Wind Business Factor è un acceleratore virtuale e un programma di formazione sviluppato da Wind Telecomunicazioni S.p.A. nel 2011 per favorire la nascita e lo sviluppo di startup italiane, aiutare le piccole e medie imprese a innovare il proprio modello di business ed orientare i giovani nel mondo delle nuove professioni. Nei giorni scorsi, ho rilasciato una breve intervista sul tema della dipendenza dai dispositivi digitali. Eccola.

Su Wind Business Factor raccontiamo storie di persone capaci di immaginare nuove soluzioni a problemi quotidiani proprio grazie a un uso innovativo e creativo delle tecnologie digitali. Non fatevi spaventare, quindi, da espressioni come “disintossicarsi da internet” o “dieta mediatica”, non siamo diventati improvvisamente degli apocalittici convinti, né intendiamo prescrivere periodi di rigida astinenza da qualunque forma di tecnologia per riscoprire noi stessi e il mondo. La tecnologia sta trasformando radicalmente il nostro modo di fare esperienza della realtà che ci circonda e di entrare in relazione con le persone, ma non lo sta certo impedendo né rendendo più difficile. Tuttavia, come per ogni forma di consumo, sono fondamentali la consapevolezza, l’autonomia e la responsabilità.

Non vogliamo insomma sponsorizzare nessun rehab per internet e smartphone addicted – anche se un po’ di distanza da controllo delle e-mail e status updates è un’esigenza sana e salutare per tutti -, ma raccontarvi che cosa si intende per “Slow Communication” e capire se e come ci si può educare, o rieducare, ad un uso più sostenibile dei digital devices.

Lo facciamo insieme ad Andrea Ferrazzi, responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne di Confindustria Belluno Dolomiti, che nel 2012 ha dato vita al movimento Slow Communication con l’obiettivo di promuovere un approccio consapevole e più responsabile alle nuove tecnologie digitali.

Proprio perché interno alle logiche e alle dinamiche della comunicazione digitale, il punto di vista di Andrea Ferrazzi ci ha incuriosito. Ecco cosa ci ha raccontato.

A.F. Stavo leggendo un bellissimo libro di storia: Quando la moneta muore di Adam Fergusson. Nel 1923, con una moneta praticamente priva di valore, la Germania si trovò ridotta a un’economia basata sul baratto. Citando opinioni e ricordi di persone comuni e documenti provenienti dall’ambasciata britannica a Berlino, l’analisi dello storico inglese affronta soprattutto il lato umano dell’inflazione. A sorprendermi è stata l’irrazionalità con la quale si diffondevano “voci” che attribuivano la responsabilità di quanto stava accadendo agli ebrei. Mi sono chiesto: cosa accadrebbe, oggi, nell’epoca dei social media, quando le informazioni, anche diffamanti, si diffondono istantaneamente con effetti virali?

E quando la viralità propria dell’universo dei social finisce per semplificare questioni complesse, appiattire differenze e trasformare il dialogo tra punti di vista in sterili conflitti?

Ispirandosi esplicitamente alla filosofia di Slow Food, Ferrazzi parla insomma di un’etica della comunicazione da costruire, non per difendersi dal rischio di alienazione prodotto dall’uso/abuso della tecnologia, che di per sé non è né “buona né “cattiva”, ma, al contrario, per garantire e tutelare quegli aspetti di accessibilità, apertura, condivisione e partecipazione propri dell’era digitale. Un’etica della comunicazione che va di pari passo con un uso responsabile e critico dei nuovi media, soprattutto per quanto riguarda gli utenti più giovani.

A.F. Il pericolo principale è dare per scontata la presenza delle nuove tecnologie nelle nostre vite, sin da piccoli. Pensare che apprendere sul web sia uguale allo studio su un libro. Invece sappiamo che lo strumento plasma il nostro cervello, come insegnano le neuroscienze.

Un aspetto che non possiamo trascurare se consideriamo quanto tempo bambini e adolescenti trascorrono online da desktop e da mobile: Secondo un articolo recenti di Repubblica, ci racconta Ferrazzi, “un bambino di 7 anni in Gran Bretagna ne ha già trascorso uno a tu per tu con uno schermo. Un bambino americano di 8 anni passa 8 ore al giorno con i media elettronici. Un ragazzo tra i 13 e i 17 anni negli Usa spedisce 3.364 sms al mese, di cui 34 al giorno dopo aver spento la luce la sera. In Italia l’81% dei tredicenni si collega a internet tutti i giorni. Per il 12% accedere a un social network è la prima attività dopo il risveglio e per il 35 per cento l’ultima prima del sonno”.

Tra consumo non consapevole e abuso di dispositivi digitali, possiamo parlare davvero di una forma di “dipendenza” da internet e dai dispositivi digitali, smartphone in primis? Se sì, come ce ne accorgiamo?

A.F. Quando non sappiamo più staccare la spina. Quando diamo per scontata la presenza delle nuove tecnologie nelle nostre vite e pensiamo che sia normale essere sempre connessi, quando non si dà più alcuna rilevanza alla qualità delle informazioni assunte.

Un rischio che, soprattutto chi vuole fare innovazione digitale, non può permettersi di correre. Ecco perché pensiamo sia utile per tutti sperimentare, intanto come esercizio nel periodo che si è scelto per disconnettersi e andarsene in vacanza, una dieta mediatica. Questi alcuni consigli o semplici spunti di riflessione:

A.F. riconsiderare i tempi della nostra giornata, prendersi e apprezzare le pause offline. Non ci sono segreti o alchimie, ma accorgimenti anche banali. Per dire: se camminiamo in montagna o in mezzo al bosco, evitiamo di farlo con gli occhi fissi sullo smartphone. Quante persone incrociamo, ovunque, che sono concentrati. Dobbiamo assumere una dieta mediatica equilibrata, evitando che sia composta solo da bit-calorie vuote. Sarebbe irrealistico, e sbagliato, professare digiuni e astinenza dal web, anche se magari temporalmente limitati. In molti casi non si otterrebbe alcun effetto, se non quello di favorire abbuffate successive. Si tratta, piuttosto, di avere, appunto, un equilibrio, assumendo dosi mediatiche bilanciate.

Insomma, non possiamo e non dobbiamo fare a meno di web e social media, ma non rinunciamo mai anche ad altri strumenti e ad altri modi di guardare e fare esperienza del mondo che ci circonda.

Fonte: http://www.windbusinessfactor.it/news-eventi/internet-e-business/disintossicarsi-da-internet/27604