Come spesso accade, per la mia corsa domenicale ho deciso di andare nei luoghi della mia infanzia. Dove, passando, riemergono ricordi annaffiati da un po’ di comprensibile nostalgia. Tra questi luoghi c’è anche un colle di poche decine di metri: quando nevicava (e in quegli anni nevicava, eccome) noi bambini andavamo lì con sci, slitte e bob. In estate di corsa o con la bicicletta, rischiando cadute memorabili. In quel colle, come in tutti i prati e boschi intorno, per centinaia di metri quadrati, non c’erano staccionate, muretti, confini. Se non una pietra a segnalare le diverse proprietà, spesso rese evidenti dalla diversa altezza dell’erba. Oggi, invece, a metà di quel colle c’è una divisione, composta da rete metallica e legno. Brutta da vedere. E, soprattutto, difficile da capire a cosa serva, se non a marcare un confine. Che utilità abbia lo saprà chi l’ha voluta e costruita. Di sicuro avrà una o mille ragioni per stare lì, nel bel mezzo di un pendio erboso che termina su una stradina sterrata. In una piccola frazione di un piccolo comune di provincia. Dove la sicurezza non è un problema.
Quella divisione in rete metallica e legno mi ha fatto pensare ai fatti di Macerata e a tutti i “muri” che stiamo erigendo tra noi e gli altri. Chiunque siano gli altri. Quando giocavo su quei prati senza steccati, verso la metà degli anni Ottanta, c’erano i “grandi muri” della storia. Quello di Berlino, ovviamente. La cortina di ferro. Le grandi fratture ideologiche. O di classe. Ma non c’erano i piccoli muri tra le persone. O, almeno, non così numerosi. E’ come se quella divisione in legno e metallo sia la rappresentazione fisica di una tendenza preoccupante. Quella di dover necessariamente marcare un confine tra noi e gli altri. Anzi: tra me e gli altri. Il mio spazio. Il mio pezzo di terra. La mia proprietà. Il mio mondo. Reale o virtuale. Caduti i grandi muri della storia, dopo l’illusione che la storia fosse finita, ecco sorgere i piccoli muri della quotidianità, con i mattoni dell’individualismo (l’individualismo del selfie, per dirla con le parole di Pankaj Mishra) e il cemento della rabbia, del disincanto e della perdita di speranza. Un cemento che non è usato solo per segnare confini, ma anche per tenere insieme frustrazione, razzismo, qualunquismo. In una caccia alle streghe che rimanda a periodi bui della nostra storia. Che non sono quelli della Guerra Fredda. Ai quali possiamo invece guardare con un pizzico di nostalgia. E non solo perché eravamo bambini, con le ginocchia sbucciate che puzzavano da mercurio cromo.