“Nel giro di pochi anni il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo poco distratti. Si scattano le foto con il campanile della chiesa alle spalle e fanno tutti lo stesso sorriso deficiente. Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita”. E’ uno dei paragrafi finali dell’ultimo, bellissimo, romanzo di Marco Balzano (Resto qui, Einaudi) che racconta la storia di Curon, piccolo paese della Valvenosta, in Alto Adige.
Un paese che non esiste più: sommerso da un lago artificiale, creatosi dopo la costruzione di una diga per la produzione di energia elettrica. Da quel lago, come si vede anche dalla copertina del libro, sbuca ancora e solo il campanile della vecchia chiesa, come l’ultimo dito di un corpo sprofondato per sempre negli abissi della memoria collettiva. I turisti vedono solo quel dito, affascinati da quel che ci sta intorno. Il lago. Le montagne. L’ambiente. Non si interrogano sul corpo che non si vede. Non si preoccupano delle sue ferite mortali, della sua sofferenza, della violenza subita. Temi che, invece, rappresentano il cuore e l’anima delle pagine scritte da Marco Balzano, in un romanzo che ricorda Mario Rigoni Stern proprio per la capacità di mettersi dalla parte degli abitanti di montagna, di una piccola comunità maltrattata. Dal fascismo prima. E poi dalla sbornia di una crescita economica senza regole nell’immediato dopoguerra. E così ecco le violenze dei fascisti che volevano italianizzare gli abitanti di quei luoghi, ignorandone il passato, le tradizioni, la cultura. Ed ecco i soprusi di uno Stato democratico, l’Italia del dopoguerra, che con altrettanta arroganza favorì la costruzione di una diga contro la volontà di quella comunità, fregandosene delle proteste, della rabbia e delle sofferenze inflitte. Da questo punto di vista, non è cambiato nulla con il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Balzano lo racconta con grande efficacia, proponendo una storia particolare dal valore universale.
La forza del suo romanzo sta proprio qui. Spiega, attraverso la vicenda di Curon, cosa significa vivere in luoghi che troppo spesso vengono usati, dimenticando che anche qui vivono comunità, con una propria storia che si è stratificata nei secoli. La montagna, perché di questo parliamo, non è solo roccia, boschi, torrenti, animali da preservare per i turisti. E’ anche abitanti che scelgono di vivere qui e che, proprio per questo, hanno il diritto di lavorare, muoversi, essere collegati al mondo. Ieri come oggi. E non c’è differenza, in questo, tra chi ha permesso e agevolato la costruzione di una diga, anche se questo ha provocato la cancellazione di un intero paese, e i turisti che adesso qui vengono numerosi per vedere l’esito di quella devastazione. Quel campanile che sbuca dall’acqua. Li accomuna una visione distorta delle terre alte, una visione che non considera la voce di chi in questi luoghi abita.
Il disprezzo di una comunità non si manifesta soltanto cancellando un paese per interessi economici di soggetti che con quei luoghi non hanno alcun legame. Ma anche pretendendo che le montagne restino un presepe a uso e consumo di chi viene da fuori. Terre selvagge e incontaminate, con le mucche al pascolo e fuori dalla storia e dallo sviluppo. A differenza di altri scrittori che negli ultimi tempi hanno raccontato la montagna, Balzano mette al centro i suoi abitanti. Non solo le sue vette o i suoi boschi. Ed è per questo che il suo romanzo ricorda così tanto Mario Rigoni Stern.
Le montagne sono un ecosistema. Non un museo. Chiedono di vivere. In un equilibrio tanto delicato quanto difficile da mantenere, tra sviluppo economico e tutela dei patrimoni ambientali e culturali dei luoghi.