andare, infelicità. E a rendere così attraenti le reti è la loro perpetua transitorietà, la loro natura temporanea perché eternamente provvisoria, il loro astenersi dall’imporre impegni a lungo termine o una lealtà assoluta e una rigorosa disciplina.

La teoria di Bauman è però chiara: la sua posizione  critica è dettata non dagli strumenti digitali in sé bensì dal modo in cui vengono utilizzati. Internet, sostiene il sociologo – non s’insinua dentro di noi, ci mostra solo ciò che sta dentro di noi.  “Tutto dipende da quello che cerchiamo: i dispositivi tecnologici si limitano a rendere più o meno realistici i nostri desideri e più o meno veloce ed efficace la nostra ricerca”. Solo la coesistenza di pubblico (mondo online) e privato (mondo offline) garantisce all’individuo una condizione di vita sostenibile e sana.

«Con questo appuntamento – afferma Maria Grazia Mattei, ideatrice del ciclo di incontri – MTMG prosegue la riflessione, già affrontata attraverso le visioni di Geert Lovink e Manuel Castells, sugli impatti che le tecnologie digitali hanno sulle nostre vite. La presenza a Milano, a Meet the Media Guru, del grande sociologo Bauman – pensatore internazionale che coniuga innovazione e  pensiero sociologico e filosofico di altisismo livello – conferma la volontà di offrire un programma all’avanguardia che offre continui stimoli di riflessione e confronto».

DI CHE PASTA E’ FATTA LA #DEMOCRAZIA

Premessa: in questo articolo propongo una riflessione su quanto accaduto a seguito delle parole pronunciate da Guido Barilla, nel corso dell’ormai famosa intervista a La Zanzara, l’irriverente trasmissione di Radio 24, senza però esprimere alcun giudizio di valore sul tema dei diritti dai gay. Né intendo entrare nel merito della gestione della comunicazione in questa situazione. Mi limiterò, invece, ad alcune considerazioni sul ruolo dei social media in questa vicenda, a mio avviso emblematica della deriva qualunquista che contraddistingue (troppo) spesso il confronto (?) tra gli utenti della rete. Le polemiche che hanno travolto l’azienda sono, così, solo uno spunto, peraltro significativo e assai interessante, per considerazioni più generali che sconfinano dalla comunicazione aziendale per invadere la sfera politica.

Ma andiamo con ordine. Ai microfoni de La Zanzara, Guido Barilla afferma che non proporrà «mai» uno spot «con una famiglia gay non per mancanza di rispetto ma perché non la penso come loro». Immediate le reazioni. Persino Dario Fo, protagonista a suo tempo di uno spot per l’azienda, è sceso in campo per stigmatizzare l’uscita del presidente di uno dei marchi italiani più conosciuti al mondo. A prescindere che si sia trattato di una scelta consapevole ispirata da precise strategie di marketing (come si legge in un articolo di Loredana Sciolla sul sito della rivista Il Mulino) o di un semplice scivolone, sui social network è montata, rapidamente, la polemica, tra hashtag ironici e critiche feroci. Una polemica ripresa e quindi alimentata dai media tradizionali, che nel darne notizia riportavano anche la reazione della rete. Guido Barilla si è poi scusato (sic!), così come l’azienda che, in una nota, si è rivolta direttamente a tutti coloro che si erano sentiti offesi. Che bello: ancora una volta la forza partecipativa della rete ridava dignità a chi se l’era vista calpestare dalle parole del potente di turno! Tutto bene, dunque? Non direi. Perché, a mio avviso, questa vicenda conferma due aspetti critici della rete. Il primo è la semplificazione: le parole di Guido Barilla sono state tolte dal contesto nel quale sono state pronunciate (per chi conosce la trasmissione radiofonica…) e nell’immaginario collettivo si è radicata la convinzione che il manager fosse contro i gay. Non credo di sbagliare nel sostenere che il presidente della nota azienda non si è espresso contro l’omosessualità (ci mancherebbe!) ma si è limitato a dire una cosa ben precisa: per i suoi marchi preferisce spot con una famiglia tradizionale. Nei social media, però, non c’è spazio per le sfumature: la realtà è bianca o nera. E questo facilita (ed è il secondo aspetto critico) la radicalizzazione delle posizioni.

Tutto ciò rappresenta un problema relativo se riguarda un’azienda privata, le sue strategie di marketing e di riflesso l’andamento degli acquisti. Se però le stesse dinamiche condizionano anche la qualità del dibattito pubblico, la questione assume una rilevanza diversa, perché a essere in gioco è il funzionamento stesso delle istituzioni democratiche. La reazione emotiva a messaggi che semplificano anche le questioni più complesse anima la rete e aiuta a formare una massa critica, spesso contro qualcuno o qualcosa. Ma chiediamoci cosa succederebbe se al posto di Guido Barilla ci fosse un ministro o un assessore comunale, costretto non a scusarsi, bensì a rivedere un provvedimento emanato al termine di approfondite analisi e molteplici incontri tecnici. Per qualcuno sarebbe una prova di democrazia, perché a prevalere sarebbe la volontà popolare che trova libera espressione attraverso i social media. Prima di cantare vittoria bisognerebbe però chiedersi se il consenso popolare sulle singole scelte di policy debba sempre prevalere sull’efficienza delle istituzioni, oggi che i new media rendono particolarmente precario l’equilibrio tra legittimità ed effettività.