E’ un viaggio in questi indecifrabili anni del nuovo millennio, quello di Thomas L. Friedman, nel suo “Grazie per essere arrivato tardi. Un ottimista nell’Epoca delle Accelerazioni” (Mondadori, 2017). Con vista sul nostro prossimo futuro, sospeso tra minacce e opportunità. E come ogni viaggio che si rispetti, anche questo ha la sua colonna sonora: la scopriamo a pagina 448, quando l’autore racconta di aver sentito alla radio, in un caldo pomeriggio d’autunno del 2015, una canzone dal titolo “The Eye”, scritta e cantata da Brandi Carlile. Incuriosito, ho digitato titolo e autrice su Google, ascoltata su YouTube e subito scaricata da iTunes: in pochi minuti quella canzone, e altre della stessa autrice, erano anche nella mia playlist. Merito di quella rivoluzione tecnologica raccontata dall’editorialista del “New York Times”, in un lungo reportage dal nostro mondo. “Puoi danzare dentro un uragano / ma soltanto se sei nel suo occhio”, recita il ritornello di quella canzone. E, in effetti, tutto intorno a noi si muove a gran velocità. Globalizzazione, tecnologia e cambiamenti climatici sono un uragano che può lasciare macerie nella vita delle persone, soprattutto le più deboli e le meno attrezzate ad affrontare le trasformazioni in atto. Ecco perché la versa sfida è trovare il nostro occhio personale, che ci permette di danzare, ovvero di vivere, anche dentro un uragano.
Quell’occhio, suggerisce Thomas L. Friedman, è una comunità sana, dove ognuno di noi può sentirsi protetto, rispettato e collegato agli altri. “Quella sensazione – scrive il giornalista americano – è più importante che mai, perché sentirsi protetti, rispettati e collegati in una comunità sana genera un’enorme fiducia (…) Quando le persone si fidano le une delle altre possono pensare a lungo termine. Dove c’è un’atmosfera di fiducia, si è più inclini a collaborare e a sperimentare – ad aprirsi agli altri, a nuove idee e approcci innovativi – e non si spreca energia a fare il processo a ogni errore; ci si sente liberi di fallire e ritentare, ancora e ancora”. Solo costruendo “comunità sane” possiamo dunque gettare le basi per cogliere le opportunità che l’Epoca delle Accelerazioni offre a chi affronta il presente con la mente e il cuore aperto, con speranza e non con paure, insofferenza, rabbia, ignoranza.
Non è facile, perché le crescenti diseguaglianze, l’insicurezza, il terrorismo, l’impatto con le migrazioni di massa generano timori che i demagoghi del nuovo millennio alimentano per gonfiare il proprio consenso, grazie a un dibattito pubblico trascinato alla deriva (morale) dalle correnti del web. Ma è un obiettivo che va perseguito, a ogni livello e in ogni angolo del Pianeta. “Costruire ponti e non alzare muri”, sentiamo ripetere da qualche voce coraggiosa anche in questi giorni segnati dalle cronache degli sbarchi di massa dei migranti. E non solo per solidarietà.
Ma anche per un altruismo interessato, perché – come ci ricorda ancora Friedman – è dall’incontro tra le diversità che si generano quelle innovazioni che favoriscono il nostro progresso: “In concreto, le società più aperte al flusso di scambi, informazioni, finanza, cultura e istruzione, più propense a imparare dai flussi e a contribuirvi, sono quelle che più probabilmente prospereranno nell’Epoca delle Accelerazioni. Quelle che non ce la faranno, faticheranno a restare a galla”.
Per contribuire alla costruzione di “comunità sane” è fondamentale investire sulla cultura, lievito per la crescita morale, sociale ed economica. Solo così si potrà creare un senso di appartenenza sano (non bieco localismo egoista) e seme della fiducia reciproca, nonché dell’apertura effettiva agli altri e di rapporti veri e non virtuali. Solo così gli individui potranno uscire dalle “camere dell’eco” del web con la curiosità di conoscere prospettive e sensibilità diverse. Solo così si potrà creare un contesto che incentivi le persone a scoprire e ad apprendere sempre, perché nell’Epoca delle Accelerazioni la formazione continua è la chiave per accedere al mercato del lavoro.
“In un mondo di individui super-potenziati – scrive ancora Friedman – dobbiamo raddoppiare gli sforzi per essere sicuri di star creando, in tutti i modi possibili, contesti morali e interdipendenze sane che includano l’immigrato, lo straniero e il solitario e infondano a più persone in più luoghi il desiderio di costruire anziché di distruggere”. Scommettere sulla cultura, insomma, per far crescere comunità sane, con valori sostenibili: onestà, umiltà, integrità, rispetto reciproco e speranza.
E se sentite in queste parole un’eco olivettiana, beh mi sa che avete ragione. Il suo pensiero è più attuale che mai. E ci aiuta – insieme a chi oggi più o meno intenzionalmente lo riprende – a trovare l’occhio nel ciclone… “You can dance in a hurricane / But only if you’re standing in the eye”.