Le crescenti interconnessioni dell’economia globale e l’irrompere (ma sarebbe meglio dire: il ritorno) della Cina nello scacchiere internazionale con lo spostamento verso l’Asia degli equilibri di potere. Le diseguaglianze sempre più accentuate all’interno dei paesi occidentali, con il peggioramento (inarrestabile?) delle condizioni di vita della classe media, con “decine di milioni” di persone che nei prossimi decenni lotteranno per non annegare. La rivoluzione tecnologica con le ricadute (negative) sul mondo del lavoro.
E’ il convergere di questi tre elementi (manca un quarto, il cambiamento climatico) che sta provocando l’incendio che potrebbe bruciare le fondamenta delle democrazie liberali, almeno secondo l’analisi dell’opinionista ed editorialista americano Edward Luce. Il suo ultimo libro (Il tramonto del liberalismo occidentale, Einaudi 2017) è, infatti, una riflessione sullo stato di salute e sulle prospettive dei sistemi democratici, resa urgente e necessaria soprattutto dopo l’esito di alcune consultazioni elettorali: la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti e della Brexit in Gran Bretagna. Ma anche l’esplosione di alcune forze nazionaliste e populiste in Europa: dalla Francia all’Austria, passando per la Germania.
Ci eravamo illusi che, con la caduta del muro di Berlino, democrazia e capitalismo – , indissolubilmente insieme – avrebbero conquistato i cuori dei cittadini di tutto il mondo, travolgendo ciò che restava degli altri regimi politici. La tanto citata “fine della storia” di Fukuyama, una profezia che non si è (auto)avverata. Purtroppo. La storia, oltre a non finire, riserva svolte e tendenze inattese. Come ci insegna, tra gli altri, lo storico olandese Johan Huizinga la strada del progresso non è lineare e a senso unico. Anzi: può succedere che si rovini un ponte o si scavi un abisso.
Democrazia e capitalismo, dunque, non solo non sono risultati i vincitori designati della storia. Al contrario, la Cina sta dimostrando al mondo che il capitalismo può esistere e prosperare anche senza democrazia: secondo Luce, entro il 2050 – un secolo dopo la rivoluzione comunista – l’economia cinese sarà il doppio di quella americana, e maggiore di tutte le economie occidentali messe insieme. E, per allora, anche l’economia indiana avrà eguagliato quella a stelle e strisce. Si chiede Luce: il modo di vivere occidentale, e i nostri sistemi democratici, riusciranno a sopravvivere a questo drammatico spostamento del potere globale? La risposta non è affatto scontata, come dimostrano le recenti prove di incapacità emerse in particolare con la vittoria di Trump.
Per di più, questa non è l’unica prova che le democrazie occidentali sono chiamate ad affrontare. C’è la crescente disillusione di milioni di persone che vedono peggiorare, in senso relativo, le loro condizioni di vita e che perciò sono esposte al virus della rabbia che sta indebolendo (uccidendo?) la fiducia nelle istituzioni. E’ un’amarezza che ha più a che fare con la “psicologia delle aspettative deluse” che con l’effettivo declino dei comfort reali, soprattutto se confrontati con quelli dei paesi emergenti. Ma il problema del reddito medio in Occidente c’è e si sta aggravando. Luce ci ricorda che “il più forte collante della democrazia liberale è la crescita economica” perché è più facile mantenere le regole del gioco (e il rispetto delle stesse) quando c’è un’equilibrata contesa dei frutti della crescita da parte di gruppi diversi. Ma se questi frutti non ci sono o finiscono nelle mani di minoranze privilegiate la situazione rischia di precipitare. La crescente disuguaglianza di redditi è, in effetti, un’altra situazione di crisi. Alla quale si aggiungono gli effetti, per ora solo paventati, della rivoluzione tecnologica: la visione di Luce è pessimista, di sicuro critica verso le convinzioni dei tecno-utopisti. “La storia umana – scrive l’opinionista americano – si scrive con le lacrime, dicono (e anche con la gioia, si dovrebbe aggiungere): è vero, e si misura con la tecnologia”. Per Luce non è affatto scontato che la quarta rivoluzione industriale abbia le medesime conseguenze occupazionali della prima: la scomparsa del lavoro è una minaccia reale. Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere nel cuore delle nostre democrazie.
Che fare? Qui le indicazioni di Luce sono un po’ meno incisive rispetto all’analisi. L’obiettivo è di salvaguardare il modello di società che permette alle libertà individuali di fiorire. Ma come? Innanzitutto è fondamentale riconquistare quell’ottimismo e quella fiducia che, al momento, stanno cedendo il passo al disincanto e alla rabbia. Perché “la democrazia non può sopravvivere a lungo a una palude di odio reciproco”, come scrive Luce. Il pallino del gioco per vincere questa sfida è in mano alle “élite liberali” che però dovranno prendere consapevolezza delle minacce e agire con coerenza e lungimiranza, resistendo “alla tentazione di continuare le loro vite confortevoli” e smettendo di illudersi che “basti firmare qualche petizione su Facebook per fare la propria parte”. Servirebbero statisti, insomma. Non politicanti. E questo è probabilmente il problema dei problemi.