I (NON) RASSEGNATI: ANATOMIA DI UNA GENERAZIONE

Ridateci un po’ di futuro. O, almeno, uno spizzico di presente. I sogni? No, quelli no. Non esageriamo. Per quelli non c’è più tempo, né spazio. Noi per noi, figli degli anni Settanta. Cresciuti con “Bim Bum Bam”, il Bondì” Motta o i “Tegolini” Mulino Bianco. Noi che il Muro di Berlino lo abbiamo visto cadere quando eravamo alle porte dell’adolescenza e quelle immagini di gioia le ricordiamo appena. Noi che le grandi ideologie le abbiamo conosciute e indossate come una maglietta del “Che” perché faceva figo, anche se la storia, pur non essendo finita, era quantomeno sospesa, tra un passato di grandi sconvolgimenti, tragedie e rinascite e un futuro avvolto nelle nebbie dell’incosapevolezza. Noi che, proprio per questo, non abbiamo “un momento fondativo, un comodino solido su cui poggiare due ideali, una visione del mondo, qualche mezza certezza, qualche santo, qualche eroe”. Ce lo ricorda Tommaso Labate, nel suo ultimo libro (Rizzoli). Il cui titolo è la sintesi non tanto delle sue duecento pagine quanto piuttosto di una generazione (o non generazione), quella dei nati, appunto, negli anni Settanta: i Rassegnati. La “lost generation”, per dirla con le parole di Mario Monti. I quarantenni di oggi, nati da genitori dell’Italia del boom economico, delle certezze e dell’ottimismo anche nei momenti più difficili. Gli sfigati, insomma. Perché i primi a lasciarsi la speranza alle spalle, sbriciolato sotto il peso delle trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche. I primi a percepire che il proprio futuro potrebbe essere peggiore di quello dei genitori. Poche garanzie, nessuna sicurezza, un po’ di smarrimento che, a volte, si trasforma in frustrazione, se non in rabbia e paura. I primi a non essere parte di una narrazione del mondo, giusta o sbagliata che fosse. E dunque i primi a scendere in piazza, da studenti, per sostenere “finte battaglie”, peraltro sbagliate e controproducenti. Dalla Pantera alla Luna: scuole e università “okkupate” più per cazzeggio che per coerenza a un credo politico o ideologico. Senza un collante emotivo, l’unica cosa che univa i quarantenni di oggi nelle proteste di ieri era il nemico di turno. Bersagli facili. Battaglie innocue come un temporale d’agosto. “I Novanta – scrive Labate – allevano una generazione che dalla dimensione privata avrebbe fatto un passo ancora più indietro, a quella intima. Un mondo in cui le battaglie per le sorti del pianeta avrebbero ceduto sempre più il passo alle guerre di vicinato”.
Che cosa siamo, allora, noi quarantenni? Siamo davvero degli sfigati senza sogni, senza prospettive, che galleggiano nel mare dell’incertezza e della frustrazione? Siamo davvero dei rammolliti che, cresciuti con le cabine telefoniche, ci perdiamo nell’illusione di un’eterna giovinezza alimentata da social network e telefonini? Siamo davvero condannati a non assumerci mai una responsabilità, schiacciati dai vecchi che non se ne vogliono andare e dai giovani che già ci vorrebbero scalzare? Siamo una “non generazione di mezzo”, messa in soffitta senza alcuna possibilità di riscatto? Siamo davvero scivolati nella nostra dimensione privata senza mai aver trovato spazio in quella pubblica? Insomma, siamo quei rassegnati di cui parla Labate? Abbiamo ancora una possibilità di riscatto, un altro giro di giostra per dirla con le parole di Luciano Ligabue, cantante simbolo di questa generazione?
No, verrebbe da dire leggendo questo libro, nonostante le sue pagine finali. Forse, si potrebbe aggiungere. Ma se e solo se riusciremo a sbarazzarci del futuro dei nostri padri. Sappiamo (semplificando) che il rancore che sta alla base dei populismi di oggi è alimentato dalla povertà percepita più che da quella reale. Allo stesso modo, il malessere (la sfiducia?) dei quarantenni nasce non dall’effettiva qualità della vita, ma dal continuo confronto con le certezze delle generazioni precedenti, viste con gli occhi della nostalgia come le nostre giovinezze. Ecco allora spopolare un po’ ovunque i ricordi degli anni Ottanta e Novanta, gli oggetti cult di allora. Come se una musicassetta fosse migliore di un Ipod. Nessuno vorrebbe tornare in una cabina telefonica, rinunciando al suo smartphone. Eppure si sprecano i “like” su ogni immagine che ci ricorda un’epoca che non esiste più. Guardare al passato è doveroso, ma questo non può e non deve tradursi in un paragone tra il nostro futuro e quello dei nostri genitori. Il mondo è cambiato. Non abbiamo le stesse certezze, le stesse garanzie. Ma abbiamo strumenti migliori per costruire un avvenire che valga la pena di essere vissuto. Senza rimpianti. E soprattutto senza rassegnazione.