Stiamo perdendo la curiosità. La voglia di scoprire cosa c’è sotto la superficie del fiume dell’informazione. Ne abbiamo avuto conferma anche in questi giorni. Il caso di cronaca riguarda la foto della donna con l’hijab che cammina di fianco ai feriti sul ponte di londra-donna-musulmana-hijab_980x571. Ha in mano uno smartphone, lo guarda mentre intorno a lei i soccorritori cercano di rianimare una donna. Sono passati pochi minuti da quando Khalid Masood ha investito i passanti con il Suv. Quel frammento viene immortalato dal fotografo britannico Jamie Lorriman, presente sulla scena dell’attacco. L’immagine viene rilanciata in rete, scatenando una bufera di commenti. Ad accendere la miccia del dibattito, a quanto pare, è un texano (con 44 mila follower, noto per i contenuti anti musulmani) che subito dopo l’attacco scrive: «Questa donna non presta attenzione alle vittime e mentre un uomo muore lei guarda il suo telefono». Il post viene condiviso su Twitter con l’hashtag #BanIslam e ha chiaramente l’intento di fomentare l’odio contro la comunità islamica. In pochi minuti totalizza 1900 retweet. L’onda emotiva alimentata dal vento dell’odio e della rabbia è partita. Nessuno la può fermare.
Anzi: l’immagine della donna viene photoshoppata e inserita in altre immagini di attacchi terroristici come il Bataclan o Berlino. «La donna con l’hijab marrone», come la chiamano tutti ormai, viene accostata anche alle immagini dei prigionieri di Isis decapitati. Sui forum e sulle chat di destra la ragazza diventa un bersaglio. Lo stesso fotografo autore dello scatto, Jamie Lorriman, interviene nella discussione per spiegare quanto la donna fosse «sconvolta e terrorizzata». Ma ciò che rimane di questo ennesimo episodio è la velocità con la quale la rete amplifica l’odio, diffonde la rabbia, stravolge la realtà e provoca un imbarbarimento del dibattito pubblico.
L’emotività annulla la razionalità.
Come scrive William Davies – in un articolo pubblicato da “The Guardian” e in Italia da “Internazionale” e dedicato alla scomparsa dei fatti, è infatti appurato che le persone rispondano positivamente ai dati qualitativi, come le storie dei singoli e le fotografie (emotività), mentre gli indicatori quantitativi, soprattutto se contrastano con le convinzioni personali, vengono ignorati, quando non generano addirittura sentimenti opposti perché “manipolati” dalle (presunte) élite.
A ben guardare, questo smarrimento della razionalità è strettamente intrecciato anche alla perdita della curiosità, cioè di quella voglia di guardare cosa c’è sotto la superficie. La voglia di capire. Di conoscere. Di sapere. Di scoprire. Prima di giudicare. Purtroppo, non c’è più tempo, nel mondo dell’informazione a flusso continuo. Bisogna maturare un’opinione nella frazione di secondo che serve per un retweet. La curiosità è costa. Richiede tempo. Impegno. Fatica. Umiltà. E’ qualcosa che nasce da dentro, che apprezziamo nella spontaneità e nell’ingenuità dei bambini. Di più: è l’elemento imprescindibile del progresso. Dell’innovazione. Di ogni scoperta, piccola o grande. Ed è anche il lievito del giornalismo di qualità.
Pensiamo al film tratto dalla storia di Mary Mapes (“Truth – Il prezzo della verità”), ambientato nel 2004 negli Stati Uniti: racconta quello che successe prima e dopo che il famoso programma televisivo di giornalismo 60 Minutes – condotto dal giornalista Dan Rather e trasmesso dal canale tv CBS – mandò in onda un’inchiesta che metteva in discussione il passato militare dell’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush, dicendo che era stato raccomandato e che non aveva prestato servizio come avrebbe dovuto. Dopo che quella puntata di 60 Minutes venne trasmessa si scoprì che molte delle prove citate da Rather erano in verità poco attendibili. Ne seguì una vicenda complicata, che costò il posto agli autori di quel servizio.
Al di là della trama e del caso specifico, però, c’è una battuta fulminante. Ad un certo punto, il giovane giornalista impegnato nel team dell’inchiesta chiede al suo maestro: “Cos’è che ti ha fatto scegliere il giornalismo?”. La risposta è questa: “La curiosità… la curiosità è tutto”.
Ovviamente questo vale (o dovrebbe valere) per i giornalisti, per gli operatori dell’informazione. Ma vale (o dovrebbe valere) anche per ciascuno di noi. La curiosità è davvero tutto. Per non spegnere l’interruttore della razionalità e della conoscenza. L’alternativa è il buio.