Dall’autore di «Demenza digitale», Manfred Spitzer, esce in questi giorni un altro attesissimo libro: «Solitudine digitale» (Corbaccio). Al centro dell’analisi dello psichiatra tedesco c’è la digitalizzazione della nostra vita quotidiana che progredisce a ritmi vertiginosi, e non sempre questo costituisce un vantaggio. Se per rispondere a qualunque domanda ormai attingiamo al nostro smartphone, indifferenti che le nostre tracce siano registrate, memorizzate e analizzate nelle banche dati per poi essere interpretate, vendute e usate indebitamente, vuol dire che non riusciamo più a fare a meno delle tecnologie digitali, che ne siamo dipendenti. Sono però note a tutti le patologie «cibernetiche» e le conseguenze sulla salute nostra e dei nostri figli dovute all’uso sempre più intensivo di computer, social e giochi elettronici. Non si tratta di ostilità nei confronti della tecnologia, ma di veri e propri effetti collaterali indesiderati come stress, perdita di empatia, depressione, disturbi del sonno e dell’attenzione, incapacità di concentrarsi e di riflettere, mancanza di autocontrollo e di forza di volontà. I bambini, in particolare quelli che non sanno ancora leggere e scrivere, sono danneggiati nelle loro capacità sensoriali, e bullismo e criminalità informatica completano il quadro di una situazione che ci sta sempre più sfuggendo di mano.
L’appello che Manfred Spitzer lancia in questo libro è di reagire per non lasciare che le nostre vite siano dominate dalle lobby del settore che ogni giorno ci bombardano con messaggi su quanto siano importanti e utili i media digitali, su come rendano intelligenti i giochi al computer, sul fatto che pc e connessioni Internet devono essere a disposizione di ogni studente, che le scuole devono essere dotate di wireless e che le tecnologie informatiche ci garantiranno un futuro perfetto. Spitzer invita a far in modo che non siano le leggi del mercato a dominare completamente le vite dei nostri figli: occupiamoci, suggerisce, della loro istruzione e della loro salute, sviluppando le loro capacità critiche, la loro autonomia di giudizio e l’amore per la libertà da cui nascono il rispetto di se stessi e degli altri, colonne portanti di una sana società civile.
E se pensate che queste siano le tesi di un luddista che odia le nuove tecnologie, vi sbagliate. Alec Ross (esperto di tecnologia, già consigliere del dipartimento di Stato per l’Innovazione con Hillary Clinton) nel suo ultimo libro (“Il nostro futuro. Come affrontare il mondo dei prossimi vent’anni”, Feltrinelli), parlando degli effetti collaterali e pericolosi dei Big Data, riporta le parole di Jared Cohen di Google: «Che ci si trovi in Arabia saudita o negli Stati uniti, i ragazzi approdano online sempre più giovani, e più rapidamente che in ogni altro momento della storia. Dicono e fanno cose online che sono ben al di là della loro maturità fisica. Se un bambino di nove anni comincia a dire un mucchio di stupidaggini in rete, queste rimangono in maniera permanente per il resto della sua vita». Cohen ritiene che il discorso sui dati, e quindi sull’utilizzo del web, sarà d’ora in avanti una parte inderogabile della crescita di un bambino. Di più: sarà la prima conversazione seria che dovremo affrontare con i nostri figli.
Insomma, il tema della consapevolezza digitale assume una rilevanza che cresce di pari passo con la presenza degli strumenti digitali nelle nostre vite. Purtroppo, c’è ancora chi non se ne rende conto e lascia che la tecnologia sia una presenza quasi naturale e scontata nella sua quotidianità. Ma prima o poi i nodi verranno al pettine. E non basterà un tweet o un post su Facebook a risolvere il problema.