LENTEZZA E RIGENERAZIONE DEI LUOGHI

il pensiero slow rappresenta la base di un nuovo paradigma postindustriale, per una crescita equilibrata e sostenibile

“Se le forze materiali si sottrarranno agli impulsi spirituali, se l’economia, la tecnica, la macchina prevarranno sull’uomo nella loro inesorabile logica meccanica, l’economia, la tecnica, la macchina non serviranno che a congegnare ordigni di distruzione e di disordine”. Adriano Olivetti

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Viviamo in un’epoca in cui la velocità sembra essere l’unico parametro di giudizio.

Nella sfera privata e in quella professionale, assistiamo a un’accelerazione continua e apparentemente senza fine. Corriamo, ma non sempre sappiamo in quale direzione.

Abbiamo smarrito il nostro rapporto con il tempo lineare e siamo pervasi da un senso di caos e di insicurezza. Siamo imprigionati in un presente continuo, vittime di una modernità appiattita sulla velocità.

Le nuove tecnologie hanno impresso un ritmo ancora più frenetico alle nostre vite, una velocità alla quale non eravamo abituati.

Siamo sempre connessi. Impieghiamo una parte significativa del nostro tempo nella gestione delle attività online. Mail, sms, chat, social media assorbono la nostra attenzione, spesso senza che ce ne rendiamo davvero conto. Diamo per scontata la presenza delle nuove tecnologie nella nostra quotidianità e adeguiamo ad esse i ritmi delle nostre esistenze.

Secondo alcuni, è in atto una vera e propria mutazione antropologica. Con inevitabili ripercussioni sulla sfera economica e politica.

“Gli atomi umani non si aggregano più”, sostiene il sociologo Franco Ferrarotti. Le comunità lasciano il posto a “sciami digitali” (Byung-Chul Han) e gli individui, come gli insetti, si uniscono in uno sciame ma non sviluppano un Noi. La solitudine contraddistingue la forma sociale odierna, sopraffatta dalla generale disgregazione del comune e del collettivo. La solidarietà scompare e la privatizzazione si estende fino all’anima.

Il presentismo si alimenta di semplificazioni. La razionalità soccombe all’emotività dell’istante. Il sapere si frammenta e viene meno un’idea unitaria del mondo e della vita. La conoscenza soffoca nel vuoto assolutista di Internet. La rabbia si mescola alla nostalgia.

Il presente continuo annulla lo sguardo prospettico. Perdiamo la memoria e la visione del futuro.

I pilastri della democrazia vacillano.

Dobbiamo allora recuperare il nostro rapporto con il tempo lineare, resistendo alla velocità pervasiva e riscoprendo il valore della lentezza.

Dobbiamo prendere coscienza dell’impatto della tecnologia sulle nostre vite, regolando consapevolmente il suo utilizzo.

Dobbiamo recuperare la nostra umanità, rallentando i ritmi, spesso insostenibili, con i quali scambiamo informazioni.

Dobbiamo assumere una dieta mediatica equilibrata, rifiutando le calorie vuote che possiamo trovare nell’immenso discount del web.

Dobbiamo evitare che il nostro cervello si adegui alla rapidità e alla superficialità imposte dalla rete, per salvaguardare la nostra capacità di riflessione e di comprensione delle questioni complesse.

Dobbiamo, per riprendere lo spirito di Slow Food, ridare il giusto valore alle nostre esistenze, nel rispetto di chi produce, in armonia con ambiente ed ecosistemi, grazie ai saperi di cui sono custodi territori e tradizioni locali.

Dobbiamo rallentare per vivere e pensare meglio. Per uscire dalla solitudine digitale e riattivare nuove comunità, riconnettendo le persone con i luoghi dove abitano e rigenerando così fiducia reciproca e capacità di dialogo.

Vivere e pensare slow significa altresì adeguare il proprio stile di vita ai ritmi naturali, essere sensibili alle stagioni, riacquisire la consapevolezza delle distanze, sviluppare una conoscenza dei prodotti e dell’ambiente nel quale viviamo, concentrarsi sulla qualità delle produzioni in contrapposizione alla quantità, difendere il diritto al piacere, al gusto, alla bellezza, alla cultura.

Il pensiero SLOW può essere alla base di un nuovo paradigma per la crescita economica e sociale dei luoghi.