Nel mondo 4 persone su 10 non hanno mai sentito parlare di cambiamento climatico, una cifra che sale al 65% in alcuni paesi emergenti come India, Egitto e Bangladesh, mentre in Europa, Usa e Giappone le persone consapevoli sono oltre il 90%. Lo si legge in una ricerca delle università di Yale, Massachusetts, Columbia e Utah, pubblicata sulla rivista «Nature Climate Change». Stando ai ricercatori, per veicolare il messaggio sui cambiamenti e i rischi che si corrono è necessario personalizzare la comunicazione in base alle caratteristiche di ogni nazione. A livello mondiale, la consapevolezza passa principalmente dal livello di istruzione, mentre la percezione del rischio è legata alla comprensione delle cause umane che sono alla base dei mutamenti del clima. Ciò è vero soprattutto in Europa e America Latina, ma in molti paesi asiatici e africani, ad esempio, a fare la differenza è la percezione del cambiamento del meteo e delle temperature locali. Diversità esistono anche tra gli Stati Uniti e la Cina. Negli Usa, spiegano gli esperti, per predire la consapevolezza del cambiamento climatico bisogna guardare all’istruzione, all’impegno civico e all’accesso ai mezzi di informazione, mentre in Cina oltre all’istruzione contano il reddito familiare e l’area abitativa, in città o nelle zone rurali. Tra i cinesi la percezione del rischio passa dalla non soddisfazione della qualità dell’aria, mentre gli statunitensi danno peso al cambiamento delle temperature locali e all’impegno ambientalista dei governatori.
I dati però sono preoccupanti e confermano come il cambiamento climatico sia un tema difficile e poco popolare, e ciò incide anche nella propensione dei governi ad attuare politiche incisive, ancorché impopolari, per arginare il problema. Ciò richiama i contenuti di un recente agile e bel libretto, intitolato «Il crollo della civiltà occidentale», scritto da Naomi Oreskes dell’Università di Harvard e da Erik M. Conwey della Nasa e pubblicato in Italia da Piano B Edizioni. I due autori immaginano che il volume sia opera di un giovane storico della Seconda Repubblica popolare Cinese che, nel 2393, indaga sulle cause del crollo della civiltà occidentale avvenuto trecento anni prima, nonostante gli uomini di allora (cioè di oggi) sapessero benissimo cosa stava accadendo.
Perché non fecero nulla per evitare il peggio? Perché la conoscenza della situazione e delle prospettive non indusse le istituzioni ad adottare soluzioni adeguate? «Un’ombra di ignoranza e rifiuto si era abbattuta su coloro i quali si ritenevano i figli dell’Illuminismo», scrive lo storico immaginario, che definisce quell’epoca, la nostra, «periodo della Penombra», quando «si sarebbero dovute prendere misure immediate e urgenti al fine di avviare una transizione verso un mondo a zero emissioni». «Incredibilmente – aggiunge – si verificò il contrario». L’utilizzo dei combustibili fossili, anziché diminuire, aumentò e chi evidenziò i rischi di questa tendenza venne accusato di essere un allarmista o, peggio, un catastrofista. Sotto accusa, in particolare, l’utilizzo del gas di scisto, che provocò un aumento in atmosfera di anidride carbonica e metano, a scapito delle rinnovabili. Con quale risultato? Incremento della produzione di combustibili fossili e quindi delle emissioni di gas serra e accelerazione del deterioramento climatico. Con scenari da brivido. Razionamento di acqua e cibo, panico, rivolte, diffuse epidemie, migrazioni di massa. Il disgelo del permafrost artico e il conseguente rilascio di metano impresse un’altra accelerazione al riscaldamento globale. Con perdite sociali, culturali, economiche e demografiche enormi. «Il più grande mai registrato nella storia dell’umanità», scrive lo storico immaginario.
Ma allora perché la civiltà occidentale, che pure sapeva cosa stava accadendo, non riuscì a reagire e ad agire? Perché rimase intrappolata nella morsa di due ideologie inibitorie: positivismo e fondamentalismo del mercato. Contrariamente a quanto si credeva, infatti, la conoscenza ebbe uno scarso impatto sulle politiche economiche e tecnologiche, perché il potere non apparteneva a coloro che avevano compreso la portata del cambiamento climatico, ma ad istituzioni politiche, economiche e sociali che avevano tutto l’interesse a proteggere lo status quo, compreso il sistema dei combustibili fossili. La fede nel libero mercato e la diffidenza nella programmazione fecero il resto. Peccato che proprio quella fede nel libero mercato favorì, quando si resero necessari interventi drammatici, il realizzarsi di quel potere centralizzato e quella perdita delle libertà individuali che i neoliberisti tanto temevano.
Ovviamente la storia della civiltà occidentale non è scritta, e pamphlet come questo dovrebbero per lo meno servire a riflettere su un tema cruciale per il nostro futuro, per evitare che quanto scritto dallo storico immaginario si realizzi. Purtroppo la scarsa conoscenza del cambiamento climatico non aiuta.