Oggi “la Repubblica” pubblica due servizi che riguardano l’evidente stanchezza che affligge la democrazia. Il primo è un reportage dalla Polonia, e in particolare alle elezioni in calendario domenica prossima. In Europa serpeggia un grande nervosismo per il probabile successo del partito nazionalpopulista ed euroscettico. Nonostante gli evidenti successi economici, le forze al governo, secondo tutti i sondaggi, rischiano seriamente di perdere. Quali sono le ragioni di questo paradosso apparente? Cosa spinge una parte significativa della popolazione del più importante Paese orientale della Nato e dell’Ue a dare fiducia a politici che il premio Nobel per la Pace Lech Walesa definisce «demagoghi populisti senza scrupoli» bravi a trasformare emozioni e paure in consenso elettorale? E’ lo stesso ex presidente a trovare la causa di questa situazione: era necessario spiegare al paese il senso e il valore delle riforme approvate, nonché smontare l’illusione che un ritorno ai piccoli Stati nazionali sia una soluzione in un mondo globale. Ma spiegare è difficile, soprattutto se il “confronto” è con chi alimenta spettri e paure, agisce sulle emozioni e falsifica la realtà, con l’unico obiettivo di accrescere il proprio consenso. Le sfide del clima, dell’energia, della tecnologia appaiono lontani, impercettibili, e non incidono direttamente sulla pelle della gente. Sono problemi che non bussano alla porta di casa, che non hanno il volto straniero di un immigrato che spaventa e crea spaesamento. Serve l’Europa, si dice, anche se un’altra Europa. Ma – anche in questo caso – occorre spiegare quale Europa e perché l’Europa. Ma – ancora una volta – è più agevole accusare l’Europa, responsabile della crisi economica e dell’invasione degli immigrati. Spiegare si può: ma è fondamentale che qualcuno ascolti, e capisca. Ciò richiede tempo. Una lentezza che nell’epoca della frenesia digitale non è ammessa. Ma è questa una delle cause che provocano quella stanchezza della democrazia di cui parla Gustavo Zagrebelsky, nel secondo articolo sul tema pubblicato oggi da Repubblica. Perché la «sfiducia verso la politica», alimentata dalla convinzione che sono tutti uguali perché inconcludenti, deriva, almeno in parte, dalla propensione di chi governa a contendere il consenso elettorale alle forze populiste nel loro terreno, quello della demagogia. A scapito della capacità di dare risposte all’altezza della complessità dei problemi che stiamo vivendo. Infondo, è più facile cavalcare una protesta che spiegare una proposta.